La cardarella è poliglotta. Translate!

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11 nov 2011

Un ventricolo parlante

No, ma dico: lo vedi che ore sono?
Eh, l'hai visto no?
Io non riesco a dormire.
Gli occhi mi bruciano, le mani tremano, le gambe non riescono più a starsene quì sedute, ballozzolanti tra un sì, ora mi alzo e vado e un no, resta e scrivi.
Eppure prima a letto ci sono andata.
Ma non appena ho messo la testa sul cuscino mi sentivo sveglia, vispa, viva.
Come se la giornata fosse appena iniziata e io avessi già milleuna cose da fare.
Ti è mai successo? Ti sei mai incazzato con te stesso perchè non riesci a dormire?
E' una brutta sensazione, se ci pensi bene.
Ti senti impotente verso te stesso e, cinicamente parlando, è un brutto fatto.
Ho gli occhi sbarrati, il cervello attento e il lobo frontale preso a cazzotti dalla realtà che continua a ripetergli che no, si sta sbagliando. Che ha sbagliato tutto fin dall'inizio.
E' un po' come se ci fossero due entità a svolazzargli attorno: il bene (dolce, affettuoso, gentile, amorevolmente insopportabile) e il male (cinico, sarcastico, infame, realisticamente vero). E ognuno dei due da il proprio parere sulla faccenda. Ognuno dei due parla, straparla. Uno, per esempio, dice una cosa tipo: "Ma guarda che non ti stai sbagliando. Dai ascolto al tuo cuore, all'istinto. Pensa, ricorda. Metti insieme i pezzi e vedrai che non hai torto. No, non ti stai sbagliando..." , facendomi lievitare in un sogno ad occhi aperti dove ci siamo io e te, a parlare, davanti a una tazza di caffè mentre la città si sveglia.
L'altro, il realista stronzo, dice invece: "Sei la solita illusa del cazzo! Sbagli sempre tutto e commetti continuamente errori di valutazione. Sei un'idiota che da troppa importanza alle parole. Esistono le coincidenze, cosa credi? E poi perchè tu e non un'altra? Cos'avresti tu che altre mille non hanno anche più di te? Ma vai a dormire, povera debosciata!"
Quale faccenda, chiedi?
Eh, lo vedi?
Non esiste nessuna faccenda!
Il mio liquido meningico s'è mischiato a due litri di grappa e s'è inventato tutto.
E non ha capito un cazzo.
Mi succede spesso questa cosa.
Ma ancora non c'ho fatto l'abitudine.
Di non capire un cazzo, dico.
Questa volta però ho toppato alla grande. E non c'è ago, non c'è filo, non c'è maestrìa di mano che possa ricucire. Avrei preferito una figura di merda in pubblico, che una deplorevole investigazione personale. Sul piano emotivo, poi...
E' devastante. Ti fa sentire piccola e sola. Però sono sicura che pure a te è successo. Tu mi somigli.
Cazzo! Sono quasi le 4.30 del mattino e tu certo non stai seduto lì, a contemplare un monitor di merda...No, tu stai dormendo. Si, vabbè. Magari ti sveglierai tra poco, ma adesso dormi. E per quanto la mia parte razionale (ne ho una, stai tranquillo. E' un po' afflosciata, ma c'è. E' ancora viva, non l'hai ancora fatta fuori e ti prego...oh ti prego. Non farlo. Lasciala stare, seppur agonizzante. No, non farlo. Non sparare. Non avrei più speranza di guarigione. Mi lasceresti nel limbo dell'affezione, dell'affetto e resterei affetta dal virus del sogno ad occhi aperti per sempre.) sa che è così, sa che quella grappa era di un'ottima annata e che quel miscuglio ha sbrindellato ogni neurone ancora consapevole, io sto quì. E tu non ci sei.
Adesso avrei voglia di ascoltare della musica.
O forse no.
No, meglio di no.
Magari mi metterei a piangere e non scriverei più.
Che se adesso continuo e butto fuori parte di quello che ho in corpo, quando tutto questo sarà finito e lo rileggerò tra un po' di tempo, potrò anche farmi una sonora risata alla faccia tua.
E godermela. E pensare con presunzione che chi l'ha preso nel culo sei stato tu, non io.
Hai mai fatto caso a quanto ci si difende, talvolta, con la presunzione?
Si diventa immuni a qualsiasi offesa, anche se viene perpetrata senza malizia o intenzione.
E io mò questo devo fare. Lo devo a me. Vorrei farlo. Provo a farlo.
Guarda, non so se c'hai fatto caso, ma non sto nemmeno cercando le parole per esprimermi.
Non me ne frega un cazzo di cercarle. Sto scrivendo a due persone, adesso.
A te e a me. O forse a me e poi a te.
