giovedì 23 aprile 2020

Il disinformatico (3 febbraio 2012)

Ieri, secondo giorno di febbraio. 

«Terè!»
Quando mio padre esordisce una telefonata così, senza dire una cosa tipo: "Uè figliabbella!" oppure "Bbell'appapà!", ho fatto qualcosa. E sinceramente, mai come ieri mattina, ero convinta che fosse arrivata una multa, che mi avessero acchiappata gli autovelox sull'Appia, che fosse giunto tra le sue mani non so come un avviso di garanzia, una condanna in contumacia o che mi fossi scordata di pagare qualcuno.
«Paaaapiii...!», ho risposto. Il finto entusiasmo va esplicato strascicando rigorosamente l'ultima vocale.
«Aiutami, sto nella merda!»
Paradossalmente mi so' calmata. Sì perchè se nella merda ci stava lui, non ci stavo io. Cioè se aveva detto così era sicuro che non mi aspettava una mazziata...
Eh ma che volete da me, quell'è un'equazione. E chi si salva è il mio deretano. Certo, non cosa da poco...
«Ma che è successo?»
«Agg' fatt'un bordello!»
«Ma ti hanno acchiappato due femmine con un'altra e hai abbuscato?»
«No, peggio.»
«Ti hanno fatto firmare un foglio in bianco e poi sopra ci hanno scritto che sei un berlusconiano e lo sarai fino alla morte?»
«No, no!»
«Ti hanno detto che ti devi far tagliare le palle, papà?»
«No...» ha risposto lui abnegando qualsiasi motivo grave e realistico di depressione, con voce depressa.
A quel punto, il principio d'infarto che mi stava cogliendo, s'è sciolto nell'acido. Qualsiasi cosa fosse successa, escludendo quelle succitate, era reparabile.
«Che è successo, allora?»
«No, ma chill' è venuto uno che lavora qua - Per chi non lo sapesse, mio padre fa le pulizie al centro direzionale di Napoli. - e mi ha chiesto di pulirgli la tastiera del computer quando avevo due minuti. Ma chella tastiera facev' veramente schifo. Cioè i tasti non si vedevano tanta era la zuzzimma che ci stava sopra. Mò siccome era una tastiera vecchia, che era prima stata usata da un altro, poi da un altro, poi non so da chi e poi da lui, io so che questi non hanno il tempo nemmeno di andare a pisciare e quindi ho pensato che chiossap' quante briciole e fetenzia ci stavano, in mezzo ai tasti...»
«E quindi?!», ho domandato terrorizzata ben sapendo cosa accade a una tastiera datata.
«L'ho arrevacata!»
«Embè?»
«Da dentro ci sono usciti Pasqua e Natale del '92. Pure nu piezz' e capretto, la verità. Ma il problema è che si sono staccati tutti quei sfaccimma di tasti! Solo pochi so' rimasti azzeccati! - Intanto io cominciavo a mettermi le mani in fronte e chiudere gli occhi - E mò non so come acconciarla. Non la posso nemmeno ammacchiare perchè me la vedrebbero e chist' tra un'ora sta un'altra volta qua a va trovando la tastiera pulita. Io non solo non gliel'ho pulita, ma ce l'agg' pur' scassat'!»
«Stai calmo.» ho detto mentre mi avviavo per raggiungerlo. Tanto la mia mattinata e tutti i progetti che avevo, ormai, erano andati a puttane.
«Si, ma quello poi io pensavo che tu li conosci a memoria le tastiere, quindi potevi venire qua e l'aggiustavi tu.»
«Papà io le tastiere non le conosco a memoria. Ancor di più se consideri che spesso ognuna è diversa dall'altra. Io sto venendo. Ma tieni conto che sto a piedi. La moto l'ho lasciata a Formia - errore del quale mi pentirò per il resto dei miei giorni - e la macchina non la schiommo nemmeno se mi danno una cosa di soldi. Quindi devi aspettà. Tu intanto cerca di trovare una tastiera come quella, così quando arrivo la rimettiamo a posto prima.»
«Ok, ma fa ambress!»
Partendo dal presupposto che gli autobus a Napoli non passano mai, che in quel momento non ero nè moto nè auto munita, ho realizzato in un attimo di lucidità che non mi trovavo eccessivamente lontana dal Centro Direzionale e che, senza intalliarmi, avrei potuto raggiungerlo a piedi. E così ho fatto. Tempo un quarto d'ora scarso e stavo lì, con lui. A fare il funerale con gli occhi alla tastiera scassata. C'erano anche le briciole di pane, sulla scrivania, a dare l'ultimo saluto alla compagna di una vita. Erano delle signore, quelle briciole. Non un lamento, non un pianto fastidioso. Rispettavano il dolore di tutti. Tutti erano in cordoglio. Tranne Giggino che bestemmiava come un animale: «Mannagg' a maronn a me e a chi m'ha fatt' fa!»
«Ma l'hai procurata un'altra tastiera  per fare il confronto?», ho chiesto come se avessimo dovuto fare l'analisi del DNA sperando di trovarne uno diverso e quindi sgamare l'assassino.
«No, macchè! Acconciala appapà, jà!». Quando me l'ha detto per l'ennesima volta stava per piangere.
