La cardarella è poliglotta. Translate!

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31 ott 2011

Il treno

Andare alla stazione con lo zaino in spalla e dirigersi verso il binario tre senza neanche fare il biglietto o dare un'occhiata alla destinazione del treno in arrivo.
Aspettare con l'espressione sicura, calma.
L'espressione di chi sa che cosa sta facendo e perchè.
Guardare il treno arrivare senza chiedersi niente.
Salire e cercare un angolo per sedersi.
Osservare quelle vite che viaggiano con interesse, cercando di carpirne i pensieri dagli sguardi. Immaginare le loro esistenze e fantasticarci sopra, come un ricamo.
Chiudersi nel cesso del vagone per fumare di nascosto.
Cercare il controllore prima che lui arrivi per pagare il biglietto, dicendogli che c'era troppa fila alla stazione e avresti rischiato di perdere il treno.
Scendere in una località qualsiasi, sconosciuta.
E cominciare a camminare.

Questo è nient'altro farei adesso.


18 ago 2011

Le perle di Giggino.

«...Io non li sopporto quelli che se vanno al Bar, chiedono un cornetto in coppia e poi se lo fanno spartere due parti millimetriche e se lo mangiano a metà per uno perchè così sono convinti che non ingrassano. Oppure quelli che chiedono il cornetto integrale o vuoto. Ma che sang' 'eddie! Ma magnatill'! Il cornetto integrale è nu sciacquapalle, diciamocelo. Nun sap' e nient'. O te lo magni o non te lo magni. Poi ci stanno quelli che la pizza se la fanno fare senza olio. Ma che senso ha? La pizza deve grondare grasso, ti deve colare l'olio da mano, ti deve far arrecriare! Che sfaccimm' t'a magn' affà? Per compagnia? E tanto vale che ti fai fa' 'na nzalatell', no? Poi ci stanno i peggiori e li vedi solo d'estate: quelli del gelato assaggiato. Li incontri in gelateria che tu stai già con il megacono in mano, pieno, pieno, e loro fanno avanti e indietro guardando i gusti. Scelgono il cono più piccolo o, ancora peggio, il cuppetiello, e praticamente due cucchiaini a testa e è fernut' tutt' cos'. Li schiaccerei sotto le scarpe. Ma chella maronn' e chi t'è stramuort', ma fa caldo, s' schiatt', ma magnatill' san'! Capisco che poi non è che ti puoi mangiare un capretto sano, però quando torni a casa ti fai una bella insalata di pummarole col tonno e stai apposto, no? Invece no! Si mangiano un assaggio di gelato, che il resto gli rimane tutto di desiderio, e poi ti dicono che stanno a dieta. Mò a quelli del gelato, della pizza, del cornetto e tanti altri io vorrei dire che capisco la dieta, perchè non è che si deve andare di lavanda gastrica tutti i giorni... ma quando decidi che ti devi scassare, devi tornare a casa a quatt' zamp', non ci stanno santi! E figlio caro! Qua già facciamo una vita di merda. Se non magni e magari non ti fai nemmeno una chiantella, che cazz' camp' affà?»

Registrate questa massima di vita. Mentre l'ascoltavo annuivo nervosamente, tipo tic. Sono d'accordo su tutto. 

Intanto vi comunico che, in merito al sondaggio, la risposta che ha ricevuto il maggior numero di preferenze è stata: "
Voglio la verita', quindi non do pareri. Scrivi tu, io prendo le patatine."
La verità è che siete dei pigri di merda e vi sfasteriate di pensare.
Ma comunque, essendo io una persona di parola, racconterò la fine della storia da quì a breve. Appena non c'ho un cazzo da fare.
Per ora statevi bene.
[...]
[...]
Dimenticavo: Giggino è mio padre.