Porco cristo. Ho letto il tuo nome così tante volte che l'ho consumato. Ho sempre pensato che il tuo nome è una delle cose più belle del mondo. E' musicale, ti riempie la bocca, ti da gioia. E' un'accozzaglia di vocali e consonanti così perfetta da sembrare surreale. Ma lo sai che se t'avessero chiamato anzichè come ti chiami, ad esempio, Francesco Maria Fornari, non avresti sortito sulle mie tempie lo stesso effetto?
Non che il nome in una persona sia importante, per carità. Non lo penso.
Ma credo che il tuo sia la sintesi della completezza e dell'eleganza.
Se ci penso intensamente riesco quasi a visualizzare delle scene, ma ti rendi conto?
Può venirmi in mente un evento di folklore come un prato verde o anche una distesa di neve, tanto è ineccepibile quando lo si pronuncia.
No, non ti sto pigliando per il culo, credimi.
E' vero.
Lo sai che il ventricolo sinistro del mio cuore è un pochino più grande rispetto a quello che sta a destra? Forse è per questo che sono così. Ma è come una maledizione. Però a volte penso che vivere disillusi è tremendo. Se non avessi la capacità d'illudermi per qualcosa avrei già la vita desertificata. Dal punto di vista emozionale, dico.
Diciamoci la verità: con le ultime due frasi cercavo di consolarmi.
Oggi mi è venuta in mente una cosa che feci quando avevo circa quindici anni.
Mi innamorai di un ragazzo. Ero cotta proprio. Lui aveva otto anni più di me.
Io sentivo, sapevo che anche lui provava per me lo stesso interesse se non di più. Anche se non mi era stato mai detto nè fatto capire in alcun modo. Eppure lo sapevo. Non mi chiedere perchè o per come. Se ti fa piacere pensa che si tratta di sesto senso femminile o tutte quelle puttanate che propinano i settimanali rosa di terz'ordine. Tornando al fatto, presi coraggio e una sera gli raccontai che m'ero pigliata una scuffia per un tipo. Che poi era lui, ma glielo dissi senza dirgli che era lui. Lo feci per vedere che tipo di reazione avrebbe avuto e appurare se le mie sensazioni erano fondate o costruite su un castello di biscotto. Dall'espressione che ebbe, capii che non mi sbagliavo. Che il mio intuito mi aveva risparmiato un abbaglio. O almeno così mi sembrò.
Durante la discussione, che da parte sua assunse a un tratto toni freddi e distaccati, mi chiese se avevo detto a questa persona cosa avevo in corpo.
Senza battere ciglio gli dissi: "Lo sto facendo in questo momento."
Siamo stati insieme un anno e mezzo circa poi, per vicissitudini che non sto a raccontarti, ognuno ha preso la sua strada.
Mò questa cosa te l'ho raccontata per due motivi.
Il primo, facilmente immaginabile: ho bisogno di convicermi che non è nato tutto nella mia testa. Anche se, effettivamente, non è nato un beneamato cazzo.
Il secondo, per riallacciarmi al discorso della presunzione.
Io fui come non mai presuntuosa, in quell'occasione.
Presuntuosa e supponente.
Però avevo ragione.
E non c'è quasi niente di più bello, diciamocelo.
Non amo puntualizzare l'ovvio, ma quando elabori un pensiero (che si basi aulla scorta di un qualcosa di vissuto, di una sensazione, di qualcosa di visto o anche semplicemente ragionato - il ragionamento, secondo me, richiede meno sforzo dell'avere la sensazione di qualcosa -) e poi la vita ti conferma che così era, beh, può anche essere meglio di una scopata.
Oh dio, magari meglio di una scopata no. Però siamo lì.
Mò ammesso che io abbia ragione, ammesso che le mie impressioni, sensazioni, siano corrette, potrei sapere perchè non accade qualcosa che possa farmelo capire?
E' un tormento, credimi. E io mi sento come un elastico tra due dita.
La cosa peggiore che tu potresti dire adesso è che di tutto questo sproloquio non hai capito una ceppa. Affermazione che andrebbe soltanto a confermare la mia presumibile stupidità.
E il fatto che, ora come ora, scrivendoti, non avrei fatto nulla di più sbagliato.
Il cuore di una donna, una che tende ad utilizzarlo con scarsa ragionevolezza, che involontariamente ne percepisce ogni battito, è come un libro.
E tu, nel caso in cui tutto quel che ho scritto ti sembrasse solo una serie di scempiaggini con poco senso, questo devi far conto di aver letto: una pagina.
Di un cuore qualsiasi.





