La cardarella è poliglotta. Translate!

14 apr 2026

aprile 14, 2026 - No comments

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Qua dobbiamo partire dall’inizio perché altrimenti non si capisce. Io che ci sto dentro ho capito poco e ho detto tutto. Il 25 marzo hanno biopticato la massarella ai tessuti molli dell’anca.
“Teresa tutto bene?”
“Dottore ma non è che mentre bucate posso tenere gli auricolari così sento un po' di musica?”
“Ti vorrei accontentare, ma il telefono darebbe fastidio ai macchinari.”
Entriamo e mi sistemano.
“Adesso ti metto il disinfettante, poi farò l’anestesia. Il problema è che li passa un nervo e io lo toccherò di sicuro, ma tu non devi muovere la gamba. Se sentirai dolore fai altro, ma la gamba deve stare ferma.”
Fatte tre botte di anestesia mi sento chiedere: “Teresa come va?”
Io già non avevo più sensibilità a tutta la chiappa, ma ho approfittato della buona fede di quel povero cristo facendomi fare altre tre siringhe di anestesia, mentendo clamorosamente. Il nervo no, quello era rimasto sveglio. Stavo sdraiata a culo all’aria su una lettiga stretta che, mentre spertusavano, entrava e usciva dalla tac. Tac prima di bucare. Tre campioni. Tac nel mezzo. Tre campioni. Tac, altri due campioni. Intanto il nervo contribuiva al senso di angoscia dandomi il dolore con cui convivo elevato all’ennesimo. E io muovevo l’altra gamba. 
“Sei stata brava”. 
Hanno prelevato pezzettini minuscoli che mi hanno consegnato in un barattolino e ho dovuto portare poi in ematologia. Due ore dopo mi hanno rapita gli operatori dell’ambulanza, mi hanno caricata e portata in reparto. Sono rimasta sdraiata sul lettino al tre due ore con due ematologhe che andavano e venivano per controllare che non mi muovessi.
“A questa la conosciamo. È capace che si alza e se ne va.” Le figure di merda mi precedono sempre. Finalmente arriva il momento in cui mi hanno rilasciata, buona Pasqua a tutti e a casa ci siamo messi a fare la pastiera. Arriva il 13 aprile, giorno in cui dovevo andare in ematologia per avere il referto. La mia ematologa di riferimento mi riceve quasi subito. “Allora Teresa il referto è arrivato, ma hanno trovato solo cellule adipocitarie. Nessuna traccia del linfoma. Però le cellule adipocitarie noi le troviamo in un lipoma. Ma non esiste al mondo un lipoma che capterebbe 19.7 alla pet, neanche se desse infiammazione ai tessuti circostanti. Il lipoma è una massa benigna. In questo caso è impossibile che lo sia.”
In quel momento mi si è ficcata in testa un'altra volta Ornella Vanoni, una canzone che mi fa pensare a mia mamma. Lei aveva esattamente questa filosofia: campava di speranze, se ne nutriva come se fossero pane inzuppato nel latte. E a ogni botta che la vita le ha dato (e sono state parecchie) diceva: "Domani è un altro giorno, si vedrà". Ma lei non ha mai fatto nulla di concreto per evitare di essere travolta, impegnata com'era a crescere una figlia da sola e a sopravvivere. Non ha mai avuto materialmente il tempo di costruirsi un'armatura e uno scudo, si lasciava portare dal vento quasi con inerzia. L'ematologa parlava e io pensavo a quell'assolo di chitarra all'inizio della canzone.

È uno di quei giorni che ti prende la malinconia
Che fino a sera non ti lascia più
La mia fede è troppo scossa ormai, ma prego e penso tra di me
Proviamo anche con Dio, non si sa mai.ù

"Teresa l'unica cosa da fare è l'asportazione chirurgica della massa, così viene analizzata tutta. E' un tumore maligno, è impossibile che non lo sia. Adesso bisogna stabilire il sottotipo e il grado."

E non c′è niente di più triste, in giornate come queste
Che ricordare la felicità
Sapendo già che è inutile ripetere "chissà"
Domani è un altro giorno, si vedrà.

"Abbiamo già allertato ortopedia, l'intervento lo farai qui. Ti ho fissato un appuntamento per una radiografia al torace per venerdì mattina e lunedì prossimo hai il colloquio con l'anestesista. Saranno rapidi, ti chiameranno loro. Una volta stabilito il sottotipo farai la radioterapia."

