giovedì 10 novembre 2011

Un ventricolo parlante

No, ma dico: lo vedi che ore sono?
Eh, l'hai visto no?
Io non riesco a dormire.
Gli occhi mi bruciano, le mani tremano, le gambe non riescono più a starsene quì sedute, ballozzolanti tra un sì, ora mi alzo e vado e un no, resta e scrivi.
Eppure prima a letto ci sono andata.
Ma non appena ho messo la testa sul cuscino mi sentivo sveglia, vispa, viva.
Come se la giornata fosse appena iniziata e io avessi già milleuna cose da fare.
Ti è mai successo? Ti sei mai incazzato con te stesso perchè non riesci a dormire?
E' una brutta sensazione, se ci pensi bene.
Ti senti impotente verso te stesso e, cinicamente parlando, è un brutto fatto.
Ho gli occhi sbarrati, il cervello attento e il lobo frontale preso a cazzotti dalla realtà che continua a ripetergli che no, si sta sbagliando. Che ha sbagliato tutto fin dall'inizio.
E' un po' come se ci fossero due entità a svolazzargli attorno: il bene (dolce, affettuoso, gentile, amorevolmente insopportabile) e il male (cinico, sarcastico, infame, realisticamente vero). E ognuno dei due da il proprio parere sulla faccenda. Ognuno dei due parla, straparla. Uno, per esempio, dice una cosa tipo: "Ma guarda che non ti stai sbagliando. Dai ascolto al tuo cuore, all'istinto. Pensa, ricorda. Metti insieme i pezzi e vedrai che non hai torto. No, non ti stai sbagliando..." , facendomi lievitare in un sogno ad occhi aperti dove ci siamo io e te, a parlare, davanti a una tazza di caffè mentre la città si sveglia.
L'altro, il realista stronzo, dice invece: "Sei la solita illusa del cazzo! Sbagli sempre tutto e commetti continuamente errori di valutazione. Sei un'idiota che da troppa importanza alle parole. Esistono le coincidenze, cosa credi? E poi perchè tu e non un'altra? Cos'avresti tu che altre mille non hanno anche più di te? Ma vai a dormire, povera debosciata!"
Quale faccenda, chiedi?
Eh, lo vedi?
Non esiste nessuna faccenda!
Il mio liquido meningico s'è mischiato a due litri di grappa e s'è inventato tutto.
E non ha capito un cazzo.
Mi succede spesso questa cosa.
Ma ancora non c'ho fatto l'abitudine.
Di non capire un cazzo, dico.
Questa volta però ho toppato alla grande. E non c'è ago, non c'è filo, non c'è maestrìa di mano che possa ricucire. Avrei preferito una figura di merda in pubblico, che una deplorevole investigazione personale. Sul piano emotivo, poi...
E' devastante. Ti fa sentire piccola e sola. Però sono sicura che pure a te è successo. Tu mi somigli.
Cazzo! Sono quasi le 4.30 del mattino e tu certo non stai seduto lì, a contemplare un monitor di merda...No, tu stai dormendo. Si, vabbè. Magari ti sveglierai tra poco, ma adesso dormi. E per quanto la mia parte razionale (ne ho una, stai tranquillo. E' un po' afflosciata, ma c'è. E' ancora viva, non l'hai ancora fatta fuori e ti prego...oh ti prego. Non farlo. Lasciala stare, seppur agonizzante. No, non farlo. Non sparare. Non avrei più speranza di guarigione. Mi lasceresti nel limbo dell'affezione, dell'affetto e resterei affetta dal virus del sogno ad occhi aperti per sempre.) sa che è così, sa che quella grappa era di un'ottima annata e che quel miscuglio ha sbrindellato ogni neurone ancora consapevole, io sto quì. E tu non ci sei.
Adesso avrei voglia di ascoltare della musica.
O forse no.
No, meglio di no.
Magari mi metterei a piangere e non scriverei più.
Che se adesso continuo e butto fuori parte di quello che ho in corpo, quando tutto questo sarà finito e lo rileggerò tra un po' di tempo, potrò anche farmi una sonora risata alla faccia tua.
E godermela. E pensare con presunzione che chi l'ha preso nel culo sei stato tu, non io.
Hai mai fatto caso a quanto ci si difende, talvolta, con la presunzione?
Si diventa immuni a qualsiasi offesa, anche se viene perpetrata senza malizia o intenzione.
E io mò questo devo fare. Lo devo a me. Vorrei farlo. Provo a farlo.
Guarda, non so se c'hai fatto caso, ma non sto nemmeno cercando le parole per esprimermi.
Non me ne frega un cazzo di cercarle. Sto scrivendo a due persone, adesso.
A te e a me. O forse a me e poi a te.
Porco cristo. Ho letto il tuo nome così tante volte che l'ho consumato. Ho sempre pensato che il tuo nome è una delle cose più belle del mondo. E' musicale, ti riempie la bocca, ti da gioia. E' un'accozzaglia di vocali e consonanti così perfetta da sembrare surreale. Ma lo sai che se t'avessero chiamato anzichè come ti chiami, ad esempio, Francesco Maria Fornari, non avresti sortito sulle mie tempie lo stesso effetto?
Non che il nome in una persona sia importante, per carità. Non lo penso.
Ma credo che il tuo sia la sintesi della completezza e dell'eleganza.
Se ci penso intensamente riesco quasi a visualizzare delle scene, ma ti rendi conto?
Può venirmi in mente un evento di folklore come un prato verde o anche una distesa di neve, tanto è ineccepibile quando lo si pronuncia.
No, non ti sto pigliando per il culo, credimi.
E' vero.
Lo sai che il ventricolo sinistro del mio cuore è un pochino più grande rispetto a quello che sta a destra? Forse è per questo che sono così. Ma è come una maledizione. Però a volte penso che vivere disillusi è tremendo. Se non avessi la capacità d'illudermi per qualcosa avrei già la vita desertificata. Dal punto di vista emozionale, dico.
Diciamoci la verità: con le ultime due frasi cercavo di consolarmi.
Oggi mi è venuta in mente una cosa che feci quando avevo circa quindici anni.
Mi innamorai di un ragazzo. Ero cotta proprio. Lui aveva otto anni più di me.
Io sentivo, sapevo che anche lui provava per me lo stesso interesse se non di più. Anche se non mi era stato mai detto nè fatto capire in alcun modo. Eppure lo sapevo. Non mi chiedere perchè o per come. Se ti fa piacere pensa che si tratta di sesto senso femminile o tutte quelle puttanate che propinano i settimanali rosa di terz'ordine. Tornando al fatto, presi coraggio e una sera gli raccontai che m'ero pigliata una scuffia per un tipo. Che poi era lui, ma glielo dissi senza dirgli che era lui. Lo feci per vedere che tipo di reazione avrebbe avuto e appurare se le mie sensazioni erano fondate o costruite su un castello di biscotto. Dall'espressione che ebbe, capii che non mi sbagliavo. Che il mio intuito mi aveva risparmiato un abbaglio. O almeno così mi sembrò.
Durante la discussione, che da parte sua assunse a un tratto toni freddi e distaccati, mi chiese se avevo detto a questa persona cosa avevo in corpo.
Senza battere ciglio gli dissi: "Lo sto facendo in questo momento."
Siamo stati insieme un anno e mezzo circa poi, per vicissitudini che non sto a raccontarti, ognuno ha preso la sua strada.
Mò questa cosa te l'ho raccontata per due motivi.
Il primo, facilmente immaginabile: ho bisogno di convicermi che non è nato tutto nella mia testa. Anche se, effettivamente, non è nato un beneamato cazzo.
Il secondo, per riallacciarmi al discorso della presunzione.
Io fui come non mai presuntuosa, in quell'occasione.
Presuntuosa e supponente.
Però avevo ragione.
E non c'è quasi niente di più bello, diciamocelo.
Non amo puntualizzare l'ovvio, ma quando elabori un pensiero (che si basi aulla scorta di un qualcosa di vissuto, di una sensazione, di qualcosa di visto o anche semplicemente ragionato - il ragionamento, secondo me, richiede meno sforzo dell'avere la sensazione di qualcosa -) e poi la vita ti conferma che così era, beh, può anche essere meglio di una scopata.
Oh dio, magari meglio di una scopata no. Però siamo lì.
Mò ammesso che io abbia ragione, ammesso che le mie impressioni, sensazioni, siano corrette, potrei sapere perchè non accade qualcosa che possa farmelo capire?
E' un tormento, credimi. E io mi sento come un elastico tra due dita.
La cosa peggiore che tu potresti dire adesso è che di tutto questo sproloquio non hai capito una ceppa. Affermazione che andrebbe soltanto a confermare la mia presumibile stupidità.
E il fatto che, ora come ora, scrivendoti, non avrei fatto nulla di più sbagliato.
Il cuore di una donna, una che tende ad utilizzarlo con scarsa ragionevolezza, che involontariamente ne percepisce ogni battito, è come un libro.
E tu, nel caso in cui tutto quel che ho scritto ti sembrasse solo una serie di scempiaggini con poco senso, questo devi far conto di aver letto: una pagina.
Di un cuore qualsiasi.