7 nov 2011

Solo la cera

Dice che era stato uno di quei sogni travagliati.

Di quelli che vanno raccontati, di quelli che sono esasperati, sfiniti, infiniti, iti.

Uno di quei sogni in cui lei sono io, ma potresti essere anche tu, perché Lei è il soffio della primavera appena arrivata, mentre lui, Lui, è l’autunno del cuore.

Le stagioni si rincorrono, ma primavera ed autunno non si incontrano mai.

E questo è il sogno di due che non avrebbero dovuto incontrarsi mai. Perché l’autunno rimane cupo, con l’estate fra i capelli ed il gelo nelle mani.

La primavera invece...

La primavera si spoglia lentamente.

La primavera è infreddolita e ha bisogno di calore.

La primavera si trucca di raggi di sole.

E si concede poco alla volta. Ma giorno per giorno sempre di più.

La primavera può scottare. Ma è la PRIMA, e vorrebbe essere unica, ma soprattutto è VERA, e che resti fra di noi, non è ubriacona come l’estate. La primavera è un po’ preziosa, un po’ frizzante,  ineffabile ed intangibile. L’estate la puoi far tua sempre. L’estate è forse un po’ zoccola.

La primavera sono io, ed ho incontrato l’autunno, mio malgrado.

L’ho rincorso, l’ho cercato e non l’ho afferrato mai. 

In realtà non lo volevo, non del tutto. Uscivo dall'inverno, non volevo l'autunno.

Ho urlato, scalciato, strepitato, danzato. Fatto di tutto per somigliare all'estate e farmi notare, lasciando svolazzare tutte quelle farfalle nel mio stomaco, dando ascolto solo al mio intuito, stupidamente.

Adesso nella mia testa ci sono solo i segni dell’ultima volta che autunno ha abitato casa mia.

E non l'abiterà mai più.






5 nov 2011

Colla pazza

«Non toccare», mi ha detto. «Perché?», ho domandato. «È colla. Una colla speciale, super adesiva». «E perché l’hai comprata?». «Mi serve, ho un sacco di cose da incollare». «Ma non c’è niente che abbia bisogno di essere incollato» mi sono spazientito, «non capisco perché tu compri tutte queste scemenze». «Per lo stesso motivo per cui ti ho sposato» ha risposto lei stizzita, «per passare il tempo». Non volevo litigare, perciò sono rimasto zitto. Anche lei è rimasta zitta. «È efficace questa colla?» ho domandato. Lei mi ha mostrato la confezione con la fotografia di un uomo appeso al soffitto a testa in giù dopo che gli avevano spalmato di colla le suole delle scarpe. «Nessuna colla riesce a fare una cosa simile» ho detto, «questo signore è stata fotografato normalmente, in realtà sta in piedi su un pavimento. Hanno soltanto capovolto un lampadario in modo da dare l’impressione che il pavimento fosse il soffitto. Lo si capisce dalla finestra. Vedi? La maniglia è montata al contrario». Ho indicato la finestra che appariva nella foto, ma lei non l’ha guardata. «Sono le otto» ho detto, «devo scappare». Ho preso la borsa e l’ho baciata sulla guancia. «Oggi torno tardi perché...» – «Lo so» mi ha interrotto, «fai gli straordinari».

