martedì 31 marzo 2020

Quella pera pene (8 gennaio 2012)

Si era arrivati a un punto della serata in cui c'era il silenzio. Sapete quando si è parlato un po' di tutto, la cena è finita e allora arriva l'abbiocco generale? Mi domando sempre perché, in momenti del genere, non mi faccio i cazzi miei...E neanche ieri sera sono rimasta zitta. Sarà che quei momenti li odio, li trovo imbarazzanti e mi prende il complesso di dove mettere le mani. Non sto scherzando, non so dove poggiarle. E comincio a guardarmi attorno, in cerca di uno spunto di dialogo o qualcosa che possa sciogliere l'aria. Da dire che la casa nella quale mi trovavo ieri sera di spunti ne offre parecchi. E' stracolma di cose, oggetti, mobili, soprammobili, quadri, stampe e cacate varie. Ricordi, insomma. I miei occhi, ieri sera, sono caduti su un vassoio appeso alla parete. Un coso che avevo già visto millemila volte, ma non l'avevo mai guardato veramente. Sfondo nero, una pera al centro attorniata da due fette d'anguria e due grappoli d'uva, leggermente in posizione obliqua. Fino a qui tutto normale, se non fosse stato per il fatto che la pera raffigurava un cazzo. No, non un cazzo nel senso di niente. Proprio un cazzo. Il padre del festeggiato (contest: ieri sera, festa di compleanno del mio migliore amico. Cena buffet che io, lui e altre tre o quattro persone - quelle che in quella casa hanno più confidenza, compreso suo padre - abbiamo fatto diventare cena seduti in cucina che degli altri non ce ne fotte) mi guarda e se la ridacchia sotto la barba bianca. Io, che non so cosa sia lo scuorno finchè non c'ho infilato le mani dentro, chiedo al suo baffo arricciato: «Ma vedo bene?»
Lui, un signore di più di sessant'anni che al posto del cervello ha il national geographic sano sano, lui che ha girato il mondo in nave, che se un pomeriggio ti stai annoiando e in Tv non danno il documentario che ti piacerebbe guardare vai a trovarlo e te lo fai raccontare perchè lo ascolti parlare di tutte le cose che ha visto, mi risponde: «Credo di sì. Ma a scanso di equivoci, dimmi cosa vedi.» 
«Ma veramente ci vedo un cazzo, comandà.» 
«Allora avevo capito bene.», risponde flemmatico.
Il figlio, che ha già assistito in passato a scene simili, non si scompone. 
Ma inizia ad avere la faccia semi terrorizzata quando mi vede continuare a fissare il vassoio. Mi conosce e sa bene cosa sarei stata capace di inventarmi. 
Il padre continua al posto mio: «L'ho comprato in Sicilia con mia moglie. Era sulla bancarella di una ragazza. Disse che l'aveva dipinto lei...» lasciando intendere un freudiano senso di vuoto, nell'artista. 
Nel corso della discussione entra in cucina la fidanzata di un amico del festeggiato. Una cosa corta un metro e quaranta (non me ne vogliano le persone di bassa statura, ma ogni volta che mi è capitato di schifare qualcuno a pelle si è trattato di un elemento che alzava la testa per guardarmi in faccia) con l'espressione so tutto io stampata in faccia. Di quelle che prenderesti a padellate sui denti così, gratuitamente. Lo sguardo di quella che pensa di essere migliore di chiunque e la bocca storta, in atteggiamento di sufficienza verso il mondo. Insomma, voi capirete...
La nanerottola inizia a seguire il dibattito con interesse. 
Alle stronzate dette in precedenza, aggiungo: «Ma sinceramente non ci vedo solo un cazzo. A ben guardare ci vedo una penetrazione proprio!» 
Capitan Findus mi guarda compiaciuto. Cosa che mi fa ben sperare di non averla detta troppo grossa. La cucina si riempie di pensieri, opinioni più o meno discordanti come se ci fossimo trovati al Louvre davanti a un cesso di quadro e stessimo tentando di dare un senso al biglietto pagato all'ingresso. La nana non poteva certo lasciarsi sfuggire una simile occasione per dar sfogo alla sua saccenza: «Ma come fai a vederci una penetrazione?! - mi dice con aria ironica dandomi diplomaticamente, solo con quella faccia di cazzo che la contraddistingue, della demente - Non è possibile avere un rapporto in quella posizione!» 
«Sì che è possibile, scusa. Le fette di anguria sono le cosce di una donna, aperte. I grappoli d'uva sono le braccia. Aperte anche loro, come se questa fosse completamente abbandonata. La pera si vede cos'è, è palese.» 
«Si, la pera sì. Ma il resto no, cioè, ma come fai...» 
E intanto cercava di dar credito alla sua tesi, mimando forme geometriche varie ed eventuali con le dita. Vi lascio immaginare la scena. Inutile dire che il festeggiato stava preparando bende, garze e tintura di iodio, conoscendomi. «Scusa, eh...Ma non t'è mai capitato di allargare le cosce a tal punto? Mai di allargare anche le braccia? Mai di pensare famme chell' che buò, ma fammelo? No, mai?», ho insistito per il gusto di aumentare il mio coito cerebrale. 
«No, mai. E sinceramente secondo me non è possibile prenderlo, in quella posizione.» 
«Fermo restando che in un disegno o un dipinto, ognuno ci vede quel che ci vede. L'interpretazione è soggettiva. Ad ogni modo è possibile, cara. Fidati.»
«No!», ha esclamato lei non accettando la figura di merda in corso. Figura di merda evidenziata dagli sguardi basiti dei presenti e dal ridacchiare del padre del festeggiato. 
«Sì, lo è. Rassegnati al fatto che, evidentemente, e scusami se te lo dico, non scopi abbastanza. Dovresti provare ad assumerla, quella posizione. Si chiama sesso. E' divertente.» 
Lei, imperversando in un pensiero monnezza: «Non ci tengo proprio!» 
Se poco prima tutti la guardavano basiti, hanno cominciato a guardarla esterrefatti e schifati.  «Tesoro...non sai che ti perdi.», ho concluso dandole il colpo di grazia. Adesso, ogni volta che guarderò quel vassoio appeso alla parete di quella cucina, mi ricorderò qualcosa che già sapevo, ma che è sempre bene tenere a mente: la gente dovrebbe pensare a chiavare. Anziché rompere il cazzo.