È uno di quei giorni in cui rivedo tutta la mia vita
Bilancio che non ho quadrato mai
Posso dire d'ogni cosa che ho fatto a modo mio
Ma con che risultati, non saprei

"Noi la radioterapia qui non la facciamo, dovrai andare al pascale. Poi magari contatteremo noi da qui l'ospedale che dovrà fartela. Intanto resterai comunque nostra paziente perché dovremo controllare il linfoma in ogni caso."

E non mi son servite a niente esperienze e delusioni
E se ho promesso, non lo faccio più
Ho sempre detto "in ultimo ho perso ancora" ma
Domani è un altro giorno, si vedrà

"Scusami - ho detto tra una strofa e l'altra della canzone che a una certa andava avanti nella mia testa da sola - questo vuol dire che io avevo due tumori diversi e contemporanei e indipendenti?"
"I tumori sincroni esistono."
"E questo come si chiamerebbe?"
"Liposarcoma. Ipotizziamo questo perché torna tutto. E' un sarcoma dei tessuti molli a crescita lenta, non sempre metastatizza, ma va rimosso subito."

È uno di quei giorni che tu non hai conosciuto mai
Beato te, sì beato te
Io di tutta un′esistenza spesa a dare, dare, dare
Non ho salvato niente, neanche te

"Scusami, ma non può essere un lipoma benigno che ha infiammato tutto e quindi da quella captazione alla pet così alta?"
"No."
Silenzio.
"I ch' ciort!" (cazzo che fortuna!)
"Io faccio il ragionamento inverso. Per me tu sei una miracolata. La sopra c'è chi ti vuole veramente bene. Ci siamo accorti del sarcoma perché hai avuto il linfoma. Per quanto vada con molta calma, anche il liposarcoma può esplodere e invadere gli organi, di solito i polmoni."

Ma nonostante tutto io non rinuncio a credere
Che tu potresti ritornare qui
E come tanto tempo fa ripeto "chi lo sa"
Domani è un altro giorno, si vedrà

"E se invece fosse linfoma? Lo chiedo perchè ci sono altre captazioni alla pet e perchè la massa ha comunque reagito alla chemioterapia per il linfoma..."
"La terapia per il linfoma contiene un farmaco, la doxorubicina, che si usa nella terapia dei sarcomi. E' come se ti fossi curata a metà, per questo era arrivata a 6 da 13 ma la massa non era scesa di un centimetro. Le altre captazioni alla pet non sono rilevanti, per adesso. Ora vieni con me che dobbiamo fare il prelievo."

E oggi non m'importa della stagione morta
Per cui io rimpianti adesso non ho più
E come tanto tempo fa ripeto "chi lo sa"
Domani è un altro giorno, si vedrà.

I vampiri mi hanno prelevato due o tre boccette di sangue, ho salutato e sono andata via. Domani ho l'elettrocardiogramma. Ora dovrò trovare il modo di spiegare a mio figlio che a breve per qualche giorno la sua mamma non ci sarà, che ci saranno altre persone che lo prenderanno a scuola, ce lo porteranno, gli prepareranno da mangiare, lo aiuteranno nelle attività quotidiane. Adesso la mia priorità è questa, che lui capisca e si adatti. Intanto mi accompagna a camminare.