Ho telefonato a Mihal dall’ufficio. «Oggi non posso venire» ho detto, «devo tornare a casa presto». – «Perché?» ha domandato, «è successo qualcosa?» – «No... cioè, a dire il vero sì. Penso che lei abbia dei sospetti». C’è stato un lungo silenzio all’altro capo del filo, potevo sentire i respiri di Mihal. «Non capisco perché restiate insieme» ha sussurrato alla fine, «non fate niente voi due, non litigate nemmeno più. Non riesco a capire, non riesco proprio a capire cosa vi tenga uniti. Non capisco» ha ripetuto ancora, «davvero non capisco...». Si è messa a piangere. «Non piangere Mihal» le ho detto, «è arrivato qualcuno, devo riattaccare», ho mentito. «Verrò domani e ne parleremo. Promesso».

Sono tornato a casa presto. Appena entrato ho salutato ad alta voce ma non ho ottenuto risposta. Sono passato da una stanza all’altra. Lei non c’era. Sul tavolo della cucina ho trovato il tubetto della colla completamente vuoto. Ho cercato di spostare una sedia. Non si è mossa. Ci ho riprovato. Neanche di un millimetro. L’aveva incollata al pavimento. Il frigorifero non si apriva, aveva incollato anche quello. Non capivo il perché di tutte quelle assurdità, lei era sempre stata assennata, non capivo cosa le fosse successo. Mi sono diretto verso il telefono in salotto. Forse era andata da sua madre. Non sono riuscito a sollevare il ricevitore, aveva incollato anche quello. Ho preso rabbiosamente a calci il tavolino del telefono e mi si è quasi distorto un piede. E il tavolino non si è nemmeno spostato. Allora l’ho sentita ridere. La risata arrivava da qualche parte sopra di me. Ho alzato lo sguardo e lei era lì, appesa a testa in giù, attaccata a piedi nudi al soffitto del salotto. L’ho guardata allibito. «Dì un po’» ho domandato, «sei impazzita?». Non ha risposto, si è limitata a sorridere. Il suo sorriso pareva talmente naturale, ora che stava appesa così, all’incontrario, come se le labbra si tendessero da sole grazie alla forza di gravità. «Non ti preoccupare, ti tiro giù io» ho detto sfilando dei libri dagli scaffali. Ho impilato alcuni volumi dell’enciclopedia e mi ci sono arrampicato. «Forse ti farà un po’ male» ho spiegato cercando di mantenermi in equilibrio in cima ai libri. Lei ha continuato a sorridere. Ho tirato con tutte le mie forze ma non è successo niente. Sono sceso con prudenza dai libri. «Non ti preoccupare» l’ho rassicurata, «vado dai vicini a telefonare, a chiamare aiuto». «Va bene» ha riso lei, «io non mi muovo». Ho riso anch’io. Era così bella e insensata appesa così, all’incontrario. I suoi capelli lunghi ondeggiavano, i seni sembravano due gocce d’acqua cadenti sotto la maglietta bianca. Era così bella. Mi sono arrampicato sulla pila dei libri e l’ho baciata. Ho sentito la sua lingua toccare la mia, la pila dei libri è crollata e mi sono ritrovato a dondolare nell’aria, senza nessun appoggio, appeso solo alle sue labbra.

Etgar Keret

31 ott 2011

Il treno

Andare alla stazione con lo zaino in spalla e dirigersi verso il binario tre senza neanche fare il biglietto o dare un'occhiata alla destinazione del treno in arrivo.
Aspettare con l'espressione sicura, calma.
L'espressione di chi sa che cosa sta facendo e perchè.
Guardare il treno arrivare senza chiedersi niente.
Salire e cercare un angolo per sedersi.
Osservare quelle vite che viaggiano con interesse, cercando di carpirne i pensieri dagli sguardi. Immaginare le loro esistenze e fantasticarci sopra, come un ricamo.
Chiudersi nel cesso del vagone per fumare di nascosto.
Cercare il controllore prima che lui arrivi per pagare il biglietto, dicendogli che c'era troppa fila alla stazione e avresti rischiato di perdere il treno.
Scendere in una località qualsiasi, sconosciuta.
E cominciare a camminare.

Questo è nient'altro farei adesso.


