martedì 26 aprile 2011

Minolta e rullini

Verità per verità oggi è il mio compleanno. Lo sto scrivendo qui perchè voglio che mi facciate gli auguri, è ovvio. Quelli di Facebook me li hanno già fatti e se non me li farete anche voi vi devono mangiare i cani (cit. uno che conosco da un sacco di tempo e che voi non conoscete. )
Comunque, venendo a noi, riporto l'intercettazione telefonica della telefonata intercorsa stamani tra me e mio padre.


«Uè bell'appapà, auguri!»
«Grazie, papo. Tutto ok?»
«Sì, sta uno schifo di tempo e io sto lavorando ma è tutto ok. Senti appapà io non ti ho fatto il regalo perchè tu sei un poco impicciosa e non so cosa prenderti. Perciò dimmi che ti serve, così facciamo prima.»
«Ma veramente non mi serve niente. Non spendere soldi, lascia stare.»
Lui ha continuato...
«No, ma dai. Io un regalo voglio fartelo, che c'entra...Dai, ci starà qualcosa...»
Penso, penso, penso. O meglio faccio finta visto che c'è una cosa che desidero da lui da un po' di tempo. Prendo coraggio e gliela sparo così, a bruciapelo e senza pudore.
«Papà hai presente quella minolta analogica che c'hai tu, conservata come una reliquia dentro l'armadio, sotto i panni, nascosta?»
Mio padre zitto. Io ho continuato.
«Me la puoi prestare? Io vorrei imparare a fare le foto e mi serve un'analogica! Tu me la presti per un po' e m'hai fatto il regalo. Comunque non ti preoccupare, non la danneggerei. So che la Canon se la so' fottuta dalla macchina e so quanto ci tieni a questa. Però stai tranquillo, la tratterei con cura.»

Credo che mio padre sia diventato di tutti i colori, mentre ha commentato sfogandosi:

«Ma non è meglio se ti fai comprare un paio di scarpe o un vestito, come qualsiasi ragazza dell'età tua?! Ma proprio a me mi doveva capitare la figlia con le passioni per le cose, mannagg a mort!»

Conclusione: se gli intofo le cervella me la presta, lo so. Intanto mi metto in cerca dei rullini.
Statevi bene!



rullini

sabato 23 aprile 2011

La vostra pasqua

Da un po' di giorni mi trovo in un luogo al quale sono molto affezionata , dove mi rifugio quando posso, e che si trova praticamente al centro: tra le campagne e il mare. Un fiume da un lato, il Tirreno dall'altro. E' uno spettacolo naturale perchè se vai a destra ci sono prati incolti, orticelli curati e fiori appena sbocciati che profumano tutta la strada. Se vai a sinistra ci sono la spiaggia, gli scogli, il mare e il punto esatto in cui i due mondi s'incontrano, alla foce del fiume. Acqua trasparente, in questo periodo. E sette o otto papere alle quali porto da mangiare. Ieri ero sul versante destro, tra le campagne, con i miei bimbi a quattro zampe. Passeggiavamo sotto l'aria afosa del sole coperto dalle nuvole e con un silenzio rotto soltanto dal cinguettìo degli uccellini. Bello, vero? Sì, 'na favola. Quando sei in un luogo che ti pare surreale c'è sempre qualcosa che ti riporta coi piedi per terra. Nel mio caso sono state una serie di grida strazianti e continue. Un pianto che non sembrava avere fine. Belava disperata, consapevole o incosapevole di quanto le sarebbe toccato subire. La sentivo piangere, dimenarsi. E non ho potuto far nulla, per salvarla. Non ho neanche potuto vederla perchè le sue grida provenivano da un casolare chiuso, dove non arrivava neanche la luce del sole. L'ho soltanto ascoltata ed ho pianto con lei. Uccidere la vita, per un usanza cattolica del cazzo, non è vietato. Anzi. E' l'agnello di dio che toglie i peccati dal mondo...Mi sono seduta sull'erba e ho assorbito come una spugna tutto il suo dolore. Sola, in un luogo che non conosceva, strappata alla mamma, in attesa di morire e finire nel piatto di un contadino che non avrebbe apprezzato un pasto pasquale di farro e patate.