Domani è un altro giorno, si vedrà



17 gen 2026

gennaio 17, 2026 - No comments

Punto e virgola



Buongiorno a tutti. Non so neanche bene da dove cominciare, anche perché credo che in pochi si ricordino della mia diagnostoria. Per chi non lo sa, riassumo brevissimamente: linfoma non hodgkin a grandi cellule B. Pet prima delle chemio captazione stomaco, linfonodi torace e polmone sinistro. In più tessuto molle dell’anca. Captazione elevata, 13. Dopo le chemio, captazione 6. Due mesi dopo - senza cure - 14.9. Un anno dopo 19.7. In itinere mi invitano da ematologia a interpellare un oncologo ortopedico del pascale che dice perentorio: “Non è un tumore.”, ma mi invita ad andare al pascale per programmare la biopsia. Passano 8 mesi, il pascale si dimentica di me e lo ammette: “Signora però pure lei avrebbe potuto sollecitare.” - “Dottore io faccio finta di non aver sentito.” Torno in ematologia, mi prescrivono la tac pet di controllo e si scopre la captazione a 19.7, oltre a una captazione di 11 in zona orofaringea e 6 al linfonodo retro mandibolare destro. Interpello ematologia del Cardarelli, dove sono stata in cura. Nessuna risposta. Natale, capodanno, epifania. Tra il panettone e un bicchiere di vino, prenoto una visita intramoenia con l’ematologa che nel 2023, il giorno della diagnosi, mi inserì nel DH di ematologia. Mi vede, si ricorda. Le consegno i referti. Chiama il primo piano al telefono, senza parlare. Nessuno risponde. Esce, controlla la mia cartella ad un altro pc, vede che ematologia mi ha chiuso il DH. In pratica io non ero più una loro paziente e manco lo sapevo. Lei però si mette le mani nei capelli. Mi chiede come sto, se ho prurito (mai scomparso), se ho tosse secca (da mesi), se sono stanca (sempre, ma mi sveglio pure alle 5.50 ogni giorno e ogni giorno sto dietro mio figlio. Autistico, non verbale, 12 anni). Mi chiede se sudo (mai successo, manco quando ero certa di essere malata), controlla l’ultimo emocromo fatto (intonso, ma era così anche quando avevo il cancro allo stomaco e altrove). Chiama un collega otorino per programmare una visita pro forma per poi arrivare alla biopsia, chiama spasmodicamente un collega ortopedico per attuare lo stesso percorso e richiama da un’altra stanza ematologia al primo piano. Gli strilli si sono sentiti fino a casa mia. 

“Quindi dobbiamo parlare di recidiva o che altro?”

“Se le biopsie saranno positive, propendo più nel pensare che quella captazione 6 alla fine delle chemio al muscolo dell’anca non andava sottovalutata.”
 
“Anche se la massa all’anca non è cresciuta ed è sempre rimasta di 4 cm?”
 
“Non significa nulla, la dimensione.”

“E la prima biopsia che fecero e risultò negativa per linfoma?” Colpì di tosse vari ed eventuali: “Facciamo un passo alla volta.”

Questa l’ho già sentita. 

Il 22 gennaio dovrò tornare in ematologia e ricominciare ad essere rivoltata sotto sopra. In questo momento non provo niente, il vuoto assoluto. È come se guardassi tutto dall’esterno e dicessi: questa non è la mia vita. Non sono io. Adesso mi aspetto di sentirmi dire che devo credere nell’aiuto di dio, che con la fede e la preghiera andrà tutto bene. Per favore, ho smesso di credere alle favole. Un abbraccio forte a tutti.









24 dic 2025

Quando le parole tornano a casa



Ci sono luoghi che non smettono mai di appartenerti, anche quando li lasci in silenzio per anni.

Questo blog è uno di quei luoghi.

È nato molto tempo fa, in un’altra fase della mia vita, quando scrivere era il mio modo per respirare, per capire, per restare in piedi. Poi la vita ha preso strade complesse, intense, a volte durissime. E la scrittura si è fermata. Non perché non avessi più nulla da dire, ma perché stavo vivendo tutto sulla pelle.

In mezzo a tutto questo c’è stato anche il cancro.

Un tempo sospeso che mi ha insegnato quanto il corpo possa crollare e, allo stesso tempo, quanto la cura – quella vera – sia un atto quotidiano, concreto, ostinato.

Oggi il mio lavoro nasce anche da lì: dall’esperienza diretta della fragilità, dall’essere madre, dall’essere educatrice cinofila, dal credere profondamente che animali e persone possano sostenersi a vicenda quando il mondo diventa troppo.

Questo blog e A Casa di Ale sono due stanze della stessa casa: uno spazio di parole e uno spazio di gesti, entrambi nati dal bisogno di prendersi cura, senza rumore e senza scorciatoie.

Oggi questo spazio riapre, senza fretta e senza promesse perfette.
Riapre perché A Casa di Ale non è solo un progetto, ma un modo di stare al mondo: fatto di cura, di fragilità, di animali che salvano le persone, di bambini che insegnano più di quanto possano dire, di perdite che diventano seme.


Qui troverai pensieri, storie, appunti, riflessioni.

Non contenuti “giusti”, ma veri.

Non risposte, ma presenza.