martedì 8 novembre 2011

Dialoghi generazionalmusicali. Sergio Endrigo vs Pink Floyd 1 a zero.

Dovete sapere che nell'ameno e ridente luogo in cui mi trovo, poco distante, abita un vecchio. Cioè, no...Non è proprio un vecchio. E' una persona anziana, ecco. Sta sui sessantacinque, tra le altre cose portati una mezza latrina. Involontariamente e anche un po' per forza di cose, quando porto i canottoli a passeggio, passo e spasso sotto il suo balcone chè io so' guagliona. La spiaggia è raggiungibile soltanto passando lungo il viale e, quindi, davanti casa sua. La stradina adiacente, idem. I contenitori della monnezza che i canidi amano particolarmente, pure. Insomma, io aggia passà a forz' davanti alla casa di questo. E spesso, molto spesso, lo incontro. Anche lui aveva un'amica a quattro zampe. Una cacciuttella sciancata che è campata fino a 16 anni ed è venuta meno qualche mese fa (una prece). Il vecchio ha fatto amicizia con i miei ciucciarielli. Grossi, sì. Ma molto socievoli. Specie se si tratta di ricevere un grattino sulle zampe posteriori o una carezza in fronte. Col passar del tempo il dialogo tra me e 'sto vecchio è passato da quattro monosillabi a
frasi complete e di senso compiuto; discussioni inframmezzate da battute sarcastiche, frecciatine e vabbè chevelodicoaffare... L'altro giorno lo vedo. Coi suoi soliti occhiali da sole nonostante la fitta
nuvolosità e la polo a righe gialle e blu. Io saluto per prima. Fino a prova contraria so essere anche una persona educata.


«Buongiorno.»
«Buongiorno» , risponde lui facendo il gesto di togliersi un cappello immaginario. Queste movenze, non so a voi, ma a me fanno una tenerezza infinita. Non è rattusamma.
E' galanteria, quello che voi non capite.
Il vecchio non si perde d'animo e sbotta subito dicendomi una cosa che, secondo me, deve aver pensato almeno il giorno prima tanto era ben articolata la frase, ben dosato il tono della voce, ricercata l'espressione: «Quando ti vedo sai che mi viene in mente?»
«No, cosa?», rispondo per dargli soddisfazione.
«Sergio Endrigo. E in particolare una sua canzone: Teresa.»
Senza darmi il tempo di fiatare il vecchio inzia a cantare in mezzo alla strada, gesticolando ampiamente con le mani, a tipo semicerchio avete presente?


«Teresaaaa... quando ti ho dato quella rosaaaa..Rosaaaa rossaaa..Mi hai dettooo prima di teeee io non ho amato maiiii...La conosci?» mi ha chiesto subito dopo.
«No. Purtroppo no.» , gli ho risposto.
«E qual è la musica che conosci e che ti piace?», mi ha chiesto incuriosito.
«Mah...così su due piedi non saprei. Gli U2, Winston, i REM, Mirabassi, Springsteen, gli Stereophonics, Galliano, i Pink Floyd...»
Mentre elencavo orgogliosamente i nomi della musica che fa parte del mio iPod ho visto il vecchio calarsi gli occhiali sul naso e guardarmi senza, con la testa leggermente abbassata, l'espressione accigliata e le braccia nascoste dietro la schiena.
«Uh marò. Mò questo mi vatte», ho pensato.
Paraculamente mi sono corretta lungo il sentiero, come quando sterzi all'improvviso per non andare a sbattere: «...Luigi Tenco, Sergio Bruni, Modugno, Orietta Berti...» e nel contempo la faccia del vecchio si distendeva, come un lifting. Quando l'estenuante e vigliacca menzogna è finita, l'ho salutato lasciandolo lì che aveva ripreso a cantare quella che dice essere la mia canzone.


«...Non sono mica nato ieriiiiii..Per te non sono stato il primoooooo..Nemmeno l’ultimo lo sai lo so maaaaa..Teresaaaaaa...Di te non penso proprio nienteeeee...Propriooooo nienteeeee...Mi bastaaaaa...Restare un pocooooo accanto a te a teeeee..

domenica 6 novembre 2011

Solo la cera

Dice che era stato uno di quei sogni travagliati.

Di quelli che vanno raccontati, di quelli che sono esasperati, sfiniti, infiniti, iti.

Uno di quei sogni in cui lei sono io, ma potresti essere anche tu, perché Lei è il soffio della primavera appena arrivata, mentre lui, Lui, è l’autunno del cuore.

Le stagioni si rincorrono, ma primavera ed autunno non si incontrano mai.

E questo è il sogno di due che non avrebbero dovuto incontrarsi mai. Perché l’autunno rimane cupo, con l’estate fra i capelli ed il gelo nelle mani.

La primavera invece...

La primavera si spoglia lentamente.

La primavera è infreddolita e ha bisogno di calore.

La primavera si trucca di raggi di sole.

E si concede poco alla volta. Ma giorno per giorno sempre di più.

La primavera può scottare. Ma è la PRIMA, e vorrebbe essere unica, ma soprattutto è VERA, e che resti fra di noi, non è ubriacona come l’estate. La primavera è un po’ preziosa, un po’ frizzante,  ineffabile ed intangibile. L’estate la puoi far tua sempre. L’estate è forse un po’ zoccola.

La primavera sono io, ed ho incontrato l’autunno, mio malgrado.

L’ho rincorso, l’ho cercato e non l’ho afferrato mai. 

In realtà non lo volevo, non del tutto. Uscivo dall'inverno, non volevo l'autunno.

Ho urlato, scalciato, strepitato, danzato. Fatto di tutto per somigliare all'estate e farmi notare, lasciando svolazzare tutte quelle farfalle nel mio stomaco, dando ascolto solo al mio intuito, stupidamente.

Adesso nella mia testa ci sono solo i segni dell’ultima volta che autunno ha abitato casa mia.