lunedì 30 marzo 2020

Io e il rapinatore (parte seconda) 23 novembre 2014

Questo è il seguito di una storia che iniziai a raccontare il nove agosto, col sudore che mi scorreva sulla faccia a tipo versione cafona di Charlotte Bronte. Visto che non sono una che lascia le cose in sospeso, ho deciso di completarla oggi. Ultimo giorno di un anno di merda. 

Vabbè, che sono estremamente in ritardo che c'entra...è un dettaglio...Smettete la polemica e passiamo appresso. 

Riprendo l'ultimo rigo, così vi costringo a leggere la prima parte.


"A lui scappa una bestemmia in aramaico e quando sta per cominciare a parlare arriva il cavallo su due ruote che mi porterà all’agognato castello dove, finalmente, dormirò il sonno dei giusti. Però…" 

...Se avessi fatto capire al mio cavaliere, quella sera, che quello era uno che aveva appena tentato di farmi una rapina, non sono il sedicente mariuolo avrebbe visto la propria faccia spiattellarsi al suolo, ma il letto, io, l'avrei visto dopo una nottata in caserma trascorsa ad aiutare l'appuntato a scrivere la denuncia. Insomma, voi capirete che era il caso di adoperare la cazzimma. 

«Vieni appresso a me e non far capire niente.» , dissi al rapinatore. Lui restò in silenzio e mi seguì strofinandosi gli occhi.  Salutai il cavaliere con una carezza al serbatoio della moto e subito mi sentii tozzoliare sulla spalla. Gesto accompagnato da un allegro e infastidito: «Ma chist' chi foss'?»