Se sei arrivato fin qui, forse non è un caso.

Benvenuto.

Questa è casa.


Con questo ritorno, auguro a chi legge un Natale gentile, fatto di tempo, ascolto e piccoli gesti che curano davvero.

Buon Natale 





6 dic 2025

dicembre 06, 2025 - No comments

Imparare dai cani: il percorso cinofilo per i bambini nei campi estivi


Ogni estate porto nei campi estivi un progetto che per me è un piccolo miracolo: un percorso educativo pensato per avvicinare i bambini al mondo dei cani in modo sicuro, consapevole e divertente. È un laboratorio che unisce gioco, empatia e responsabilità, e ogni volta mi sorprende vedere quanto i bambini siano naturalmente predisposti a comunicare con gli animali, se qualcuno gli mostra la strada giusta.

Durante gli incontri impariamo insieme a leggere il linguaggio del cane, riconoscendo segnali di calma, posture e bisogni. I bambini scoprono che un cane “parla” continuamente, anche senza parole, e che capirlo è il primo passo per costruire un rapporto sereno e rispettoso.

Una parte molto importante del percorso riguarda la sicurezza, perché è fondamentale per loro crescere con le basi corrette: come avvicinarsi a un cane sconosciuto;
cosa fare e cosa evitare;
perché non disturbare mai un cane mentre mangia o dorme;
quali sono i segnali che indicano disagio o paura;
come accarezzare in modo appropriato per far sentire l’animale al sicuro.

Non sono lezioni teoriche: sono esperienze. Attraverso giochi, attività guidate e momenti di interazione diretta, i bambini imparano a rispettare i tempi dell’animale, a non imporsi, ad aspettare, ad osservare. E intanto, quasi senza accorgersene, sviluppano anche competenze emotive preziosissime: pazienza, empatia, fiducia.

Alla fine del percorso viviamo sempre un momento di festa: ogni bambino riceve un attestato di partecipazione, un piccolo riconoscimento che celebra non solo ciò che hanno imparato, ma anche la cura e la gioia con cui hanno preso parte al progetto.

E la verità è che sono proprio loro, i bambini, a regalarmi ogni volta la conferma che educare attraverso gli animali è un viaggio che trasforma tutti: loro, i cani… e anche me.

 







2 dic 2025

dicembre 02, 2025 - No comments

Ieri


Sto aspettando di fare la TAC/PET per la mia stadiazione oncologica.

Sono in sala d’attesa e la vita mi passa accanto come un fiume che non mi vede. C’è chi sbuffa, chi controlla l’orologio, chi si stringe la giacca sul corpo come se quel freddo non appartenesse solo all’aria. Oggi poi — stranamente — non vedo teste scoperte, non vedo chi come me ha perso i capelli. Eppure nell’aria c’è la stessa ansia che ci accomuna tutti, quella che non ha bisogno di segni per farsi riconoscere.

Negli ultimi mesi ho spesso pensato di scrivere qualcosa per chi sta per affrontare questo percorso doloroso e sorprendente che sono le cure oncologiche.

Poi mi fermavo.

Buttare nero su bianco quello che ho vissuto mi sembrava un modo per inchiodarlo lì, per ammettere che sì, è successo davvero. Forse temevo che scriverlo lo rendesse meno passato. O forse non ero pronta.

Ma oggi sì.
Oggi sento che serve dirlo.
Serve a chi non sa, a chi ha paura di chiedere, a chi pensa che “tanto è normale, lo dicono i medici”.

Perché aspettare un oncologo, a volte, è come aspettare la fata turchina e chiederle un attico a Dubai.
L’oncologo è lo stoico per eccellenza:

“Dottò, alla terza chemio sono uscita reggendo l’intestino.”

Risposta: “Eh, ma sono le chemio.”

“E quindi cosa posso fare…?”

Spallucce.

Sempre loro.

E allora ti chiedi se questo sia davvero il destino scritto per noi: soffrire in silenzio, perché “siamo nati per soffrire”. Ma io non sono un distributore di merendine, non sono un contenitore da svuotare e riempire.
Io sono una persona.
Una persona che vorrebbe solo riuscire a camminare senza lacrime agli occhi, alzarsi dal letto senza tremare, non vomitare addosso al mondo tenendo insieme la propria dignità con due mani.
Perciò cominciamo. Parliamone.