19 set 2011

Convenzionalmente

Nasci e t'imbacuccano subito con tutine e nastrini del colore apposito. Cresci con l'irrefrenabile voglia di diventare grande. Nel frattempo diventi un adolescente e neanche te ne accorgi. Hai a che fare con i tuoi simili e i tuoi coetanei e cominci a sospettare che c'è qualcosa che non va nella gente. Senza dare troppa importanza al fatto che la gente pensa che c'è qualcosa che non va in te. Diventi adulto e il sospetto diventa certezza. T'immergi (o almeno, ci provi) nel mondo dello studio, poi in quello del lavoro. Ti rendi realisticamente conto del fatto che non è semplice. Però, nel contempo, scarichi negli acquisti per la casa da pagare con un mutuo improponibile tutte le tue frustrazioni. Ma se ci sono riusciti i tuoi genitori, a fare tutto questo, ci riuscirai anche tu. Conosci l'altro sesso e ti piace credere nel fatto che esista, a parte te, una persona "normale". Di conseguenza ti convinci che ne vale la pena. La frequenti e ti adatti al suo stile di vita. L'altra persona fa la stessa cosa fino a che non diventate una coppia (una sola vita, due individualità distrutte dai concetti sociali e dalle convenzioni). Ma tu pensi sempre che non potresti stare senza di lei/lui. Non potresti vivere. Ti sentiresti solo/a. E allora, per avere la sicurezza egoistica di averla/o disponibile tutta la vita, ti condanni a morte sposandola/o. Già il giorno dopo le cose cambiano. Ma tu lo ignori. Fatto questo ti guardi attorno e sei perseguitato dai bambini. Il tuo cervello recepisce un messaggio subliminale: "Fallo anche tu. Fallo anche tu. Fallo anche tu." Ci provi. Non arriva. Ci riprovi. Arriva. Trascorri le notti senza dormire. Il neonato intanto cresce. E tu lo imbacucchi subito con tutine e nastrini del colore apposito. Lui cresce con l'irrefrenabile voglia di diventare grande. Nel frattempo diventa un adolescente e neanche se ne accorge. Ha a che fare con i suoi simili e i suoi coetanei e comincia a sospettare che c'è qualcosa che non va nella gente. Senza dare troppa importanza al fatto che la gente pensa che c'è qualcosa che non va in lui/lei....

E così ciclicamente fino alla fine dei tempi.

Ma lo sapete che questa è veramente una vita di merda?

5 giu 2011

Opinioni discutibili

Io al compagno qualche giorno fa:

«Uagliò ma guarda che panza che hai fatto, n'altra volta. Pari incinto. L'avevi mandata giù e mò ti stai rimpinzando un'altra volta di schifezze. Che spaccimma cucino affare io in modo ipocalorico se poi ti magni il cornetto con la Nutella al bar?»

[Silenzio]

Risposta:
«No, ma quella non è panza. E' la maglia che fa difetto...»


Io al compagno, un po' di tempo fa:

«Te l'ha detto anche il medico che devi mangiare con moderazione. Devi mangiare di tutto. Pure il gelato, se capita. Ma poco. Così non ti fai mancare niente, ma non diventi una balena spiaggiata. Domani mattina ti devi fare le analisi, oì! Speriamo che non t'escono i trigliceridi a mille!»

[Silenzio]

Risposta:
«Io ti ringrazio, ma se è una cosa voglio murì sazio.»

Analisi del sangue ritirate pochi giorni dopo. Perfette. Ogni valore nella norma che manco uno di 15 anni. Tornato a casa, l'amara e falsa notizia:

«C'hai il diabete! Hai visto? Io che t'avevo detto? Mo' ti metti seriamente a dieta e basta schifezze!»

Lui sbianca e comincia quasi a piangere . Mi fa pena e gli dico la verità subito dopo.
Sospiro di sollievo, poi commento:


«Usciamo a mangiare un gelato?»

Ce vole tanta pazienza...

2 mar 2011

Buon compleanno Elvis!