«No, lui è un mio vecchio conoscente. L'ho incontrato per caso.» In un momento di lucidità civile i due si strinsero la mano e al cavaliere scappò detto: «Lo prendi un caffè con noi?» Sapete quando vi volete liberare di una situazione e questa vi segue anche se cercate di seminarla buttandovi per i vichi? Così. "Mannagg' o cazz'!", pensai. Inutile dire che il rapinatore e il cavaliere mi precedettero nel bar. Iniziarono a chiacchierare del più e del meno, mentre io ragionavo sul come scollarmi di dosso quel contesto imbarazzante fatto di bugie, speranze e supposizioni. Io le schifo, le supposizioni. A furia di parlare il rapinatore se ne uscì dicendo che aveva due figli, una moglie e un basso in affitto a vico Speranzella ai quartieri. Che aveva perso il lavoro, che prima faceva l'LSUper il comune e che anche i soldi della disoccupazione erano finiti. Che il problema non era tanto portare i bambini a fare due bagni a Mondragone, perché «Quann'è buono, buono liempio la piscina la mattina e la svacanto la sera...», quanto il fatto che non sapevano come fare per mangiare. La suocera cercava di aiutarli, ma con una pensione minima non poteva fare tanto, ecc..ecc.. Intanto io sentii il mio stomaco contorcersi e le budella iniziare un improbabile processo digestivo all'altezza della trachea. Usciti dal bar, tra l'altro, il rapinatore e il cavaliere sembravano diventati amici. Quasi fratelli. Gli chiedemmo il numero di telefono (aveva un cellulare, ma lo usava ormai solo per ricevere) così, nel caso avessimo saputo qualcosa per un eventuale lavoretto da fargli fare, lo avremmo chiamato. Vi risparmio un'aspettata retorica scrivendovi che nei giorni seguenti non feci altro che pensare a lui e alla sua situazione, anche perché non fu così. E' la verità. Lasciai che la mia vita mi riassorbisse con i suoi ritmi e le sue abitudini. Fino a un po' di tempo dopo, quando, finito l'allenamento, mi venne detto che si cercava qualcuno che potesse pulire la palestra. Compresi bagni e spogliatoi. «Si, ma una persona che non abbia grandi pretese. I soldi so' pochi per tutti.» Pensai a lui e lo chiamai il giorno dopo. Ha cominciato col venire a lavorare, poi è finito sul Tatami. Poi al sacco leggero. Poi al sacco pesante, la pera, gli attrezzi e la scala del petraio a tipo Rocky che non ce la faceva neanche a dire come si chiamava, dopo. Qualche gara l'ha vinta. Qualcuna l'ha persa. Un paio di coppe ce le ha, in casa. Il fatto curioso era che ha cominciato ad allenarsi per una questione fisica. E' tarchiatello, sembra uno scimmiotto. Ma siccome aveva anche fatto lavori pesanti, stava ben piazzato. E un tipo così, se è portato per uno sport del genere, non può che fare pubblicità alla palestra nella quale si allena. Ovviamente, che non pagava, eravamo in pochi a saperlo. Il fatto ammirevole era che veniva ad allenarsi, si scassava, poi si metteva a lavorare e, una volta finito, correva a casa a lavarsi. Perché si vergognava di consumare l'acqua. Il fatto che m da al cazzo è che una volta abbiamo combattuto insieme. Amichevolmente. Ho vinto io, sì. Ma lui mi ha colpita in faccia. E m'incazzo molto, quando lo fanno. Adesso è lì che sta. E aspetta che cominci il corso delle 15.00 per insegnare ai bambini. La molletta la lascia a casa.

