La cardarella è poliglotta. Translate!

2 dic 2025

dicembre 02, 2025 - No comments

Ieri


Sto aspettando di fare la TAC/PET per la mia stadiazione oncologica.

Sono in sala d’attesa e la vita mi passa accanto come un fiume che non mi vede. C’è chi sbuffa, chi controlla l’orologio, chi si stringe la giacca sul corpo come se quel freddo non appartenesse solo all’aria. Oggi poi — stranamente — non vedo teste scoperte, non vedo chi come me ha perso i capelli. Eppure nell’aria c’è la stessa ansia che ci accomuna tutti, quella che non ha bisogno di segni per farsi riconoscere.

Negli ultimi mesi ho spesso pensato di scrivere qualcosa per chi sta per affrontare questo percorso doloroso e sorprendente che sono le cure oncologiche.

Poi mi fermavo.

Buttare nero su bianco quello che ho vissuto mi sembrava un modo per inchiodarlo lì, per ammettere che sì, è successo davvero. Forse temevo che scriverlo lo rendesse meno passato. O forse non ero pronta.

Ma oggi sì.
Oggi sento che serve dirlo.
Serve a chi non sa, a chi ha paura di chiedere, a chi pensa che “tanto è normale, lo dicono i medici”.

Perché aspettare un oncologo, a volte, è come aspettare la fata turchina e chiederle un attico a Dubai.
L’oncologo è lo stoico per eccellenza:

“Dottò, alla terza chemio sono uscita reggendo l’intestino.”

Risposta: “Eh, ma sono le chemio.”

“E quindi cosa posso fare…?”

Spallucce.

Sempre loro.

E allora ti chiedi se questo sia davvero il destino scritto per noi: soffrire in silenzio, perché “siamo nati per soffrire”. Ma io non sono un distributore di merendine, non sono un contenitore da svuotare e riempire.
Io sono una persona.
Una persona che vorrebbe solo riuscire a camminare senza lacrime agli occhi, alzarsi dal letto senza tremare, non vomitare addosso al mondo tenendo insieme la propria dignità con due mani.
Perciò cominciamo. Parliamone.

Durante le terapie potrebbe succedere che la pianta dei piedi diventi rosso fuoco.
Rosso fuoco per davvero, e così resterà.
Camminare diventa un percorso a ostacoli sul pavimento dell’inferno.
L’unica cosa che mi ha salvata: olio di mandorle dolci, due volte al giorno.
Non fa miracoli, ma restituisce un po’ di tregua.

Il naso dentro si brucia. Letteralmente. Respirare fa male, ogni respiro è un graffio.
La mia salvezza: olio di iperico, due volte al giorno. È acqua messa sul fuoco, un gesto piccolo ma potente.

Le sopracciglia e le ciglia… cambiano.
Diventano corte, dure, come peli bruciati su una candela.
Io lo sapevo, quindi a gennaio — prima dell’inizio del ciclo — ho fatto il microblading.
Per le ciglia: olio di ricino.
Ricrescono più forti, più folte. Ricordo ancora il giorno in cui ho rimesso il mascara: ho pianto.

I capelli resistono un po’. Poi no.
Alla seconda chemio ho rasato tutto.
E mi sono messa foulard di bamboo, orecchini grandi, trucco forte. Non per vanità: per ricordarmi che ero ancora io. Per la ricrescita: olio di rosmarino.
Alla quinta terapia già mi comparivano i primi peletti. Erano come piccole promesse.

La nausea. Se siete miracolati dallo zenzero, vi voglio bene e vi stimo. Io non ho avuto questa fortuna.
Le mie ancore sono state:

bibite gassate

ondansetron EG 8 mg

Funzionavano quel tanto da permettermi di respirare.

Acqua: sarà la cosa più bella del mondo. L'acqua. Da allora non bevo più acqua naturale, perché ormai a quella gassata che mi calmava la nausea mi sono abituata a tal punto che bere quella liscia mi da fastidio, come se stessi ancora in terapia. Acqua, almeno tre litri al giorno. 