Tengo a precisare che non sono cattolica. Che tortano e pastiera li mangio in qualsiasi giorno dell'anno, se ne ho voglia. Che limito il consumo di carne al minimo indispensabile causa motivi clinici. Ho già eliminato da tempo dalla mia dieta agnello, cavallo, vitello e coniglio. Seguiranno sicuramente anche gli altri, prima o poi.

Ho percorso quel viale anche ieri sera. Ma il pianto non c'era più.

Auguri?! Sì, auguri. Di non ritrovarsi mai con un lacerante senso d'impotenza nel cuore.

mercoledì 13 aprile 2011

La guapparia

L'altro giorno ero con i miei cagnoni per un paio di giri, quando ebbi l'esigenza di attraversare la strada come normalmente accade quando si è fuori. Raggiungo le strisce pedonali, m'avvìo ed ero a metà del percorso quando un'auto che procedeva a velocità inaccettabile per il centro cittadino, mi vede e fortunatamente inchioda. Il conducente s'incazza e comincia ad inveire: cosa già sufficiente per far spostare il mio sistema nervoso.

«Aoh!» mi disse il guappo a bordo di un'auto di merda recante la pubblicità "security eye" (un'agenzia privata che recluta vigilates per poi farli sentire come cowboy, a napoli) sugli sportelli.
«Oh che?! - replicai alzando la voce più della sua - Che bbuò?»
«Tu hai attraverZato senZa guaTTare!»  (leggete com'è scritto perchè quello, se non in napoletano, così parlava).
«Guardi che si sbaglia. Era lei che stava correndo un po' troppo, l'ho vista. - Aggiunsi cercando di non puntargli immediatamente addosso il lanciafiamme. - E poi io sono sulle strisce pedonali. Qualsiasi cosa le sia andata in culo non ha il diritto di protestare. T'e stà zitt!»
Il tipo non ci vede più. Tira il freno a mano, scende dall'abitacolo e con gli occhi punticchiati di vene rosso sangue tira fuori dalla tasca un porta placca. Lo apre e mi mostra un tesserino.
«Lo sai che coT'è queTTo?!»
«Che è carta igienica, che è?!»
«E' il mio tesserino!» (Toh, questa devono avergliela insegnata perchè l'ha detta giusta!)
«E mò come l'hai cacciato così te lo schiaffi in culo.»
«Ma come?! Io sono una guardia particolare giurata!» Aggiunge il tipo con panciaindentropettoinfuori, orgoglioso e orgoglione.
«E allora? Sei un guardaporte con la pistola addosso. Ma per me comunque nun sì nisciun. E poi famm' capì che cazz' l'e cacciat affà quel tesserino? Devi cacare? Anzi, facciamo così: adesso prendo il numero di targa, il numero del tesserino e vediamo di fare un bel reclamo alla società PRIVATA per la quale lavori. Così vediamo se la smetti di fare lo stronzo.»
Paff! I puffi.
Una volante della polizia arriva e ovviamente, vedendo il bordello, si avvicina.
«Che cosa sta succedendo?» Chiede uno dei due poliziotti neanche scesi dall'auto.
Con uno scatto felino faccio un balzo e mi avvicino all'auto per poter parlare per prima.
Si, perchè a Napoli c'è il detto che chi vatt' pe' primm, vatt' doje vot'. Ed è un principio che vale anche se dovete spiegare a polizia, esercito, guardia di finanza o carabinieri perchè vi stavate appiccicando con questo o quello. Spiego loro la situazione specificando che il tizio stava correndo e che per poco non sbatteva per aria me e i canotti. Ho poi aggiunto che ha inveito, abusato di un potere che non ha, mi ha fatto vedere il calcio della pistola a mò di minaccia eccetera. Il tipo imputato restava zitto, ma aveva la bava alla bocca. Se avesse potuto m'avrebbe certamente sgozzata. Interrogato ha ovviamente negato tutto mentre uno dei due dell'auto celeste raccattava i documenti di entrambi.
I poliziotti si sono guardati in faccia per un tempo che è sembrato infinito. Poi hanno cominciato a chiacchierare tra loro. Riporto l'intercettazione!
«Pascà, ma a signurin a po' ffà a denunc'?»
«Ma Salvatò non lo so. C'è reato?»
«Eh, ma sì ce stà che cos'è? Abuso di potere? Usurpazione di titolo? Minacce, molestie, ingiurie o che?»
Uno dei due guardava in faccia l'altro con aria interrogativa, mentre il collega torturava l'unghia del pollice con l'espressione terrorizzata ed evidentemente pensava al suo unico nemico: il codice penale.
«Signorina se volete sporgere denuncia dovrete presentarvi o in Questura o al Commissariato di zona» mi ha poi detto uno dei due, levandosi completamente da mezzo ai penali dubbi dell'articolo questo o comma tale.
«No, vabbè. Io adesso voglio solo tornarmene a casa.»
«Si, voi andate - dice la voce dell'autorità con teatrale autoritarismo -. Che mò ci parliamo noi con questo!»
Salutai a cominciai a camminare quando vidi che loro si avvicinarono al tipoocchiosicuro. Se è ancora vivo non lo so. Ma comunque la guapparia merita sempre un paio di paccheri in faccia!