23 mag 2011

Siamo tra persone adulte...(post-it uno)

Mia madre è una che ha lo sguardo che rimprovera. Anche quando ti chiede come stai pare che ti sta cazziando per qualcosa. Quando ero piccola non sono mai stata una che dava fastidio. Anzi. Ero una babbasona. Dove mi mettevi mi trovavi. Non combinavo disastri ed ero anche abbastanza silenziosa. Col tempo è avvenuta la mia metamorfosi. Ho cominciato a combinarne di tutti i colori, ad essere polemica e chiacchierare, chiacchierare, chiacchierare. Mia madre è rimasta la stessa: quella che ti gela con un'occhiata. E ci sono alcune cose di me che lei, velatamente, sembra non gradire. Qualche giorno fa sono andata da lei e notavo che mi fissava. Ho cercato d'ignorarla, ma ho un difetto che li batte tutti: sono troppo curiosa. Ho preso coraggio e le ho chiesto, dopo essermi guardata un attimo per essere sicura di non avere niente fuori posto, cosa c'era che non andava.

«No, niente...»  Quando mia madre dice niente, significa tutto. Quindi ho insistito.
«Dai mamma, dimmelo. Mi stai guardando da tre ore. Ci sarà qualcosa...»
«No, lascia perdere.»  Eccola. In questa locuzione ha racchiuso tutta l'insoddisfazione possibile.
«E vabbè, allora stiamo fresche! Mi prendi per il culo?»
E' stato qui che è diventata simile a Marilyn Manson: «Lo vedi come sei?!?»
«Come sono?»
«Sembri un uomo!»
«Ah?!»
«Non passa minuto che non dici una parolaccia. Non indossi mai un paio di tacchi, mai un abito o una gonna. Sempre pantaloni e scarpette. Ami le moto come un uomo, spari come un uomo, fai uno sport da uomo e a volte parli anche come un uomo! L'altra sera sei arrivata qui con le mani sporche di grasso di catena, sù! Sei esagerata!»
«Eh, ma avevo ingrassato la catena della moto...»
«Guarda, se non fosse per il fatto che hai un taglio di capelli vagamente femminile, che qualche volta ti trucchi, che qualche volta hai le unghie smaltate, che non cammini con le cosce aperte e che non hai la barba in faccia penserei di avere una figlia lesbica! Un po' di contegno...Suvvia, siamo tra persone adulte...»

Tutto ciò è avvenuto sotto gli occhi del mio compagno, che aspettava, sull'ultima frase di mia madre, la mia risposta.

«Mamma il problema vero e proprio è che nella mia camera da letto, in determinate circostanze, non posso farti entrare...E' inutile che arrossisci. ..Suvvia, siamo tra persone adulte...»

2 apr 2011

Peppino

Sarà forse che io mi affeziono alle persone, anche se le ho viste per poco tempo e non le ho mai effettivamente frequentate. Sarà che sono una nostalgica dei tempi in cui un lavoro aveva una speranza e a nutrirla era chi quel lavoro lo svolgeva ogni giorno con dedizione, a prescindere dal compito. Sarà che ho malinconia dell'età in cui non leggevo tra le righe delle brutte notizie e non riuscivo ancora a capire cosa c'era dietro un licenziamento. Sarà che mi basta ridere a un paio di battute per veder rifiorire una giornata di merda e considerare chi le ha fatte, quelle battute, un fratello da proteggere soltanto perchè si è preso la briga di cercare di farmi divertire un attimo.
Forse è questo e anche altro, non lo so. Ma oggi penso a Peppino. L'uomo che per farmi sorridere, una sera, mi servì questo quando io avevo chiesto soltanto un cappuccino. Il baffuto che diceva da dietro il bancone:
«Adda turnà baffon!»  L'uomo che se non volevo il cornetto era capace di farmelo mangiare lo stesso e non contento lo riapriva e ci infilava dentro chili di Nutella, passandomelo su un piattino con un cioccolatino accanto mentre il responsabile dei turni serali al Bar era distratto. Lo faceva nonostante la giornata di lavoro che sulle spalle gli pesava a tal punto da dargli dolori alla schiena. L'uomo che due settimane e mezzo fa a un certo punto si fece serio, mi guardò e disse: «Questa è l'ultima volta che mi vedi. Mi hanno licenziato. Me l'hanno comunicato un mese fa per darmi modo di trovare un'alternativa. Ma ho 58 anni, chi mi piglia mò a faticà? Nessuno. Vogliono tutti ragazzi giovani e io non sono ancora arrivato a potermi permettere una pensione. Ho un buco con i versamenti dei contributi e se mò non lavoro non lo riempirò mai.»
Da parte mia silenzio. Avevo freddo e non riuscivo a dire una parola. «Ho cercato, veramente. Ma non c'è niente da fare. Quando ho cominciato questo lavoro, a 10 anni portando il caffè in giro ero convinto che sarebbe durato per sempre, che sarei diventato un bravo barman e che mi sarei aperto un locale tutto mio un giorno. Bei tempi quando ancora avevi l'incoscienza di sognare...»