Io e il rapinatore - Prima parte (8 agosto 2011)

Sai quando stai camminando e ti senti osservato, seguito? Che se ci pensi quella sensazione ti fa pure sentire un coglione perché magari non c’è nessuno che ti osserva, né qualcuno che ti segue ma tu quella sensazione ce l’hai e allora ti volti in continuazione giusto perché, se è una cosa, è bello avere ragione. Anche per godere se poi, a te stesso, puoi dire: “Visto? Io te l’avevo detto!”
Ecco, così. E nutri il tuo ego immaginario fatto di confusione, scarsa autostima e demenza, fondamentalmente. Ti lasci andare alle parvenze di perfezione, cominci a pensare di essere ‘uno buono’. Alle suddette si aggiungono le perfette perversioni, però, se una cosa così ti succede a Napoli. Metti che stai camminando per i fatti tuoi in una strada, di sera.  Che non indossi qualcosa che possa attirare l’attenzione di qualcuno, che stai comunque stanca e sfasata perché hai da poco finito di allenarti e che di tutto puoi aver voglia (io con la parola tutto identifico il letto dopo un’ora di sacco pesante), tranne che di litigare con la gente, ascoltarla polemizzare. Cioè una cosa tipo che quando hai finito di sentire il rumore della doccia, vorresti che il mondo si mettesse in pausa, una specie di stand by solidale. Pure le opinioni intelligenti ti danno fastidio, pure quelle che vengono dette da persone intelligenti, pure le richieste ordinarie tipo prestare l’accendino, una penna, se sai che ore sono. Insomma, nun vuò avè a che ffà cu nisciun e sei contenta così.
E inutile che sbuffate e fate finta di girarvi con la testa dall’altra parte. Lo so che anche a voi è capitato di sentirvi così. 
Comunque quella volta io così stavo: sospesa tra il se, perché, mah, vafancul’. E camminavo in direzione di piazza Vanvitelli, popoloso luogo dove avrei atteso il mio cavaliere senza testa venirmi a prendere per poi portarmi a casa e consentirmi di buttarmi a peso morto sul talamo, unico oggetto del mio desiderio. Tornando all’inizio, mi sentivo seguita. E non è che diedi tempo o dubbio alla mia sensazione. No. Io avevo ragione e sapevo di averla e volevo goderne subito.
Mi voltai e vidi uno che camminava dietro di me, poco distante. Qualche minuto dopo mi voltai nuovamente e questo tizio sempre dietro di me stava. Non un passo in più, non uno in meno rispetto a poco prima. “Mò io lo voglio pure capire che la strada questa è, - pensai – però chist’ putess’ pure accelerare il passo, attraversare e andare dal lato opposto, avere una sincope, un coccolone, svenire…”  Continuai a camminare ignorando i pensieri che m’ingombravano la testa (avete fatto caso, a volte, a quanto siano invadenti, i pensieri? Cioè quanto più cerchi di non pensare a una cosa, tanto più ti ci fissi sopra.), o almeno facevo finta, finché poi non decisi che quella ragione che sapevo di avere la dovevo toccare  per sentirmi bene. La dovevo guardare in faccia. E mi fermai fingendo di cercare le sigarette nello zaino, solo per vedere se si sarebbe fermato pure lui. Il tipo incolla e fa l’aria dello spaesato se lo guardo. “Vabbè, è confermato. Questo mi sta seguendo.”  D’istinto mi poteva pure venire di afferrare il cellulare e chiamare i carabinieri, ma che cazzo andavo a dire? Che c’era un tipo che in base ai miei sospetti mi stava seguendo e che loro dovevano avvisare come minimo l’esercito e farlo intervenire con un mezzo corazzato per annientare quel pericolosissimo latitante sanguinario, altrimenti quello mi avrebbe costretta per mesi a rapporti contro natura e a nasconderlo dandogli pure da mangiare?
Non sarebbe stato credibile, vi pare? Considerando soprattutto che il soggetto in questione avrebbe potuto ascoltare la telefonata e vivere poi di risate alle mie spalle, che magari prima s’era fermato solo per fatti suoi. Decisi di sbrigarmela da sola, rallentai, il tizio mi raggiunse e quando era poco distante da me m’uscì così, come se fino a poco prima la frase che ho poi pronunciato fosse stata bloccata tra lo sterno e lo stomaco. Come un rutto dopo un bicchiere di birra: 
«Scusi, ma lei è un rapinatore?»