Pelle: sarà sempre secca e allora ci compreremo una bella crema idratante e profumata e usciremo di casa. 

A volte (quasi sempre) la permanenza in ospedale si ruberà mattinate intere, l'attesa per la terapia sarà snervante, i colloqui con i medici insoddisfacenti e rapidi. La fame, se arriva, si combatte con qualcosa di salato. Dolce, antistaminico, chemio e cortisone non vanno d'accordo. 

E poi c’è la grande domanda: di che colore torneranno i capelli?
Nessuno lo sa. Possono tornare come prima, oppure bianchi. È una lotteria. Ma torneranno. Nel mio caso sono tornati biondissimi, poi sono diventati castani, biondi e bianchi allo stesso tempo. Poi biondi e ora ne ho più di quanti ne potessi immaginare. Torneranno, come i ricordi.

La pace di dentro, quella no. Non tornerà più. Nessuno è più la stessa persona di prima dopo il cancro. E nessuno potrà mai essere in grado di superare il lutto per la perdita della propria vita precedente. Si vive col dolore, un dispiacere costante. Ogni volta che si rivivono gli esami diagnostici per la stadiazione o anche le analisi del sangue, si ripercorre un intero anno daccapo. Anche in cinque minuti. Ogni tanto mi chiedo "ma è successo a me? Sicuro?" poi tocco il port che ho ancora sotto la clavicola destra e lui sta lì a ricordarmi quello che ho sopportato. Perché poi il dolore per il lutto si mischia all'orgoglio di essere sopravvissuta e allora diventa più sopportabile. 

E allora sì, scrivo tutto questo perché qualcuno lo legga e si senta meno solo.
Perché quando entri nel mondo del cancro ti sembra di cadere in un pozzo senza istruzioni.
E che fai se cadi in un pozzo? Urli, strilli, i capelli dalla testa te li strappi. Poi prendi un respiro e ti guardi attorno. Cominci a guardare dove puoi arrampicarti per uscire, se ci sono appigli. Mentre li cerchi qualcuno ti cala una corda, l'afferri e inizi a salire. Una volta fuori l'unica cosa che ti chiederai sempre è: "Come cazzo ho fatto a cadere"?

Ora io avrò il referto il 9 dicembre, un paio di settimane prima di Natale. Intanto mangio ansia, paura e bevo acqua frizzante per lavare via i ricordi. Poi tocco il port.  E sta ancora là.



29 nov 2025

novembre 29, 2025 - No comments

Il bulldog inglese


Colore: bianco o bianco con chiazze marroni o nere (tipo mucca) oppure tigrato con macchie bianche, tipo versione cafona di un cane corso.

Peso: non superiore ai 25 kg e mezzo, ma questo se avete un bulldog che si crede un castoro e non vive per il cibo.

Muso: il bulldog non ha un muso. Ha una faccia.

Zampe: corte, tozze, doppie, possenti. Che utilizza sopratutto per chiamarvi mentre mangiate qualcosa o se gli passate accanto e dirvi quindi di aprire il frigorifero. Che le zampe possano essere usate anche per camminare è un dettaglio, per lui.

Testa: quadrata e occupata da osso pieno.

Altezza: il cane vi arriverà al polpaccio, sarà un coso corto e tarchiato che sculetterà tipo samba quando tornerete a casa perché non ha la coda. Ma non lasciatevi ingannare dalla statura. Anche una palla di cannone è corta, ma sempre una palla di cannone resta.

Petto: largo, perché ha il cuore molto grande.

Denti: grossi e storti. Per lo più i canini inferiori li tiene fuori, con la lingua in mezzo. Assumendo quindi un’espressione estremamente intelligente.

Orecchie: piccole e cadenti, molto sensibili al rumore di una confezione di cibo che viene aperta.

Collo: possente, largo, attaccato alle spalle come la buonanima di Maurizio Costanzo. Infatti vi conviene insegnargli a non tirare da piccolissimo, altrimenti, per evitare l’effetto bandiera, lo lascerete spesso a casa e vi ritroverete un cane spalmato costantemente sul divano.