giovedì 7 aprile 2011

Riflessioni con papà

Ho intervistato mio padre, un sedicente appartenente - all'epoca - a Lotta continua. Me lo disse una sera, con estrema nonchalance mentre mangiavamo insieme una pizza a casa mia. Mi parlò delle mazzate date e ricevute, delle bombe fatte in casa e dei sogni di gioventù. Degli scioperi che ti facevano sentire il padreterno, mentre marciavi. Ma poi ti rendevi conto che dovevi comunque marciare, per non marcire.
Un rosso che ancora crede in valori come giustizia, rivoluzione e libertà e pensa che Contessa, cantata da Paolo Pietrangeli, sia la più bella canzone che è mai stata scritta. Ma veniamo a noi...


«Papà cosa pensi tu di Calderoli?»

«E' na latrin.»

«E di Fini?»

«Un povero illuso. E' la uallera di Berlusconi.»

«E di Berlusconi, cosa pensi?»

«Nu puttanier' sagliut.»

«E di Franceschini?»

«Chi?!?»

«Che mi dici di Bersani?»

«Nu ten' e pall.»

«E della sinistra attuale, fondamentalmente, cosa pensi?»

«DI CHE?!»

«Della sinistra attuale.»

«Non ho capito.»

«Papà della sinistra attuale, COSA PENSI?»

«Ah. Allora avevo capito. Ma perchè c'è ancora la sinistra, in Italia?»

Abbiamo finito. Grazie papà.