E non l'abiterà mai più.






venerdì 4 novembre 2011

Colla pazza

«Non toccare», mi ha detto. «Perché?», ho domandato. «È colla. Una colla speciale, super adesiva». «E perché l’hai comprata?». «Mi serve, ho un sacco di cose da incollare». «Ma non c’è niente che abbia bisogno di essere incollato» mi sono spazientito, «non capisco perché tu compri tutte queste scemenze». «Per lo stesso motivo per cui ti ho sposato» ha risposto lei stizzita, «per passare il tempo». Non volevo litigare, perciò sono rimasto zitto. Anche lei è rimasta zitta. «È efficace questa colla?» ho domandato. Lei mi ha mostrato la confezione con la fotografia di un uomo appeso al soffitto a testa in giù dopo che gli avevano spalmato di colla le suole delle scarpe. «Nessuna colla riesce a fare una cosa simile» ho detto, «questo signore è stata fotografato normalmente, in realtà sta in piedi su un pavimento. Hanno soltanto capovolto un lampadario in modo da dare l’impressione che il pavimento fosse il soffitto. Lo si capisce dalla finestra. Vedi? La maniglia è montata al contrario». Ho indicato la finestra che appariva nella foto, ma lei non l’ha guardata. «Sono le otto» ho detto, «devo scappare». Ho preso la borsa e l’ho baciata sulla guancia. «Oggi torno tardi perché...» – «Lo so» mi ha interrotto, «fai gli straordinari».

Ho telefonato a Mihal dall’ufficio. «Oggi non posso venire» ho detto, «devo tornare a casa presto». – «Perché?» ha domandato, «è successo qualcosa?» – «No... cioè, a dire il vero sì. Penso che lei abbia dei sospetti». C’è stato un lungo silenzio all’altro capo del filo, potevo sentire i respiri di Mihal. «Non capisco perché restiate insieme» ha sussurrato alla fine, «non fate niente voi due, non litigate nemmeno più. Non riesco a capire, non riesco proprio a capire cosa vi tenga uniti. Non capisco» ha ripetuto ancora, «davvero non capisco...». Si è messa a piangere. «Non piangere Mihal» le ho detto, «è arrivato qualcuno, devo riattaccare», ho mentito. «Verrò domani e ne parleremo. Promesso».

Sono tornato a casa presto. Appena entrato ho salutato ad alta voce ma non ho ottenuto risposta. Sono passato da una stanza all’altra. Lei non c’era. Sul tavolo della cucina ho trovato il tubetto della colla completamente vuoto. Ho cercato di spostare una sedia. Non si è mossa. Ci ho riprovato. Neanche di un millimetro. L’aveva incollata al pavimento. Il frigorifero non si apriva, aveva incollato anche quello. Non capivo il perché di tutte quelle assurdità, lei era sempre stata assennata, non capivo cosa le fosse successo. Mi sono diretto verso il telefono in salotto. Forse era andata da sua madre. Non sono riuscito a sollevare il ricevitore, aveva incollato anche quello. Ho preso rabbiosamente a calci il tavolino del telefono e mi si è quasi distorto un piede. E il tavolino non si è nemmeno spostato. Allora l’ho sentita ridere. La risata arrivava da qualche parte sopra di me. Ho alzato lo sguardo e lei era lì, appesa a testa in giù, attaccata a piedi nudi al soffitto del salotto. L’ho guardata allibito. «Dì un po’» ho domandato, «sei impazzita?». Non ha risposto, si è limitata a sorridere. Il suo sorriso pareva talmente naturale, ora che stava appesa così, all’incontrario, come se le labbra si tendessero da sole grazie alla forza di gravità. «Non ti preoccupare, ti tiro giù io» ho detto sfilando dei libri dagli scaffali. Ho impilato alcuni volumi dell’enciclopedia e mi ci sono arrampicato. «Forse ti farà un po’ male» ho spiegato cercando di mantenermi in equilibrio in cima ai libri. Lei ha continuato a sorridere. Ho tirato con tutte le mie forze ma non è successo niente. Sono sceso con prudenza dai libri. «Non ti preoccupare» l’ho rassicurata, «vado dai vicini a telefonare, a chiamare aiuto». «Va bene» ha riso lei, «io non mi muovo». Ho riso anch’io. Era così bella e insensata appesa così, all’incontrario. I suoi capelli lunghi ondeggiavano, i seni sembravano due gocce d’acqua cadenti sotto la maglietta bianca. Era così bella. Mi sono arrampicato sulla pila dei libri e l’ho baciata. Ho sentito la sua lingua toccare la mia, la pila dei libri è crollata e mi sono ritrovato a dondolare nell’aria, senza nessun appoggio, appeso solo alle sue labbra.

Etgar Keret

lunedì 31 ottobre 2011

Il treno

Andare alla stazione con lo zaino in spalla e dirigersi verso il binario tre senza neanche fare il biglietto o dare un'occhiata alla destinazione del treno in arrivo.
Aspettare con l'espressione sicura, calma.
L'espressione di chi sa che cosa sta facendo e perchè.
Guardare il treno arrivare senza chiedersi niente.
Salire e cercare un angolo per sedersi.
Osservare quelle vite che viaggiano con interesse, cercando di carpirne i pensieri dagli sguardi. Immaginare le loro esistenze e fantasticarci sopra, come un ricamo.
Chiudersi nel cesso del vagone per fumare di nascosto.
Cercare il controllore prima che lui arrivi per pagare il biglietto, dicendogli che c'era troppa fila alla stazione e avresti rischiato di perdere il treno.
Scendere in una località qualsiasi, sconosciuta.
E cominciare a camminare.

Questo è nient'altro farei adesso.


giovedì 27 ottobre 2011

I can change! (La ruota della macchina)

Premessa

Sapete quando uno sta facendo una cosa pericolosa e poi all'improvviso esce dalla stanza dove è accaduto un danno irreparabile (chessò: è zompata la corrente provocando un principio d'incendio, è crollato il soffitto, i muri hanno iniziato a parlare) e con le braccia ben'in vista, magari i vestiti strappati e un paio di smorfie di autocompiacimento grida: «Sto bene! Sto bene!» e avanza orgoglioso verso la folla? Ecco, così.
Sto bene. Il braccio non mi sta dando problemi e il mio voto a sant'aulin ha sortito il suo effetto. Ok, premessa fatta. Passiamo appresso.

L'altra mattina

Girovagavo in macchina (che la moto non l'ho presa perchè pioveva a zeffunno) lungo la via Appia quando...

No, aspettate, la rifaccio.