Non mi sono abbandonata ad un sconfortante maronn' e mò come faccio? perchè altrimenti mio padre si sarebbe dato sicuro capa e muro. Ma mi sono ricordata che a casa, nascosta da qualche parte, dovevo avere una tastiera identica. Avete presente quelle tastiere vecchie, bianche, coi tasti che quando li pigi nulla hano di futuristico? Sì, anche dal rumore che fanno i tasti pigiati ti accorgi se la tastiera è vecchia o no. Almeno nella mia testa. L'ho detto a Giggino, di averne una uguale. Il suo volto si è illuminato, come se avesse visto un'entità celeste, avesse vinto una cosa di soldi o avesse scansato una saittella per non inciampare. A volte a Napli le saittelle sono il demonio. Oratutto a posto, direte voi...E invece le parole più preoccupanti che ho scritto fino ad ora sono state nascosta da qualche parte. Perchè io l'avevo. Sapevo di averla. Ma non sapevo dove minchia fosse. E questo remava non poco a mio sfavore visto che avevo i minuti contati. 
Ho evitato di dirlo a Giggino. Ormai nei cazzi storti mi ci ero messa da sola. E da sola dovevo uscirne.
«Vall'a prendere, vien' cu mme!», non ha fatto neanche in tempo a finire la frase, mio padre, che già stavamo giù a corrompere la guardia giurata con caffè e cornetto affinchè mi prestasse un attimo la moto per correre a casa. Arrivo, saluto i quadrupedi festosi e comincio a cercare. Mi ha detto veramente culo perchè l'ho trovata praticamente dopo cinque minuti. Candida, anche se non illibata, non ha opposto resistenza quando l'ho infilata dentro una busta di plastica e trattenuta come ostaggio per la mia salvezza. Raggiungo nuovamente mio padre, consegno la moto al legittimo proprietario che stava già preparando corda e scannetiello per impiccarsi, presumendo un incidente e la sua motocicletta in frantumi. Del mio cranio si preoccupano in pochi.
Risalgo da mio padre che intanto stava purificando l'ambiente dalla seccia con l'incenso e la scatolina di latta. Gli mancavano solo gli occhiali tondi neri, il bastone e lo scartiello, la verità. Metto la tastiera integra sulla scrivania, ammacchio quella scassata nella busta,  e nell'istante in cui mio padre prende la tastiera che gli ho portato decidendo di darle una lavata di faccia, entra in quella stanza la grandissima lota che aveva chiesto a Giggino di pulire quello scempio sul quale poggiava i polpastrelli. E trova patemo co' 'sta tastiera in mano e il panno, dall'altra parte. Manco saluta, s'avvia convinto verso l'aggeggio ed esclama: «Maronn' Pinto! - guardando mio padre - Lo sapevo che solo voi potevate tanto! E' tornata nuova! Non so come ringraziarvi! Vi posso offrire un caffè?»
Mio padre, che a quel punto altro non poteva fare se non lo splendido, s'è abboffato a tipo gallo cedrone. Contento e pieno di sè. Anche se non aveva fatto un cazzo. «Grazie, grazie.», ha detto sorridendo a 344 denti.
Intanto io cercavo di nascondere la busta che conteneva il cadavere della tasteira precedente.
«Abbè, papà. Io mò me ne vado.»
«Uh Pinto - fa il madonna - Ma questa è vostra figlia?»
Mio padre annuisce.
«Permette?» e mi porge la mano come per stringere la mia. 
Scendiamo, prendiamo il caffè - come se l'adrenalina che avessi ancora in corpo non bastasse - e cerco di dileguarmi in fretta dalla morsa di domande che quel 40enne cercava di cingermi tra mani e piedi. 
Mio padre capisce e all'orecchio mi fa: «Chist' è separato. Ma sta pieno di soldi e figli non ne tiene.», raggelandomi in un imbarazzo che manco vi sto a raccontare. 
Mentre il tizio continuava a squadrarmi, ho glissato qualsiasi spunto di conversazione dicendo: «Senti papà io adesso me ne vado che c'ho da fare. Ti chiamo in questi giorni.»
Saluto l'ignaro possessore della mia vecchia tastiera, abbraccio mio padre e mi avvio verso l'uscita con le mani in tasca.  
Più o meno un'oretta dopo Giggino mi chiama: «Ti ho fatto fare una ricarica al cellulare di 10,00 Euro dal terminale, appapà, l'hai ricevuta?» In effetti mi era arrivato un sms, ma non lo avevo ancora letto. «Sì, papà. Grazie.» 
«Eh, mi pare il minimo. Te lo fatta fare da chillu strunz' che s'è pigliato la tastiera tua.», ha detto con voce soddisfatta come se lo avesse pigliato per il culo una seconda volta.
«Maronn' papà. Ma non potevi andare da qualcun'altro o in tabaccheria?»
«Uhggesù e perchè? Poi che sfizio c'era?»
«C'era lo sfizio che quello mò non aveva il numero mio!»

No, ma io se rinasco faccio il fravecatore...










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