Il tipo sgrana gli occhi, manco gli avessi chiesto se la mamma era quella che faceva le marchette con mia sorella nel 1993 (sono figlia unica.).
L’orgoglio professionale però prevale, cambia sguardo e mi dice con aria ancora un po’ confusa: «Veramente sì. Pecchè?!»
«Perché è meglio saperle subito, certe cose. Sei armato?»Comincio a dargli del tu, così il tipo si scioglie e entriamo in confidenza mentre continuiamo a camminare, in salita. 
«Teng’ a mullett’», precisa lui tra un fiatone catarroso e l’altro mentre lascia tra le labbra consumarsi una sigaretta dalla marca ormai indecifrabile, ridotta ad un mozzicone. Io odio le armi da taglio. Mi fanno parecchio innervosire, ma questo al mollettaro non lo do a vedere, per non irritarlo. Un calcio in faccia che pure avrei potuto assestargli se m’avesse detto culo, non è esattamente come una coltellata nella panza. Visto che il mio obiettivo era quello di farci amicizia, fingo l’opposto. Smisurato interesse per coltelli, maceti e altre stronzate simili. 
«Ah, si? Ma c’ha il manico in avorio? Com’è fatta?», chiedo.
Lui, riprendendo fiato e cercando di restare serio: «Jamm’ bbell’, jamm’. Io non tengo tiempo da peddere! Dammi quello che tieni addosso.»
Non nascondo che mi è preso un po’ il panico e mi sono sentita un’idiota, visto che avevo cercato pure di farmelo amico a ‘sto stronzo! 
«Ma dai, stai calmo, oh! Mica voglio far perdere tempo alla gente, io! Sono una rapinata seria, io! Che ti credi? Comunque ho 10 Euro. Facciamo a metà?»
«Iccellulare noccelai?» , mi chiede.
«Quando vado ad allenarmi non lo porto mai.» , rispondo.
«Ah. Ma allora tu sei uscita dalla palestra che sta qquaggiù? Quella dove si fa bocs?», chiede lui incuriosito facendo caso alla scritta sulla maglietta che dice più o meno così: ‘Full contact fighter. Karate, kick boxing, muay thai. Mr. S. I. – le iniziali del mio maestro – via tal dei tali Napoli’. 
«Si e sto stanca. Li vuoi ‘sti 10 Euro? Guarda rinuncio pure al caffè, ma questo tengo. Mi fai vedere la molletta?», chiedo per prendere tempo.
Lui alza gli occhi al cielo, chiedendo al pataterno se era stato effettivamente lui a venire da me o se lo stavo importunando io. La tira fuori e mi mostra orgoglione una cosa che avrà avuto la lama da 22 cm, col manico scuro e la sicura inserita. (Ho detto che non amo le armi da taglio, mica che non le conosco…) 
«Uà, bella! – dico con gli occhi fintamente sgranati e l’espressione falsamente sorpresa. – La fai scattare? Vorrei vederla aperta…»
Lui, ormai prigioniero in una spirale di presunzione di plastica e osso pieno, spegne completamente il cervello e da sfogo alla sua totale inesperienza. Prova ad aprirla, ma non ci riesce. Una, due, tre volte. Niente. La cosa non scatta.
«Ma che è, rotta?» dico evitando di ridergli in faccia. 
«NonèpoTTibbile. L’ho comprata aieri!»
«Ma dove l’hai presa?», fingo interesse.
«Da mano a mio cuggino», dice deluso.
«Vabbè, dai. Non importa.» – dico d'un fiato per levargli quella cosa da mano prima che potesse accorgersi della figura di merda fatta e, dal nervoso, schiattarmela nell’intestino crasso. Per intanto eravamo arrivati a piazza Vanvitelli, luogo dove contavo di trovare già il cavaliere ad aspettarmi. Appuntamento del quale il rapinatore non era certo a conoscenza. La sola speranza che aveva di potersi fare una cosa di soldi per la serata è stata calpestata da una coltello, diciamo, rotto e ulteriormente sfrantummata quando gli ho mostrato il portafogli, contenente davvero solo 10 Euro. La sua faccia triste mi ha quasi fatto pena. Aveva quasi gli occhi lucidi e cercava di nasconderli guardando da un’altra parte. Li puntava ovunque, ma non sulla mia faccia.
Io che sono nata col difetto suicida della curiosità e della compassione verso il prossimo (se dite quest’ultima cosa a qualcuno vi scanno dove state, state, ve lo giuro…) gli metto una mano sulla spalla e faccio: «Oh…» come a consolarlo. A lui scappa una bestemmia in aramaico e quando sta per cominciare a parlare arriva il cavallo su due ruote che mi porterà all’agognato castello dove, finalmente, dormirò il sonno dei giusti. Però…