Quando vado a letto se non mi metto a pancia in giù non mi addormento.
Non amo i posti particolarmente affollati. Anzi. Tendo a scappare dal bordello.
Anch'io, come te, sarò sempre dalla parte di chi lavora.
Riesco a camminare sui tacchi con una certa dignità, anche se li porto raramente.
Mi piace il colore rosa, ma non se indossato.
Amo l'odore della terra bagnata, della benzina e quello della vernice.
Mi piace svegliarmi la mattina e cercare di fare quante più cose possibili in un giorno solo.
Cerco sempre di non dare fastidio a nessuno.
Mi sarebbe piaciuto imparare a disegnare, ma la cosa mi annoia.
Vorrei sempre essere da un'altra parte.
Mi piace camminare ascoltando musica, ma non amo correre.
Nella scelta tra un ristorante e una trattoria, scelgo una bettola nascosta per una pizza e una birra.
No mi piace non ricordare cosa ho sognato la notte precedente.
Trascorrerei ore a guardare le stelle.
Do troppa importanza alle parole.
Amo l'odore del caffè in casa la mattina.
Mi piacciono i camini.
Non amo le foto col sorriso deficente, nè quelle fatte con la posa plastica.
Mi piace il bianco e nero nelle foto.
Non amo il grigio.
Ho una buona resistenza al dolore fisico e centro 7 bersagli su otto.
Non mi sarebbe dispiaciuto nascere maschio. A 26 anni posso dirlo.
Mi hai delusa più tu che tutta la gente che ho incontrato fino ad oggi.
Sono capace d'invaghirmi anche di chi non conosco se solo si riesce a guardarmi dentro.

Tutte queste cose, di me, non le sai. Perchè sei la persona che mi conosce meno, papà.
Ma nonostante tutto ci si porta avanti e ti si fanno gli auguri per i 58 anni.
Certa che parte delle rughe che tu hai sul volto a me le hai fatte fare sul cuore, prima del tempo.


24 feb 2011

I pensieri nello zaino

Ore 1.39. Notte. Temperatura esterna: 5.3°. Freddo. Correre per sfogarsi, per riscaldarsi. Cioccolata calda. Abbraccio. Stelle. Un mare di stelle. La luna sul mare. L'odore del mare. La sabbia umida. I piedi freddi. Il vento sulla faccia. La mia moto. La strada deserta. La nebbia sul cuore. Un velo di seta. Il cotone di seta attorno ai desideri. Zucchero e cannella. Limone. Violino e pianoforte. Un cellulare che non squilla. Una stanza con una porta blu e una finestra che lascia filtrare la luce del sole. Caldo. Gelato. Cono granellato. Profumo di lavanda. Odore di buono. Un libro aperto, appena comprato. Nereo e Fauno hanno una pazienza infinita. Decaffeinato in tazza fredda. Acqua bollente. L'amico lontano. Malinconia. Cambiamento. Mancanza di chi neanche si conosce. Nostalgia. Cuore di cristallo. Sacco. Cicatrice sulla gamba destra. Fierezza. Inquietudine. Vino rosso. Due bicchieri. Odore della vernice. Una parete appena imbiancata con le proprie speranze. Aspettative. Desideri chiusi in una stella cadente. Illusione. Tatuaggio sulla scapola destra. Farfalla. Voglia di razionalità. Voglia di capire. Bocca. Capelli. Fragilità. Discrezione. Aurora. Tramonto. Rosa. Nero. Il frigorifero blu. Lui che chiama alle feste comandate come fosse un dovere. Musica. Ricordi. Pizza fredda. Umidità. Sedia in legno. Mascherina nera. Testata del letto in ferro battuto. Fusa. L'odio del silenzio. Sono l'illusione di me stessa. Attesa. Amore. Scrivania bianca. Delusione. Sigaretta, fumo, benzina. Il sapore del cocco. Un bacio, uno solo. Una carezza. "Che bella novità, la prossima carezza che verrà." Tempo. Assenza. Una crepa da riempire sul cuore. Senso di vuoto. Legno dentro e fuori. Un tappeto, un divano. Poca luce. Dormo sempre a pancia in giù. Senso di inadeguatezza. Mediocrità. Passione. Pizzicotto. Sogno. Speranza. Morso.

Adesso prendo queste frasi spaiate e le metto nello zaino che indosso quando vado in moto.
Col mio ipod e il pacchetto di sigarette pieno. Lo chiudo e parto.