Durante le terapie potrebbe succedere che la pianta dei piedi diventi rosso fuoco.
Rosso fuoco per davvero, e così resterà.
Camminare diventa un percorso a ostacoli sul pavimento dell’inferno.
L’unica cosa che mi ha salvata: olio di mandorle dolci, due volte al giorno.
Non fa miracoli, ma restituisce un po’ di tregua.

Il naso dentro si brucia. Letteralmente. Respirare fa male, ogni respiro è un graffio.
La mia salvezza: olio di iperico, due volte al giorno. È acqua messa sul fuoco, un gesto piccolo ma potente.

Le sopracciglia e le ciglia… cambiano.
Diventano corte, dure, come peli bruciati su una candela.
Io lo sapevo, quindi a gennaio — prima dell’inizio del ciclo — ho fatto il microblading.
Per le ciglia: olio di ricino.
Ricrescono più forti, più folte. Ricordo ancora il giorno in cui ho rimesso il mascara: ho pianto.

I capelli resistono un po’. Poi no.
Alla seconda chemio ho rasato tutto.
E mi sono messa foulard di bamboo, orecchini grandi, trucco forte. Non per vanità: per ricordarmi che ero ancora io. Per la ricrescita: olio di rosmarino.
Alla quinta terapia già mi comparivano i primi peletti. Erano come piccole promesse.

La nausea. Se siete miracolati dallo zenzero, vi voglio bene e vi stimo. Io non ho avuto questa fortuna.
Le mie ancore sono state:

bibite gassate

ondansetron EG 8 mg

Funzionavano quel tanto da permettermi di respirare.

Acqua: sarà la cosa più bella del mondo. L'acqua. Da allora non bevo più acqua naturale, perché ormai a quella gassata che mi calmava la nausea mi sono abituata a tal punto che bere quella liscia mi da fastidio, come se stessi ancora in terapia. Acqua, almeno tre litri al giorno. 

Pelle: sarà sempre secca e allora ci compreremo una bella crema idratante e profumata e usciremo di casa. 

A volte (quasi sempre) la permanenza in ospedale si ruberà mattinate intere, l'attesa per la terapia sarà snervante, i colloqui con i medici insoddisfacenti e rapidi. La fame, se arriva, si combatte con qualcosa di salato. Dolce, antistaminico, chemio e cortisone non vanno d'accordo. 

E poi c’è la grande domanda: di che colore torneranno i capelli?
Nessuno lo sa. Possono tornare come prima, oppure bianchi. È una lotteria. Ma torneranno. Nel mio caso sono tornati biondissimi, poi sono diventati castani, biondi e bianchi allo stesso tempo. Poi biondi e ora ne ho più di quanti ne potessi immaginare. Torneranno, come i ricordi.

La pace di dentro, quella no. Non tornerà più. Nessuno è più la stessa persona di prima dopo il cancro. E nessuno potrà mai essere in grado di superare il lutto per la perdita della propria vita precedente. Si vive col dolore, un dispiacere costante. Ogni volta che si rivivono gli esami diagnostici per la stadiazione o anche le analisi del sangue, si ripercorre un intero anno daccapo. Anche in cinque minuti. Ogni tanto mi chiedo "ma è successo a me? Sicuro?" poi tocco il port che ho ancora sotto la clavicola destra e lui sta lì a ricordarmi quello che ho sopportato. Perché poi il dolore per il lutto si mischia all'orgoglio di essere sopravvissuta e allora diventa più sopportabile. 

E allora sì, scrivo tutto questo perché qualcuno lo legga e si senta meno solo.
Perché quando entri nel mondo del cancro ti sembra di cadere in un pozzo senza istruzioni.
E che fai se cadi in un pozzo? Urli, strilli, i capelli dalla testa te li strappi. Poi prendi un respiro e ti guardi attorno. Cominci a guardare dove puoi arrampicarti per uscire, se ci sono appigli. Mentre li cerchi qualcuno ti cala una corda, l'afferri e inizi a salire. Una volta fuori l'unica cosa che ti chiederai sempre è: "Come cazzo ho fatto a cadere"?

Ora io avrò il referto il 9 dicembre, un paio di settimane prima di Natale. Intanto mangio ansia, paura e bevo acqua frizzante per lavare via i ricordi. Poi tocco il port.  E sta ancora là.