Carattere: testardo, coraggioso, affettuoso, permaloso, tenace, dolce, leale, suscettibile. Se chiamate il cane mentre sta dormendo e insistete perché lui finge di non sentirvi, a una certa vi raggiunge. Ma ormai è incazzatissimo perché l’avete fatto spostare. Grande amante della lotta, resta un cane che non potrete mai coinvolgere in uno sport faticoso. Ma abituarlo a passeggiate rilassanti (anche lunghe, considerando i limiti del cane) farà sì che lui si preparerà alla porta quando vi vedrà indossare la giacca per uscire. Il bulldog non è un cane da formula 1, non si arrampicherà mai contro un muro. Ma se fingerete di svenire o vi vedrà piangere, andrà in panico e farà di tutto per aiutarvi.

È come quelle persone con l’espressione sempre incazzata, ma alle quali se chiedi mezza mela perché hai fame, mette a bollire l’acqua per la pasta.

novembre 29, 2025 - No comments

Aldo


Quando l’ho preso tra le braccia per la prima volta, Aldo era un batuffolo compatto con due occhi tondi che sembravano chiedere:

“E mò? Chi sei tu per me?”

Non lo sapevo ancora, ma quel cane sarebbe diventato una delle cose più importanti che ho, dopo Alessandro.
E sì, lo so che i bulldog inglesi fanno ridere a guardarli, con quel passo da lord stanco e la faccia da filosofo del Rione Sanità.
Ma Aldo, per me, è stato molto più di un cane buffo.
È stato il respiro dopo tutto.
Dopo la malattia.
Dopo le corse, le chemio, i salti tra un ricovero e una terapia.
Dopo il silenzio pesante che mi restava addosso la notte.
Dopo le perdite.
Dopo il “mo’ basta” che mi ripetevo ogni giorno solo per rimettermi in piedi.
Aldo è entrato in casa come sanno fare solo i bulldog: senza chiedere permesso, ma occupando subito il divano e il cuore.
Si è piazzato vicino ad Alessandro, lo ha guardato un attimo, e da quel giorno Ale non è più rimasto solo nemmeno un minuto.
Non parla?
Aldo manco.
Eppure si capiscono in una lingua che io neanche immagino.
Aldo è la parte morbida delle mie giornate.
È quel peso da tre tonnellate che dorme sulle mie gambe e non si sposta manco se cade il Vesuvio.
È la risata che mi parte quando sento i suoi rutti aristocratici dopo cena.
È l’amore che non ti chiede nulla se non di esserci.
E io, che per anni ho messo tutto e tutti davanti a me, con Aldo ho capito che si può stare al mondo anche senza giustificarsi.
Si può essere stanchi.
Si può essere fragili.
Si può essere vivi.
Lui è così: vivo.
E mi ricorda ogni giorno che – dopotutto – lo sono anch’io.
Aldo è la prova vivente che dopo Orso, dopo quel dolore lì, il cuore si può riaprire, anche se pensi sia impossibile.
Non lo sostituisce.
Non ci prova nemmeno.
Aldo è un capitolo nuovo, scritto con le stesse mani stanche ma con gli occhi più lucidi.
E io, oggi, sono grata di averlo.
Perché quando ti rialzi dal fango e ti guardi intorno, ti accorgi che la vita sa ancora sorprenderti.
E a volte lo fa con un bulldog inglese che pesa come una lavatrice e ama come un gigante.




novembre 29, 2025 - No comments

Napoli: la storia di Orso che arriva al cuore . Dal blog di Laura Scarpellini


A Napoli la storia di Orso, un affettuoso bulldog inglese, ha toccato il cuore di molti. Orso non era solo un animale domestico: era il compagno inseparabile di Alessandro, un ragazzo affetto da disabilità che aveva trovato in lui un alleato prezioso nel superare le sfide quotidiane.