Sono tornata in quel bar l'altra sera, quando ho fatto una veloce picchiata a Napoli per prendere un paio di cose a casa. Lui non c'era. A servire il caffè era un ragazzo sui 30 anni, con una fede luccicosa al dito e quasi sicuramente la foto di un bimbo nel portafogli. Aveva le mani piene di speranze, la velocità e la tenacia della giovinezza mentre andava a destra e a sinistra. Era palese che cercava di essere il più efficiente possibile e che tentava di applicare dedizione anche nel servire il caffè. Beata illusione. Ancora non sa che passati i 50, il suo amore per il lavoro non lo vorrà più nessuno.

Peppino

2 mar 2011

Buon compleanno Elvis!

Quando vado a letto se non mi metto a pancia in giù non mi addormento.
Non amo i posti particolarmente affollati. Anzi. Tendo a scappare dal bordello.
Anch'io, come te, sarò sempre dalla parte di chi lavora.
Riesco a camminare sui tacchi con una certa dignità, anche se li porto raramente.
Mi piace il colore rosa, ma non se indossato.
Amo l'odore della terra bagnata, della benzina e quello della vernice.
Mi piace svegliarmi la mattina e cercare di fare quante più cose possibili in un giorno solo.
Cerco sempre di non dare fastidio a nessuno.
Mi sarebbe piaciuto imparare a disegnare, ma la cosa mi annoia.
Vorrei sempre essere da un'altra parte.
Mi piace camminare ascoltando musica, ma non amo correre.
Nella scelta tra un ristorante e una trattoria, scelgo una bettola nascosta per una pizza e una birra.
No mi piace non ricordare cosa ho sognato la notte precedente.
Trascorrerei ore a guardare le stelle.
Do troppa importanza alle parole.
Amo l'odore del caffè in casa la mattina.
Mi piacciono i camini.
Non amo le foto col sorriso deficente, nè quelle fatte con la posa plastica.
Mi piace il bianco e nero nelle foto.
Non amo il grigio.
Ho una buona resistenza al dolore fisico e centro 7 bersagli su otto.
Non mi sarebbe dispiaciuto nascere maschio. A 26 anni posso dirlo.
Mi hai delusa più tu che tutta la gente che ho incontrato fino ad oggi.
Sono capace d'invaghirmi anche di chi non conosco se solo si riesce a guardarmi dentro.

Tutte queste cose, di me, non le sai. Perchè sei la persona che mi conosce meno, papà.
Ma nonostante tutto ci si porta avanti e ti si fanno gli auguri per i 58 anni.
Certa che parte delle rughe che tu hai sul volto a me le hai fatte fare sul cuore, prima del tempo.