Bestemmiavo nel traffico ogni santo, che l'Appia quando piove diventa un macello quasi peggio di Napoli voragini a parte, quando sento nitidamente un "fffssshhhhhh" preoccupante, provenire dal lato anteriore destro della macchina. Fortunatamente mai come l'altro giorno non mi sono incaponita e ho accostato appena ho potuto costatando che il mio sospetto era fondato. La carrozza aveva forato. Mò vai trovando chi stronzo ha lasciato cadere un pezzo di vetro, un chiodo, un coso qualsiasi sull'asfalto. Quando capita qualcosa di seccante succede sempre che bisogna trovare un capro espiatorio, anche immaginario, col quale fare cerebralmente a cazzotti da quì all'eternità. Scesa dall'auto, infradiciata dall'acqua già nell'arco dei primi cinque minuti, ho fissato quella gomma bucata per un po', quasi come un requiem. Come se avessi voluto dirle addìo. Fatto il funerale a quella ruota di merda, ho preso coraggio, e mi sono messa all'opera. Cambiare la gomma bucata è stata la prima cosa che mi ha insegnato Giggino perchè "si è 'na cos' non lo devi prendere in culo." (Parole sue). Stavo accovacciata davanti all'infausta morte della gomma floscia con tutto quello che mi serviva accanto, le mani nere e la faccia bagnata quando vedo una macchina uscire dalla fila trafficosa, approfittare di un po' di spazio dietro per un pizzico di retromarcia e accostare davanti alla mia. Dall'auto sospetta scende un uomo sui 35 anni , camicia stirata, jeans puliti e fede ben visibile. Lì per lì faccio finta di niente, visto che il tizio poteva anche essersi fermato per i cazzi suoi, ma non nascondo che ho messo in dubbio le sue capacità cognitive vista la manovra che ha fatto. Si avvicina e standosene a un paio di centimetri da me, ma in piedi (cioè, voi dovete immaginare la scena: io accovacciata co' sta ruota bucata davanti e lui vicinissimo ma in posizione eretta. Non vi fa venire in mente niente?) chiede:
«Ti ho vista dallo specchietto. Serve aiuto?»
Senza neanche girarmi, poichè sarebbe stato piuttosto imbarazzante ritrovarmi faccia a faccia col cavallo dei suoi pantaloni, rispondo: «No, grazie. So farlo da sola.»
E mi accingo a togliere i cosi che bloccano la ruota, che mò non mi ricordo come si chiamano, stando attenta a dove li metto perchè se ne perdi un paio devi creare il pezzotto altrimenti la ruota potrebbe scappare.
Il tipo vede che non ho difficoltà, ma insiste: «Ma dai, ti aiuto. Se lo facciamo insieme è meglio no?»
«No.»
«Ma ti sei svegliata col piede storto stamattina?»
«Semmai alzata...»
«Eh, si. Quello.»
«No.»
«E allora?»
«E allora che?»
«Perchè non vuoi che ti dia una mano, scusa? Del resto sei una femmina. Se non ti aiuto ci passi la giornata.»
«Ma non vedi che sono già a tre quarti del lavoro? E poi scusa, col fatto che sono una femmina non sono capace di cambiare una gomma bucata? O magari tu che sei maschio sei in grado di farlo meglio? Sono tutte stronzate (tutto ciò mentre continuavo a lavorare senza guardarlo neanche in "faccia" che altrimenti avrei visto un paio di jeans e nient'altro.) e chi vi ha fatto crescere con queste convinzioni dev'essere buttato sotto la 95ma barrata. Vi affidate ai luoghi comuni, vivete per convenzioni. Per tua informazione io so usare il trapano, il seghetto alternativo, so fare lavori d'idraulica, so verniciare, cucire e cucinare. E non necessito dell'aiuto di nessuno, soprattutto se non è richiesto.»
Mentre chiacchieravo autocelebrandomi, lo stronzo s'è accasciato vicino a me e fissava le mie mani sporche. Dev'essere stato un gesto di un secondo perchè non me ne sono neanche accorta quando ha rubato da terra i cosi che dovevo rimontare per tenere la ruota ferma.
Ho preso a girare attorno alla macchina con lo sguardo puntato per terra, cercandoli.
«Cerchi qualcosa?»
«I cosi.»
«Che cosa?»
«I cosi!»
«Ma che cosa?»
«Ma t'e faje e cazz' tuoje?!»
Stavo impazzendo, veramente. Sarò rimasta a contemplare il vuoto (per essere precisi il punto in cui avevo poggiato a terra i cosi, quasi a sperare di vederli comparire dal nulla all'improvviso) per cinque o sei minuti buoni. Poi, a un certo punto, l'illuminazione: «Mò sai che c'è? Svito un coso da ogni ruota, tanto con tre si può camminare così ne recupero altri tre da montare sulla ruota cambiata. Si, si. Mò faccio così.»
Il tizio sbianca e lascia cadere le braccia lungo il corpo. Poco dopo, con l'espressione di chi ha perso e s'è rassegnato all'averlo preso tutto d'un botto dolorosamente, mi apre la mano davanti e me li passa.
«Li ho presi da terra e manco te ne sei accorta. Volevo dimostrarti che c'è sempre bisogno dell'aiuto di qualcuno. Soprattutto di un uomo quando si tratta di motori e simili, ma mi sbagliavo. Hai trovato una soluzione alla quale non avevo neanche mai pensato...»
«E' normal'! - esclamo interrompendolo - Io sono napoletana. Tu no.»
Rimonto tutto, metto a posto e quel maronna continua a fissarmi in modo imbarazzante.
Credevo stesse per sentirsi male avendo visto sgretolarsi tutte le sue convinzioni del cazzo in un'oretta scarsa.
Poi, invece, prende coraggio e se n'esce con la frase più stupida che si possa dire ad una donna: «Ok, è stato un piacere conoscerti. Allora l'ho memorizzato il tuo numero di telefono...»
Mò la tattica avrebbe voluto che io gli dicessi che non gli avevo dato nessun numero e lui si sarebbe sentito autorizzato a chiederlo.
Nel frattempo avevo già fatto il giro dell'abitacolo e me ne stavo con la portiera aperta a contemplare cotanto scempio umano. Approfitto della palese demenza guardando alle sue spalle, sgranando gli occhi e tappandomi la bocca ispirante con la mano, facendogli credere che chissà cosa stava succedendo mentre lui faceva il mollicone.
D'istinto il tizio si gira, io rimonto in macchina, infizzo la prima e lo lascio lì sul ciglio della strada. Il coraggio di guardare la sua immagine allontanarsi dallo specchietto non l'ho avuto, vigliaccamente.

Comunque ho deciso di prendere il brevetto di guida veloce.

giovedì 13 ottobre 2011

Di come vai in ospedale per una visita ed esci sei ore dopo

L'hai trascorsa tutta. Hai visto le lancette dell'orologio scandire i minuti, le ore. Hai visto le pagine del libro che ti teneva compagnia diventare viola, poi rosse, mentre storcevi la bocca ad ogni fitta di dolore che ti pervadeva il braccio. Che partiva dal polso e arrivava fin sopra la spalla. Hai visto il tatuaggio che hai sulla scapola prendere il volo (è una farfalla) e abbandonarti. L'hai vissuta completamente tra gemiti e distorsioni corporee, seduta in cucina. L'hai vista avvolgere la città dormiente e scappare via come una ladra non appena il sole si è degnato di sbadigliare, facendo capolino dal mare.

La notte, se la trascorrete insonni e in solitarìa, con un dolore che non vi da pace, è una creatura infame e bastarda. Bella, sì. Ma stronza assai. Le chiedi di andarsene o quantomeno di aiutarti a prendere sonno...macchè. Non ti sente proprio. Anzi, ti dice che vuole compagnia e quindi ti mantiene sveglia. Il dolore si acuisce e diventa dolore condito da altri dolori.
Dolore, sempre dolore, solo dolore.

Finalmente qualcuno in casa si sveglia e ti trova lì, con i capelli arruffati, gli occhi pesti e gli occhiali sul naso e ha anche la faccia di culo di domandarti:
«Tesoro! Ma sei già sveglia?»
«Ma veramente io a dormire non ci sono venuta proprio...»

Infiammazione del tunnel carpale che da qualche giorno è tornata. Ho provato a combatterla con l'antinfiammatorio e sembrava pure che avesse funzionato, ma stanotte quel nervo si sarà calato qualcosa perchè me lo risputava in faccia come un neonato che rigurgita acqua fresca. Ci si lavava la faccia e poi svuotava tutto il bacile di Aulin nella mia vescica.