Storia di Alessandro e il suo amico speciale

“Alessandro è un bambino autistico, dolcissimo. Prima che morisse Orso (avvelenamento) Ale diceva pochissime parole, ma le diceva. Poi ha smesso completamente. Comportamenti problematici, stereotipie vocali. Le stesse che ha avuto tutto il 2024, durante le mie chemioterapie. Ma c’era Orso con lui e con me. Io sono un educatore cinofilo e Orso è stato di supporto per me durante le cure e per mio figlio nella sua quotidianità. Ora con Aldo si sta ristabilendo piano piano un equilibrio. Sono un nucleo familiare monogenitoriale, quindi stare dietro a tutto è faticoso. Ma vedere che ora mio figlio fa come faceva con Aldo esattamente come faceva con orso quando era piccolo, mi fa capire che farlo entrare nelle nostre vite è stata la scelta giusta“.

Così ci racconta Teresa Pinto madre monogenitoriale di Alessandro . “Grazie alla presenza di Orso mio figlio aveva fatto notevoli progressi nel suo percorso di autonomia e socializzazione. Il cane lo accompagnava nelle passeggiate, nelle terapie e nelle attività scolastiche, diventando una vera e propria ancora di salvezza in momenti difficili. La loro storia rappresentava un esempio di come l’amore e la supporto animale possano fare la differenza per chi affronta disabilità”

Purtroppo, questa storia d’amore si è conclusa in modo tragico. Orso è venuto a mancare improvvisamente dopo aver ingerito presumibilmente del veleno per blatte lasciato davanti a un’attività commerciale senza alcun avviso o precauzione. La perdita del cane ha devastato Alessandro e la sua famiglia. La madre del ragazzo ha sporto denuncia contro ignoti, denunciando l’incauto gesto che ha portato alla morte dell’amico fedele.

L’evento ha scosso profondamente la comunità locale e ha sollevato importanti questioni sulla sicurezza degli animali domestici e sulla tutela dei soggetti più vulnerabili. Marco ha avuto enormi difficoltà ad accettare la perdita del suo amico a quattro zampe, manifestando problemi emotivi e comportamentali legati al lutto.
Un nuovo arrivo che apre ad una nuova vita

Per far fronte a questa tragedia e per onorare la memoria di Orso, la madre del ragazzo ha deciso di adottare un nuovo bulldog, sperando di ridare speranza al figlio e ricostruire il legame speciale che avevano condiviso. Inoltre, ha fondato un’associazione dedicata al supporto dei ragazzi con disabilità, con particolare attenzione alla tutela degli animali domestici e alla sensibilizzazione sul rispetto delle norme di sicurezza per gli animali in generale.

Questa iniziativa mira a creare una rete di sostegno per le famiglie coinvolte in situazioni simili, promuovendo l’importanza dell’affido responsabile e della prevenzione dei rischi legati all’uso improprio di sostanze tossiche. La storia di Orso diventa così un simbolo di resilienza e speranza: dimostra come anche nelle circostanze più dolorose si possa trovare una via per trasformare il dolore in azione positiva.

Come hai vissuto il momento improvviso della perdita del tuo adorato bulldog Orso e in che modo questa perdita ha influenzato il percorso di tuo figlio autistico?

La sera in cui Orso è andato via mi faceva male tutto. Avevo dolore in tutto il corpo. Ricordo che quando ho perso mia madre camminavo, ma non sentivo la terra sotto i piedi. Le gambe andavano a vuoto. Ma quando ho perso Orso non c’era un punto del corpo che non mi faceva male. Il mio compagno voleva abbracciarmi e io gli gridai di non toccarmi. Per tre giorni ho bevuto solo acqua. Alessandro si è chiuso, completamente. Mesi di lavoro terapeutico buttati, pensai. Prima di questo enorme lutto Alessandro diceva poche parole; morto Orso più nulla. Ha ricominciato a spiegarsi a gesti, già avuto alcune notti insonni ed è stato estremamente irascibile. Stereotipie vocali e motorie fuori controllo. È regredito di colpo. Anche con i terapisti è stato intrattabile, loro sono stati bravi: hanno rispettato il suo lutto e gli hanno dato tempo senza forzarlo.

In che modo l’arrivo di Aldo, il nuovo bulldog, sta contribuendo a rafforzare il legame tra tuo figlio e il suo mondo, aiutandolo a uscire dall’isolamento?