Riflessioni con papà

mercoledì 6 aprile 2011

06 aprile 2009, h 3.32

Mi alzai per andare a bere un sorso d'acqua. Cosa che accade raramente perchè detesto abbandonare le coperte, durante la notte. Il mio compagno era ancora sveglio.
«Come mai ti sei alzata, tu?»
«Ho sete. Sto andando in cucina a prendere un sorso d'acqua.»
Arrivando dalla camera da letto, passando per lo studio alla cucina, avrei certamente visto qualcosa di anomalo.
E lui lo sapeva.
«Aspetta, siediti qui. Vado io...»
«Lascia fare. Devo pure fare pipì.»
Mi avviai e arrivata già in salotto vidi il lampadario che si muoveva come se qualcuno lo stesse spingendo con violenza. Il mio compagno era già alle mie spalle. Forse pronto a raccogliermi nel caso in cui avessi capito immediatamente e mi fossi spaventata troppo. Ma ero ancora troppo assonnata e naturalmente troppo rincoglionita.
«Amore...Perchè il lampadario si muove?!?»
«Non vorrei allarmarti, ma c'è stata una violenta scossa di terremoto» disse lui con voce eccessivamente calma e irritante.
Mi svegliai d'un botto.
«Epicentro?»
«L'Aquila, Abruzzo. Terè non ti sedere davanti al computer, torna a dormire.»
Il tempo di accenderlo. Poco dopo consultai l'Ansa e vidi le immagini che nel corso del tempo abbiamo visto tutti.

Non avevo più sete.
Non dovevo più fare pipì.
E non mi sono messa a ridere.

sabato 2 aprile 2011

Peppino

Sarà forse che io mi affeziono alle persone, anche se le ho viste per poco tempo e non le ho mai effettivamente frequentate. Sarà che sono una nostalgica dei tempi in cui un lavoro aveva una speranza e a nutrirla era chi quel lavoro lo svolgeva ogni giorno con dedizione, a prescindere dal compito. Sarà che ho malinconia dell'età in cui non leggevo tra le righe delle brutte notizie e non riuscivo ancora a capire cosa c'era dietro un licenziamento. Sarà che mi basta ridere a un paio di battute per veder rifiorire una giornata di merda e considerare chi le ha fatte, quelle battute, un fratello da proteggere soltanto perchè si è preso la briga di cercare di farmi divertire un attimo.
Forse è questo e anche altro, non lo so. Ma oggi penso a Peppino. L'uomo che per farmi sorridere, una sera, mi servì questo quando io avevo chiesto soltanto un cappuccino. Il baffuto che diceva da dietro il bancone:
«Adda turnà baffon!»  L'uomo che se non volevo il cornetto era capace di farmelo mangiare lo stesso e non contento lo riapriva e ci infilava dentro chili di Nutella, passandomelo su un piattino con un cioccolatino accanto mentre il responsabile dei turni serali al Bar era distratto. Lo faceva nonostante la giornata di lavoro che sulle spalle gli pesava a tal punto da dargli dolori alla schiena. L'uomo che due settimane e mezzo fa a un certo punto si fece serio, mi guardò e disse: «Questa è l'ultima volta che mi vedi. Mi hanno licenziato. Me l'hanno comunicato un mese fa per darmi modo di trovare un'alternativa. Ma ho 58 anni, chi mi piglia mò a faticà? Nessuno. Vogliono tutti ragazzi giovani e io non sono ancora arrivato a potermi permettere una pensione. Ho un buco con i versamenti dei contributi e se mò non lavoro non lo riempirò mai.»
Da parte mia silenzio. Avevo freddo e non riuscivo a dire una parola. «Ho cercato, veramente. Ma non c'è niente da fare. Quando ho cominciato questo lavoro, a 10 anni portando il caffè in giro ero convinto che sarebbe durato per sempre, che sarei diventato un bravo barman e che mi sarei aperto un locale tutto mio un giorno. Bei tempi quando ancora avevi l'incoscienza di sognare...»

Sono tornata in quel bar l'altra sera, quando ho fatto una veloce picchiata a Napoli per prendere un paio di cose a casa. Lui non c'era. A servire il caffè era un ragazzo sui 30 anni, con una fede luccicosa al dito e quasi sicuramente la foto di un bimbo nel portafogli. Aveva le mani piene di speranze, la velocità e la tenacia della giovinezza mentre andava a destra e a sinistra. Era palese che cercava di essere il più efficiente possibile e che tentava di applicare dedizione anche nel servire il caffè. Beata illusione. Ancora non sa che passati i 50, il suo amore per il lavoro non lo vorrà più nessuno.

Peppino