«Andiamo in ospedale?» , chiede il compagno mentre beve il caffè che ho fatto io col solo ausilio della mano sinistra. Ormai sono un fenomeno da baraccone.

«Ma veramente vorrei asp...» Non finisco neanche di parlare che cicciobbello chiama l'Amico. Il fratello che non ho mai avuto. Quello che mi ritrovo sempre vicino quando ne ho bisogno. Quello che stamattina ha minacciato di arpionarmi con la fiocina, se non avessi accettato come minimo di farmi visitare. Dieci minuti e me lo ritrovo fuori la porta.

«Portala tu. Quando sta con te non da in escandescenza. Così io posso andare a lavorare tranquillo. E poi a te t'ascolta. Con me manco per il cazzo.»

Vengo prelevata quasi di peso e caricata in macchina. Giunge la solita telefonata mattutina di quell'altra imbecille di Stefania che chiede, come al solito:
«Uè stronza. Buongiorno. Che stai facendo?»
«Veramente sto andando in ospedale perchè...»
Non ha chiesto cos'è successo. Ha solo detto di aspettarla all'incrocio che conosciamo e che sarebbe venuta anche lei.
Arriviamo al pronto soccorso e, a parte due o tre litigate con altri astanti che, tra una fitta e l'altra, ho egregiamente sostenuto, ho atteso due ore e passa per essere visitata.
Arrivata lì alle 10.00, alle 12.00 e poco più il mio braccino era tra le mani del medico di turno. L'ha tirato, l'ha toccato, l'ha accarezzato, l'ha distorto, ha stretto la spalla quando ha saputo che mi faceva male anche quella.

«E' una bruttissima infiammazione del carpale. Il nervo mediano è compromesso. Ci vuole l'intervento. Per stasera sarà anche dimessa. Si tratterà di fare un'incisione sulla mano e decomprimerlo un po' col bisturi. Il punto è che dobbiamo essere rapidissimi perchè alla signorina fa malissimo. E dopo l'operazione starà benissimo

«Stronzissimo!» , ho detto tra i denti con un sorriso che più di plastica veramente non si poteva.

Poco dopo...
«Sto volando Jack, sto volando!»

Con le braccia aperte, mentre percorrevo stesa sotto le coltri, il corridoio della corsia ed incontravo volti conosciuti, che si chiedevano cosa ci facessi io lì, che mi avevano visto 5 minuti prima entrare in ospedale con la borsetta e gli occhiali da sole, con i capelli vaporosi e qualche smorfia di dolore.

«Mi hanno ricoverato. Mi operano.»

«Ma... ma... ma...»

«Ci vediamo giù in sala!»

La sala operatoria profuma.

Sa di tensione, di freddo, di luci bianche, di bip di monitor, di teli verdi, camici bianchi. Sa di fili in ogni dove, sa di vene non trovate, di buchi rifatti, sa di disinfettante e propofol.
Sa di carezze sul viso di chi ti conosce. Ed io ho la fortuna di conoscerli.

«Adesso comincerai a sentirti rilassata.»

«D'accordo.»

«28 anni giusto?»

«Veramente sono ancora 27...»

«Ma quanto è alta, questa?»

«Questa è alta 1.75, Dottò!» , dice l'infermiere mentre mi guarda e mi fa l'occhiolino.

«Quanto ha detto che pesa? 70 kg?» , chiede il medico.

«Veramente no!»

«E tu che ci fai ancora sveglia?»

«Vigilo sulla veridicità dei dati sul mio conto.»

«Ma tu dovresti dormire adesso.»

«Datemi un cuscino almeno, io su sto coso freddo non ci riesco bene.»

«Allora sono 75 kg?»

«E alloraaa?! Io vi denuncio!»

«Si può sapere quanto pesa?  E perchè non è ancora sedata? Bambina cerca di stare tranquilla.»

«Come faccio a stare tranquilla mi hai detto che peso 75 kg!»

«Dormi.»

«No, adesso prendete una bilancia e mi pesate. 75 kg io? Ma stiamo scherzando?!»

«Fumi?»

«Se lo vedete uscire dalle orecchie è perchè mi sto incazzando!»

«Bevi?»

«Solo due vodka martini la mattina»

«Fai uso di droghe?»

«Non vi si può nascondere niente...»

«Ah no, abbiamo solo dimenticato di aprire la valvolina, ora arriva Morfeo!»

E' un nanosecondo. Mi viene in mente il post operatorio, eventuali medicazioni quotidiane, l'impossibilità di muovere la mano destra per almeno 10 giorni, un'infezione, un'irritazione, la mano che si staccava da sola durante la notte...

«Fermi tutti! Non mi voglio operare più!»

La mano dell'anestesista si blocca sulla valvolina, i portantini mi fissano, il chirurgo avrebbe voluto uccidermi, l'infermiere di cui sopra spalanca la bocca.


«Levatemi 'sto tubo dal braccio che voglio uscire. Prima che mi venga una crisi isterica, per favore.»

«Ma...ma....ma....»

«Non m'interessa. Se non volete morire tutti impiccati dalle garze fatemi uscire. Voglio andare a casa.»

«Ma...ma...ma...»

«Ma m'imbottirò di antinfiammatori e buona notte. Non voglio sapere niente.»

Mi rilasciano un foglio dove sostengono che mi hanno ricoverata e dimessa nel giro di poche ore.

Nome e Cognome: xxxxxx xxxxx
Età: 28 anni
Peso: 70kg
Reparto di degenza: chirurgia geriatrica.

Io li denuncio. TUTTI.

domenica 9 ottobre 2011

I will survive... Grazie alle chiavi della moto.

Non era un giorno di pioggia, nè Matteo e Giuliano incontrarono Licia per caso. Ma una gentil donzella doveva comunque recarsi in un posto che era solita frequentare, quando - per un periodo - si occupò di cronaca giudiziaria. Il tribunale di Napoli. Quello che sta al centro direzionale. Quello che ha i faldoni delle cause penali visibili a tutti. Quello che ha i pezzi d'intonaco che ti cadono in testa e le stanze dei magistrati coi posacenere colmi di cicche. I divieti per i giudici sono un'optional. I giornalisti (piccola premessa) fanno parte di una brutta razza. E vanno a braccetto con gli avvocati: sono tutti busciardi. Non dicono la verità neanche se li paghi, se si tratta di mentire per avere una cosa di soldi. Sono cinici, sarcastici e saccenti. Come la fanno loro, una cosa, non la fa nessuno. Camminano a testa alta sempre, con arroganza. S'arrabbattano correndo a destra e a manca e non ammetteranno mai che si devono fare il mazzo per guadagnare. Tu che hai il posto fisso e guadagni 1200 Euro al mese, è inutile che guardi con la faccia soddisfatta: non proverai mai l'ebbrezza di avere a che fare con i pluripregiudicati che potrebbero impalarti da un momento all'altro. Quindi hai la vita piatta. Gli avvocati e i giornalisti no. Detto questo, raccontiamo quel che accadde una mattina che la donzella di cui sopra, ancora con gli occhi abboffati di sonno, raggiunse il loco ameno entrando dalla parte dei pregiudicati e di quelli che avrebbero trascorso la mattinata in attesa di essere interrogati (lei, degna figlia di suo padre, sarà sempre dalla parte del popolo). Arriva in moto. Pagato l'euro alla zenghera onnipresente che parla un napoletano più stretto della vasciaiola che abita il vico di fronte al mio palazzo, m'avviai verso l'ingresso. Finalmente fu il mio turno per entrare. Consegnai la borsa alle guardie giurate, loro la fecero scorrere sotto il rullo che le fece la radiografia (e loro poterono appurare che avevano di fronte una che non ha tutta la casa appresso, in borsa. Ma Napoli e Piedigrotta...) e nel frattempo io mi avvicinai al metaldetector.