L’arrivo di Aldo ha contribuito a sciogliere piano piano i nodi che si erano creati tra il mondo di Alessandro e il nostro.

“Ce ne sono ancora parecchi, perché Aldo è un cucciolo che sta imparando le regole di casa, il giusto modo di approcciarsi a noi e ad Alessandro soprattutto. Con Orso ormai c’era un equilibrio perfetto fatto di routine e orari che il cane conosceva. Per Aldo ora è tutto nuovo e dobbiamo dargli tempo. Ma la presenza del cucciolo, il fatto che anche Alessandro debba prendersene cura, lo sta aiutando ad assopire il dolore. Certo, non passerà. Ma purtroppo la vita è fatta anche di questo. Alessandro ha visto Orso ed ha assistito alla sepoltura in silenzio. I figli non si possono proteggere da tutto e io ho voluto che lui si rendesse conto fino in fondo di cosa accade quando un amico ci lascia. Come ora si sta rendendo conto del fatto che però permane un filo invisibile che continua a legarci a chi non c’è più. Che l’amore resta e dobbiamo scegliere se conservarlo o incanalarlo di nuovo. Con Aldo abbiamo scelto di dargli una strada, bellissima”

Quali sono state le sfide più grandi nel ricostruire un rapporto di fiducia e amicizia tra tuo figlio e il nuovo cane, e come le avete superate?

“Le regole. Regole che Alessandro ha dovuto ricordare (non infastidire il cane mentre mangia, lasciarlo dormire tranquillo, cogliere i segnali di gioco che il cane ci da). Contemporaneamente insegnare al cucciolo che la nostra vita è fatta anche di abitudini e orari, che piano piano imparerà. Ora io sto lavorando su due fronti, come ho fatto anni fa. Ci sono riuscita una volta, ci riuscirò anche questa”

Cosa ti ha spinta a creare un’associazione di volontari per supportare altre famiglie che affrontano la perdita di un cane di supporto, e quali sono gli obiettivi principali di questa iniziativa?

“L’Associazione non è ancora ufficialmente creata. Sto aspettando che uno dei soci fondatori legga lo statuto e mi dia l’ok. È un avvocato e voglio andare sul sicuro. Ho pensato a quanti ragazzi disabili possano avere serie difficoltà se l’amico di una vita li lascia. Difficoltà nel quotidiano, nel ristabilire la vita nell’ assenza. Perché la cosa peggiore è aprire la porta di casa e non trovarli. Ho pensato ai genitori, a quanto possano sentirsi avviliti, addolorati e spaventati nel vedere i figli disperati o in regressione. L’associazione, a casa di Orso e Ale, accorperà educatori cinofili (tra i quali la sottoscritta), terapisti, psicologi, operatori, tecnici del comportamento e avvocati. Queste figure aiuteranno la famiglia ed il disabile nella gestione del lutto. Gli educatori cinofili saranno di sostegno qualora la famiglia decidesse per una nuova adozione. Il supporto dell’associazione sarà completamente gratuito. Anche quello riguardante la scelta di un nuovo amico da introdurre in famiglia, con un percorso educativo della durata di 6 mesi (così i genitori non si sentiranno avviliti dal nuovo arrivato che avrà tutto da imparare)”.





Quali messaggi di speranza e di forza vorresti condividere con altre mamme e famiglie che si trovano ad affrontare una perdita simile o che stanno vivendo momenti difficili?