24 feb 2011

I pensieri nello zaino

Ore 1.39. Notte. Temperatura esterna: 5.3°. Freddo. Correre per sfogarsi, per riscaldarsi. Cioccolata calda. Abbraccio. Stelle. Un mare di stelle. La luna sul mare. L'odore del mare. La sabbia umida. I piedi freddi. Il vento sulla faccia. La mia moto. La strada deserta. La nebbia sul cuore. Un velo di seta. Il cotone di seta attorno ai desideri. Zucchero e cannella. Limone. Violino e pianoforte. Un cellulare che non squilla. Una stanza con una porta blu e una finestra che lascia filtrare la luce del sole. Caldo. Gelato. Cono granellato. Profumo di lavanda. Odore di buono. Un libro aperto, appena comprato. Nereo e Fauno hanno una pazienza infinita. Decaffeinato in tazza fredda. Acqua bollente. L'amico lontano. Malinconia. Cambiamento. Mancanza di chi neanche si conosce. Nostalgia. Cuore di cristallo. Sacco. Cicatrice sulla gamba destra. Fierezza. Inquietudine. Vino rosso. Due bicchieri. Odore della vernice. Una parete appena imbiancata con le proprie speranze. Aspettative. Desideri chiusi in una stella cadente. Illusione. Tatuaggio sulla scapola destra. Farfalla. Voglia di razionalità. Voglia di capire. Bocca. Capelli. Fragilità. Discrezione. Aurora. Tramonto. Rosa. Nero. Il frigorifero blu. Lui che chiama alle feste comandate come fosse un dovere. Musica. Ricordi. Pizza fredda. Umidità. Sedia in legno. Mascherina nera. Testata del letto in ferro battuto. Fusa. L'odio del silenzio. Sono l'illusione di me stessa. Attesa. Amore. Scrivania bianca. Delusione. Sigaretta, fumo, benzina. Il sapore del cocco. Un bacio, uno solo. Una carezza. "Che bella novità, la prossima carezza che verrà." Tempo. Assenza. Una crepa da riempire sul cuore. Senso di vuoto. Legno dentro e fuori. Un tappeto, un divano. Poca luce. Dormo sempre a pancia in giù. Senso di inadeguatezza. Mediocrità. Passione. Pizzicotto. Sogno. Speranza. Morso.

Adesso prendo queste frasi spaiate e le metto nello zaino che indosso quando vado in moto.
Col mio ipod e il pacchetto di sigarette pieno. Lo chiudo e parto.

19 feb 2011

Post-it : Gradara

Ci sono entrata due minuti per prendere un caffè dopo aver visitato la Rocca e aver pianto come una scimunita davanti alla sala che è stata adibita a "stanza di Francesca". Ho visto il leggìo, le sedie, il letto e ho sentito una sensazione di calore alla bocca dello stomaco. Tramutatasi in lacrime che si sono asciugate subito. Nel giro di poco tempo mi ha fatto vedere tutta la sua vita, riassunta in una serie di foto appiccicate a una bacheca di truciolato consumata, appesa a una delle pareti della trattoria.

Spazio piccolo, poche panche di legno sulle quali sedersi, tovaglie rosse con i quadretti bianchi.
Mi ha fatto leggere tutte le firme dei personaggi che ha servito: da Fellini e Benigni.
Mi ha mostrato con malinconia tutte le immagini. Ha raccontato con l'orgoglio negli occhi dove ha lavorato, stilando un elenco netto e forse un po' freddo. Come la lista della spesa. Lo faceva con la memoria, non tanto con il cuore. Voleva essere preciso. Il caffè intanto si era freddato, ma poco importava. Avere l'onore di ascoltare la vita di qualcuno dalle sue stesse labbra vale un caffè caldo mancato.

Ho visto sul suo volto l'entusiasmo dei ricordi e nella sua camminata gli acciacchi di 51 anni di lavoro. Mi ha chiesto se un giorno sarei tornata. Ho accennato un sì un po' incerto con la testa, perchè non so quando succederà. Ma sono sicura che Alfredo, a Gradara, sarà la persona che mi mancherà di più dopo questo viaggio. Che è valso quasi soltanto per il pomeriggio di ieri.



Post-it Gradara