Lo scostumato suonò, facendomi guardare con sospetto dai presenti.

"Ha oggetti metallici addosso?" mi chiese una delle guardie.

"Ma veramente no. Ho tolto tutto prima di entrare." , risposi.

"Mah. Riprovi a passare."

Quel coso saputello suonò di nuovo. A quel punto stavo cominciando a innervosirmi.

"Ma lei è sicura di non avere nulla di metallico addosso? Chessò, baipass, ferri nelle gambe,  una placca in testa..."

"Non mi risulta. Cioè è vero che so' capa tosta, ma non ho ferri da nessuna parte."

"Ripassi."

Niente. Il metaldetector non smetteva di suonare e sinceramente non sapevo più come comportarmi. Ormai stavano marchiando a fuoco un simbolo, per etichettarmi come terrorista e preparando il rogo per farmi bruciare in mezzo al piazzale, ma una voce, dall'esterno, mi salvò pur mettendomi ancor di più in imbarazzo: "Signurì e spogliatevi, no? Così lo vediamo tutti che non avete coltelli addosso e stiamo più tranquilli..."

Calò il silenzio. L'aria per me divenne una torta che si poteva tagliare con un coltello o anche col wilkinson a due lame. L'avrei potuta appallottolare e usarla come palla da bowling, veramente. O anche per tirarla in fronte a tutti (avvocati - riconoscibili dal cravattone e dalla borsa diplomatica pezzotto comprata a piazza Dante -, guardie e astanti) quelli che avevano incrociato le braccia in attesa dello streep live. Il subconscio mi aiutò a difendere la mia virtù, ricordandomi che le chiavi della moto erano state accolte dal reggiseno. Ed è così sempre visto che, se le metto in borsa, poi mi vengono le rughe per ritrovarle. Infilai una mano dentro la maglietta e lo tirai fuori.

"Eccolo, eccolo! - esclamai - Era questo che faceva suonare 'sto coso!"

Ripassai e il metaldetector restò zitto. Nel contempo, però, sentii un monosillabico verso di  delusione, riassunto in un "Uah..." unisonante che tranciò l'aria con un rompighiaccio. Recuperai la borsa da Mary Poppins e m'avviai finalmente verso la stanza del Dott. Taldeitali. Senza sapere che, però, proprio quella mattina, in tribunale, non c'era.


Che poi, questo fatto, è stato inizialmente pubblicato su un altro blog dietro espressa richiesta del proprietario che ha ammesso, all'epoca, che le sue pagine facevano scendere la uallera.
L'ha detto lui, non io!

mercoledì 28 settembre 2011

Io non pubblico il 740. Ma il 750. Euri.

Nelle puntate precedenti

«Oh a me 'sto cambio non mi convince. Le marce entrano con difficoltà, guarda.»
«Si, c'ho fatto caso da un po'...»
«Embè a chi cazz' stamm' aspettando per portarla a vedè 'sta cosa?»
«Vabbè, ce la porteremo...»

Un po' di giorni fa, ore 21.30 circa

«Terè metti la mano un attimo sul cambio e vedi che fa» (Auto in movimento, in autostrada)
«Ma qua le marce non entrano proprio!»
«Eh. [...]»
«Mannagg' a chillu sang' e Giuda! S'è scassato il cambio!» Questa sono io. Ormai riconoscete lo stile.
«Eh, pare.»
«Fermati un attimo e proviamo con calma. Ma non la forziamo troppo che la frizione si brucia»


Niente. Restava inchiommata di terza e non si smuoveva. Non potevo restare lì, anche perchè mancava poco e sarei arrivata a casa di mammà. Botta di culo improvvisa: entra la prima. Si parte. Seconda, terza. Resta di nuovo di terza. Arriviamo al paesello e la macchina affronta una salita in terza. La frizione bestemmia e si comincia a sentire un odore acre, oltre alla mia disperazione. Continuavo a ripetere che avevamo bruciato la frizione, mentre mi sentivo rispondere che, invece, era solo lo sforzo affrontato dal veicolo. Arriviamo al cancello di mammà. Citofono a Giggino che scende con le infradito e i jeans. Comincio a piagnucolare tirando sù col naso in maniera frenetica, per ispirare pena e compassione. Che Giggino quando faccio così si squaglia sempre. Il tutto intercalato da un «Oh...Papà...» più o meno continuo, con le mie braccia attorno al suo collo. Lui continuava a ripetere: «Belladipapà ma ch'è successo?»
E io, ancora: «Oh...Papà...»
E lui: «Zitt', ja...che tutto s'aggiusta. Ma mò me lo dici perchè mi hai fatto alzare dal letto?»
Tutto sempre con voce dolce e calma, tenera, amorevole.

Continuando a piagnucolare ho preso coraggio e gli ho detto: «Papà s'è scassato il cambio.»
Lui, che a quella macchina è affezionatissimo e l'ha prima data a mio zio e poi ha convinto mio zio a darla a me (evidentemente per averla sempre sotto controllo), la considera ancora sua. E quindi potete immaginare qual è stata la reazione.
«CHE COSA?!»
«Oh...Papà...»
Silenzio di lutto. Poi Giggino chiede: «Ma chi guidava?»
Io, subito: «Lui!» indicando il compagno, povero cristo, rendendolo quasi responsabile di un incidente che prima o poi sarebbe successo. Stiamo parlando di una vecchia signora bianca che ha ormai gli acciacchi suoi. La macchina, dico.
Giggino prende coraggio e afferra il toro per le corna, come suo solito dopo aver metabolizzato una brutta notizia.

E dice: «Ma cumm'è, le marce non trasono proprio?»
«No. Resta di terza e non si muove.»
«Ma che è 'sta fetamma?!»
Silenzio
«Avit' appiciat' a frizion?!?!»
Mio padre aveva gli occhi color rosso sangue. E' rimasto qualche manciata di secondi immobile ad annusare l'aria come se quell'odore avesse potuto fargli capire se la frizione era o meno fottuta per sempre. Intanto io, per calmarlo, continuavo a piagnucolare anche se meno insistentemente. E allora lui fa il padre. Mi accarezza la testa, mi abbraccia e trappanamente mi consola: «Jà bell'appapà non ti preoccupare, mò papà vede di pezzottarla. Mal che vada ti porto io a casa, ma mò non piangere più, okkè?»
Smetto di frignare, altrimenti l'avrei fatto solo innervosire. E lui si trasforma in "Giggino, il meccanico pezzottino."
Apre il cofano e s'arrampica, s'infizza, si sporca, afferra, tira, molla, sbatte e rimette il cambio a posto. Pezzottando.
«Mò entrano la prima, la seconda e la terza. Almeno così tornate a casa e domani la fate vedere dal meccanico. Però non dovete forzare il cambio. Altrimenti ciao core
C'avviamo e l'odore acre sentito in precedenza diventa più forte. Fino a che la macchina non esala l'ultimo respiro lasciandoci in balìa del buio, in autostrada.
Fermi con le quattro frecce accese, il triangolo posizionato e tanta disperazione, aspettiamo il carro attrezzi. Poco prima si ferma un'auto, davanti a noi, poco distante. Era Giggino. «Stavo troppo col pensiero e vi sono venuto a scortare. Ma mò è morta proprio? Avete chiamato il carro attrezzi? Ti serve una cosa di soldi, appapà?»
Soldi non ne ho accettati. Aveva già fatto troppo. Così come ha fatto tanto anche il carrista, che mi ha scucito 200 Euri per portare me, il compagno e i canotti fino a garage. Dall'autostrada a Napoli. Poi dal garage a casa ci siamo arrivati noi, con le borse pesanti in spalla che dopo la cena da mammà saremmo dovuti andare in località marina.
Fortuna che c'è stato Roby che è venuto a prenderci due giorni dopo per permettere almeno a me (che la cicciobombolone's leg, the infinite history non è ancora finita quindi per lui niente ammollo) di mettere un po' le pacche nell'acqua e vivere qualche momento felice a dispetto di mesi estivi di merda. Pacche nell'acqua in senso letterale.
Con le pacche nell'acqua in senso figurato mi ci ha lasciato il meccanico, alcuni giorni dopo il blocco: 750 Euri per la riparazione. Non era solo la frizione, ma anche i freni e anche il freno a mano e poi il cambio eccetera.
Che noi, qui, non ci facciamo mancare niente!