“Niente è impossibile. Il dolore c’è, è grande. Quando si vede il proprio figlio regredire diventa enorme. Subentrano la rabbia, i sensi di colpa. Ma io ho parlato con mio figlio e gli ho chiesto: “Vogliamo prendere un altro cagnolino, Ale? Guarda però che sarà diverso da Orso. Avrà un altro carattere, dovremo ricominciare daccapo.” Lui a gesti mi ha detto di sì. E siamo corsi da lui. La faccia che ha fatto mio figlio quando ha visto Aldo non la dimenticherò mai. Parlate con i vostri figli, spiegate loro che purtroppo esistono anche cause non naturali ed improvvise che ci costringono a un addio prematuro. Aiutarli non significa nasconderglielo. Chiedere loro se sono pronti a una nuova avventura farà parte del percorso. Alessandro ha ricominciato a dire mamma da poco e io sono convinta che la presenza di Aldo sia fondamentale. Spiegare ai ragazzi che il nuovo amico non sostituirà il precedente, ma sarà una strada nuova per il tanto amore che questi ragazzi – troppo spesso soli e poco inclusi – hanno da dare. E poi tanta pazienza, ma quella ai genitori dei ragazzi disabili non manca. Alphonse de Lamartine diceva: “Ovunque vi sia un infelice Dio invia un cane.” Penso che questa frase la dica lunga, più di qualsiasi altra cosa.La faccia che ha fatto mio figlio quando ha visto Aldo non la dimenticherò mai. Un sorriso a 43 denti e gli occhi stretti e lucidi. L’ha toccato subito. Orso ha aiutato Alessandro durante le mie chemioterapie, durante quasi tutto il 2024. L’ha distratto quando ha dovuto vedermi senza capelli e vivere gli effetti collaterali dei farmaci. Come ha aiutato me, del resto. Adesso Aldo lo sta aiutando a far scivolare via quella fase cocente del dolore, a sopportarla meglio”.

Benvenuto Aldo!




Fonte: Napoli: la storia di Orso che arriva al cuore - Laura Scarpellini

novembre 29, 2025 - No comments

Orso


Ci sono vite che arrivano senza chiedere permesso e senza fare rumore, ma che una volta entrate non se ne vanno più.
Orso è stato questo: un battito aggiunto al mio cuore, una bussola, un sorriso, un appuntamento quotidiano con la dolcezza che non tradisce mai.
Lo presi quando non avevo niente da offrire se non le mie mani stanche e un amore enorme che non sapevo ancora di avere. Lui invece lo sapeva già. Mi guardò come ci si guarda una casa: come qualcosa che si riconosce prima ancora di capirla. E da quel momento fu tutto semplice. Tutto giusto.
Orso era goffo e delicatissimo allo stesso tempo. Respirava forte, russava come un vecchio marinaio, si metteva a pancia in su quando capiva che avevo bisogno di sentire il peso del suo corpo per ricordarmi che ero ancora viva. Era un cane, sì, ma soprattutto era un modo di stare al mondo: più lento, più tenero, più giusto.
È stato il fratello grande di Alessandro, il suo primo educatore, il suo specchio emotivo.
Quando Ale parlava poco o niente, Orso parlava per lui. Lo guardava, lo seguiva, dormiva accanto al letto come una sentinella minuscola con il cuore gigante. Era il suo mediatore, la sua sicurezza, il suo traduttore simultaneo di emozioni.
E lo è stato fino all’ultimo istante.
Quando Orso è morto, non è andato via davvero.
Ha lasciato una scia.
Ha spostato qualcosa dentro di noi che non tornerà mai com’era prima, ma che ci ha reso migliori, più capaci di amare, più capaci di proteggere.
Ci sono giorni in cui mi sembra di sentirlo camminare, altri in cui mi sembra di sentirlo respirare nei silenzi di casa.
Poi ricordo che l’amore non fa rumore quando cambia forma: resta, semplicemente.
Orso è dentro quello che faccio adesso, dentro ogni cane che aiuto, dentro ogni bambino che accompagno.
È la radice di “A Casa di Ale”.
È la ragione per cui ho deciso di rimettere insieme i pezzi e costruire un luogo sicuro per noi e per chi verrà dopo.
Non gli potrò mai dire abbastanza grazie.
Ma posso scriverlo qui, in questo spazio che per anni è stato la mia voce, e oggi torna a esserlo anche per lui.
Grazie Orso.
Per avermi scelto.
Per averci amati così.
Perché quello che hai fatto per noi non lo fa nemmeno un essere umano.
E se da qualche parte si può vedere, sentire o sapere, voglio che tu lo sappia: continui a vivere.
E continuerai finché vivremo noi.


Per sempre il mio Orso.