…Però mò io voglio andare a leggere un libro coi miei tre gatti, sul letto. Continuate voi. Nel sondaggio sotto riportato ci sono diverse soluzioni circa la fine della storia che avete appena letto. Votate e vediamo che ne esce fuori. Questo fatto durerà 5 giorni (o anche una settimana, se avrò di meglio da fare) e la soluzione che avrà riscosso il maggior numero di preferenze verrà certamente pubblicata. Con l’effettivo finale della vicenda che potrebbe anche essere riportato tra le varie. Se non voterete non saprete mai com'è andata a finire e verrete mangiati dalla smania, divorati dalla curiosità. Vi uscirà il fegato da bocca e lo stomaco canterà Lacrime napulitane.

venerdì 27 marzo 2020

Mi salvò la cazzimma (14 novembre 2011)

Fino a ieri notte non avevo internet in casa. E neanche il telefono. Non credevo che m'avrebbe preso così, ma ero letteralmente disperata. Anche perché pensavo che avrei dovuto sorbirmi una tre giorni con mia madre in casa e, vi assicuro, non è così semplice. Quantomeno internet non mi avrebbe istigata al suicidio, sarebbe stato una distrazione nei momenti di apoteosi biliare. Era zompato tutto. Non potevo nè chiamare, nè ricevere telefonate. Il computer, era ridotto a un soprammobile.  
Anche per sfogarmi un attimo, ieri ho chiamato mio padre. Gli ho spiegato la situazione e lui, subito: «Ma mò se stai con Telecom io con qualcuno potevo provare a parlare - Giggino lavora al centro direzionale nel palazzo di quei piecuri e ha avuto il pocone di farsi voler bene dall'ultimo spazzino, al primo dirigente. Lo chiamano tutti per cognome e si telefonano anche alle feste comandate. La cazzimma, che grande cosa... - per vedere di fargli muovere un po' più presto il culo, che quelli tengono già la capa nel capitone, ma cu Fastweb io cu chi parlo appapà? Jamm' jà, vedi che si aggiusta tutto..» 
Ho telefonato a Fastweb circa 10 volte in meno di 24h e tutto ciò che gli operatori sapevano dirmi era che occorrevano 72 ore per sistemare tutto. Prendevano tempo, insomma. Tutti. Tranne l'ultimo. Quello che ieri sera, quando ho chiamato giurando che avrei pianto se fosse stato necessario, mi ha detto che si trattava di un problema tecnico dovuto a qualche cavo che s'era scassato. E che doveva essere riparato o sostituito nella centralina. E che, quindi, doveva essere Telecom ad intervenire. Il cervello recepisce il messaggio. I neuroni iniziano a ballare la samba. La lampadina si accende. Richiamo mio padre e gli dico quel che poco prima mi è stato detto. 
Risposta: «Mò m'o bbec' ije!» 
Questo ieri sera. Stamattina, ore 7.00 circa. Nel meglio del sonno. Il telefono di casa squilla e io non riesco immediatamente a capire che avrei dovuto già cominciare a fare l'hula hula in ringraziamento perchè se il telefono squillava, 90 su 100 anche la connessione era tornata. Rincoglionita, rispondo: «Pronto?» 
Dall'altra parte una voce di uomo: «Sì signò sono il tecnico della Telecòm (l'accento non è un errore di battitura, ma una fedele riproduzione della cronaca)!» 