Intanto, per la cicciobombolone's leg, si comincia a parlare di terzo innesto. Si sta procedendo per tentativi e la cicatrizzazione è lentissima. Troppo lenta in un soggetto giovane. E ancora mi chiedete perchè non scrivo quasi più?

lunedì 19 settembre 2011

Convenzionalmente

Nasci e t'imbacuccano subito con tutine e nastrini del colore apposito. Cresci con l'irrefrenabile voglia di diventare grande. Nel frattempo diventi un adolescente e neanche te ne accorgi. Hai a che fare con i tuoi simili e i tuoi coetanei e cominci a sospettare che c'è qualcosa che non va nella gente. Senza dare troppa importanza al fatto che la gente pensa che c'è qualcosa che non va in te. Diventi adulto e il sospetto diventa certezza. T'immergi (o almeno, ci provi) nel mondo dello studio, poi in quello del lavoro. Ti rendi realisticamente conto del fatto che non è semplice. Però, nel contempo, scarichi negli acquisti per la casa da pagare con un mutuo improponibile tutte le tue frustrazioni. Ma se ci sono riusciti i tuoi genitori, a fare tutto questo, ci riuscirai anche tu. Conosci l'altro sesso e ti piace credere nel fatto che esista, a parte te, una persona "normale". Di conseguenza ti convinci che ne vale la pena. La frequenti e ti adatti al suo stile di vita. L'altra persona fa la stessa cosa fino a che non diventate una coppia (una sola vita, due individualità distrutte dai concetti sociali e dalle convenzioni). Ma tu pensi sempre che non potresti stare senza di lei/lui. Non potresti vivere. Ti sentiresti solo/a. E allora, per avere la sicurezza egoistica di averla/o disponibile tutta la vita, ti condanni a morte sposandola/o. Già il giorno dopo le cose cambiano. Ma tu lo ignori. Fatto questo ti guardi attorno e sei perseguitato dai bambini. Il tuo cervello recepisce un messaggio subliminale: "Fallo anche tu. Fallo anche tu. Fallo anche tu." Ci provi. Non arriva. Ci riprovi. Arriva. Trascorri le notti senza dormire. Il neonato intanto cresce. E tu lo imbacucchi subito con tutine e nastrini del colore apposito. Lui cresce con l'irrefrenabile voglia di diventare grande. Nel frattempo diventa un adolescente e neanche se ne accorge. Ha a che fare con i suoi simili e i suoi coetanei e comincia a sospettare che c'è qualcosa che non va nella gente. Senza dare troppa importanza al fatto che la gente pensa che c'è qualcosa che non va in lui/lei....

E così ciclicamente fino alla fine dei tempi.

Ma lo sapete che questa è veramente una vita di merda?

giovedì 18 agosto 2011

Le perle di Giggino.

«...Io non li sopporto quelli che se vanno al Bar, chiedono un cornetto in coppia e poi se lo fanno spartere due parti millimetriche e se lo mangiano a metà per uno perchè così sono convinti che non ingrassano. Oppure quelli che chiedono il cornetto integrale o vuoto. Ma che sang' 'eddie! Ma magnatill'! Il cornetto integrale è nu sciacquapalle, diciamocelo. Nun sap' e nient'. O te lo magni o non te lo magni. Poi ci stanno quelli che la pizza se la fanno fare senza olio. Ma che senso ha? La pizza deve grondare grasso, ti deve colare l'olio da mano, ti deve far arrecriare! Che sfaccimm' t'a magn' affà? Per compagnia? E tanto vale che ti fai fa' 'na nzalatell', no? Poi ci stanno i peggiori e li vedi solo d'estate: quelli del gelato assaggiato. Li incontri in gelateria che tu stai già con il megacono in mano, pieno, pieno, e loro fanno avanti e indietro guardando i gusti. Scelgono il cono più piccolo o, ancora peggio, il cuppetiello, e praticamente due cucchiaini a testa e è fernut' tutt' cos'. Li schiaccerei sotto le scarpe. Ma chella maronn' e chi t'è stramuort', ma fa caldo, s' schiatt', ma magnatill' san'! Capisco che poi non è che ti puoi mangiare un capretto sano, però quando torni a casa ti fai una bella insalata di pummarole col tonno e stai apposto, no? Invece no! Si mangiano un assaggio di gelato, che il resto gli rimane tutto di desiderio, e poi ti dicono che stanno a dieta. Mò a quelli del gelato, della pizza, del cornetto e tanti altri io vorrei dire che capisco la dieta, perchè non è che si deve andare di lavanda gastrica tutti i giorni... ma quando decidi che ti devi scassare, devi tornare a casa a quatt' zamp', non ci stanno santi! E figlio caro! Qua già facciamo una vita di merda. Se non magni e magari non ti fai nemmeno una chiantella, che cazz' camp' affà?»

Registrate questa massima di vita. Mentre l'ascoltavo annuivo nervosamente, tipo tic. Sono d'accordo su tutto. 

Intanto vi comunico che, in merito al sondaggio, la risposta che ha ricevuto il maggior numero di preferenze è stata: "
Voglio la verita', quindi non do pareri. Scrivi tu, io prendo le patatine."
La verità è che siete dei pigri di merda e vi sfasteriate di pensare.
Ma comunque, essendo io una persona di parola, racconterò la fine della storia da quì a breve. Appena non c'ho un cazzo da fare.
Per ora statevi bene.
[...]
[...]
Dimenticavo: Giggino è mio padre.


domenica 14 agosto 2011

La macchinetta che fa i complotti

In questo momento la più forte sensazione è il rimpianto.
Rimpiango di non aver avuto modo di filmarlo con l'iphone, di non aver quindi piazzato il contenuto su youtube e di non aver mostrato al mondo quanta segatura di capa gloriosa c'è a Napoli.

Giusto perchè dobbiamo ammazzare il tempo domenicale, pre ferragostano, caldo, pigro, guallerotico e anche quello che deve trascorrere prima di pubblicare i risultati del sondaggio, volevo dire che io sto a Napoli e che me la sto veramente godendo, la città.
E' bella, solitaria, assolata, silenziosamente assordante.
Sembra una signora pigra che sta alle terme e non ha nessuna fretta di uscirne.