 «A me non serve Telecom. Ho Fastweb. Grazie, buongiorno.» E metto giù.  
Tre secondi dopo il telefono risquilla. La stessa voce dall'altra parte: «Nun attaccat' Signò, song' o tecnico d'a Telecòm! Sentite un attimo...» 
«Ma vi ho già detto che non mi serve Telecom. Ho Fastweb. E adesso fatemi dormire un altro poco, per piacere...» E metto giù.  
Cinque minuti dopo un'altra telefonata. Sempre sul telefono di casa. «Pronto?» 
Dall'atra parte: «Terè!» Era mio padre tutto incazzato. «Ma che sang' e chit'è muort' 'e passat! Ci sta un amico mio che ti sta chiamando a casa per vedere se ti sente bene che ti hanno aggiustato il telefono e tu o' ttacc' a chiammata 'nfacc?!» 
Guardo la cornetta che avevo in mano. Realizzo. Mi faccio piccola, piccola. Muoio di scuorno. «No, è che stavo dormendo..»
 «Vedi che mò ti richiama. Verimm' e nun fa figur' e merd'!» 
Il tecnico, effettivamente, mi ha richiamata. Mi ha chiesto di accendere il router wiifii, controllare le lucine, verificare che la connessione procedesse bene e compagnia bella. In sostanza, guasto riparato. Mò non è che mio padre sia il pataterno. Stamattina ha solo fatto una telefonata, questo madonna è andato alla centralina col mio numero di telefono di casa tra le mani, ho sostituito il cavo e poi hanno eliminato la prenotazione della riparazione dal database, credo. 

Morale uno: fatevi gli amici in tempo di pace, che vi possono servire in tempo di guerra. 

Morale due: sono salva. E questo dovrebbe interessarvi più di ogni altra cosa. 

Morale tre: il pensiero di avere internet e mia madre in casa allo stesso tempo quasi mi mette di buon umore, la verità. 

Morale quattro: la cazzimma di Giggino mi salva sempre il culo.

giovedì 26 marzo 2020

Rubare per mangiare (14 dicembre 2011)

Ieri l'Ansa ha riportato la notizia di due anziani della provincia di Teramo che hanno rubato in un supermercato cibarie per un valore di 70 Euro. Pasta, carne. Nascoste sotto il cappotto. Vivono soltanto con la pensione minima di lui. Quando sono arrivati i carabinieri che li hanno identificati hanno ammesso di aver rubato per mangiare, perché non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese. Sono riuscita oggi a reperire l'indirizzo di queste persone ed ho intenzione di raccogliere un po' di soldi per permettergli di fare la spesa. Almeno per la settimana di Natale. Magari, se gli gira, in quello stesso supermercato dove quella latrina del direttore (anziché pagargli da mangiare per almeno tre giorni) li ha denunciati, fregandosene. Chi vuol prendere parte alla raccolta può contattarmi in privato via email
Inutile dire che sarà fatto tutto nella massima trasparenza. Posterò lo screenshot dei bonifici ricevuti e la scansione del vaglia postale che ho intenzione di inoltrargli entro la fine di questa settimana, al massimo lunedì prossimo. 

Non m'interessa essere più buona a Natale, né mi frega del Natale in sé. Ma visto che per adesso mangio ancora tutti i giorni, mi è difficile farlo senza pensare a loro che ieri, a casa, ci sono tornati senza cibo.