Ieri sera decidiamo che vogliamo andare a mangiare fuori. Perchè una bella cenetta a base di mozzarella e pummarole ce la meritavamo; perchè essere serviti e riveriti è bello, ma è ancora più bello quando coi camerieri ci fai amicizia, li chiami per nome, chiudi con loro e prendete il caffè insieme, e anche perchè la salumeria di fiducia è in ferie e abbiamo esaurito le provviste che c'erano in casa. Usciamo, bivacchiamo per il centro storico (neanche tanto deserto, la verità?) e pensiamo che forse era giusto prelevare qualcosa. Un tizio occupa la macchinetta elettronica sputasoldi e intanto sbatte i cazzotti sulla scritta luminosa gialla che sta in alto.
Cicciobombolone ed io guardiamo la scena e capiamo subito di essere arrivati a teatro, senza passare a pagare il biglietto.

Il tipo parla con la macchinetta: «Eh. Te l'agg' dat' a cart', mò che bbuò?»
La macchinetta gli chiede il codice PIN. Lui risponde: «Mammt'!»
La macchinetta gli dice che l'operazione è in corso. Lui: «Pat't!»
La macchinetta gli chiede cosa intende fare. Se prelevare, effettuare una lista movimenti, un saldo o altro: «Non ho capito che cazz' vuò? T'ho dato la carta, t'agg dat' o pinnechitestramuort, mò e sold me bbuò rà?»
La macchinetta insiste, ferma nella sua richiesta digitale.
Il tizio insiste a sua volta: «Allora nun ce simm' capit?! Mi devi dare i sordi! Quelli so' i sordi miei, mm'occ a chella bucchin' e mammt'! Nossonosordituoi! Dammeli!»
La macchinetta, stanca di aspettare, gli dice che il tempo a sua disposizione è finito e che deve ritirare la carta.
Lui ha una reazione brusca, quasi violenta. Come se si fosse sentito tradito comincia a prenderla a calci, bestemmiandole i morti. Ma non si arrende. Quando la macchina lo invita a reinserire la carta lui lo fa, ma l'avverte: «Si stavota nun me daje e sord te scass, quant'è veroddio, capì?! Quassopra ci sta il mio stipentio! Cistanno tremilaeuri e tu nottelitevitenere, bucchina!»
Si ripete ovviamente la stessa scena già vista. La macchina chiede il PIN all'avventore, lui lo digita imprecando cristi e madonne, la macchina gli chiede cosa vuol fare e lui non si capacita del fatto che non gli ha ancora sputato fuori i suoi soldi. A questo punto, la liberatoria frase clou: «Mannagg' a chella maronna 'nfam! Io agg' semp' fatt' e rapin', mò aggia a ve a che ffà cu sti strunzat! Ma vir' che tarantell'!»

Ormai io ero con le lacrime gli occhi, veramente. Il tizio si accorge improvvisamente di essere osservato e si avvicina a noi con aria furtiva e sospettosa. Poi chiede a cicciobombo: «Sentit' dottò, vuje che tenete la faccia intelligente [] mi sapete dicere comm' sfaccimm' aggia fa a piglià e sord a ccangopp?! Ci sta lo stipetio mio, qquassopra! Ci stanno cinquemilaeuri (ma non erano tremila?) e io aggia campà, mi servono!»
Il compagno, diplomaticamente: «Ma guardi, sarà un disservizio dovuto ad un sovraccarico della rete...Provi più tardi...» Il tizio lo guarda con la faccia schifata, come se quelle parole fossero state, in realtà, una serie di insulti alla sorella nata da padre magrebino. Intanto però gli dice che sì, riproverà più tardi, ma altrove. Perchè: «...Quell'è la macchinetta che nommivuole dare i soldi, se li vuole tenere lei, perchè è una stronza e fa i complotti per non darmi i miei ottomilaeuri


lunedì 8 agosto 2011

Io e il rapinatore - Prima parte

Sai quando stai camminando e ti senti osservato, seguito? Che se ci pensi quella sensazione ti fa pure sentire un coglione perché magari non c’è nessuno che ti osserva, né qualcuno che ti segue ma tu quella sensazione ce l’hai e allora ti volti in continuazione giusto perché, se è una cosa, è bello avere ragione. Anche per godere se poi, a te stesso, puoi dire: “Visto? Io te l’avevo detto!”
Ecco, così. E nutri il tuo ego immaginario fatto di confusione, scarsa autostima e demenza, fondamentalmente. Ti lasci andare alle parvenze di perfezione, cominci a pensare di essere ‘uno buono’. Alle suddette si aggiungono le perfette perversioni, però, se una cosa così ti succede a Napoli. Metti che stai camminando per i fatti tuoi in una strada, di sera.  Che non indossi qualcosa che possa attirare l’attenzione di qualcuno, che stai comunque stanca e sfasata perché hai da poco finito di allenarti e che di tutto puoi aver voglia (io con la parola tutto identifico il letto dopo un’ora di sacco pesante), tranne che di litigare con la gente, ascoltarla polemizzare. Cioè una cosa tipo che quando hai finito di sentire il rumore della doccia, vorresti che il mondo si mettesse in pausa, una specie di stand by solidale. Pure le opinioni intelligenti ti danno fastidio, pure quelle che vengono dette da persone intelligenti, pure le richieste ordinarie tipo prestare l’accendino, una penna, se sai che ore sono. Insomma, nun vuò avè a che ffà cu nisciun e sei contenta così.
E inutile che sbuffate e fate finta di girarvi con la testa dall’altra parte. Lo so che anche a voi è capitato di sentirvi così. 
Comunque quella volta io così stavo: sospesa tra il se, perché, mah, vafancul’. E camminavo in direzione di piazza Vanvitelli, popoloso luogo dove avrei atteso il mio cavaliere senza testa venirmi a prendere per poi portarmi a casa e consentirmi di buttarmi a peso morto sul talamo, unico oggetto del mio desiderio. Tornando all’inizio, mi sentivo seguita. E non è che diedi tempo o dubbio alla mia sensazione. No. Io avevo ragione e sapevo di averla e volevo goderne subito.
Mi voltai e vidi uno che camminava dietro di me, poco distante. Qualche minuto dopo mi voltai nuovamente e questo tizio sempre dietro di me stava. Non un passo in più, non uno in meno rispetto a poco prima. “Mò io lo voglio pure capire che la strada questa è, - pensai – però chist’ putess’ pure accelerare il passo, attraversare e andare dal lato opposto, avere una sincope, un coccolone, svenire…”  Continuai a camminare ignorando i pensieri che m’ingombravano la testa (avete fatto caso, a volte, a quanto siano invadenti, i pensieri? Cioè quanto più cerchi di non pensare a una cosa, tanto più ti ci fissi sopra.), o almeno facevo finta, finché poi non decisi che quella ragione che sapevo di avere la dovevo toccare  per sentirmi bene. La dovevo guardare in faccia. E mi fermai fingendo di cercare le sigarette nello zaino, solo per vedere se si sarebbe fermato pure lui. Il tipo incolla e fa l’aria dello spaesato se lo guardo. “Vabbè, è confermato. Questo mi sta seguendo.”  D’istinto mi poteva pure venire di afferrare il cellulare e chiamare i carabinieri, ma che cazzo andavo a dire? Che c’era un tipo che in base ai miei sospetti mi stava seguendo e che loro dovevano avvisare come minimo l’esercito e farlo intervenire con un mezzo corazzato per annientare quel pericolosissimo latitante sanguinario, altrimenti quello mi avrebbe costretta per mesi a rapporti contro natura e a nasconderlo dandogli pure da mangiare?
Non sarebbe stato credibile, vi pare? Considerando soprattutto che il soggetto in questione avrebbe potuto ascoltare la telefonata e vivere poi di risate alle mie spalle, che magari prima s’era fermato solo per fatti suoi. Decisi di sbrigarmela da sola, rallentai, il tizio mi raggiunse e quando era poco distante da me m’uscì così, come se fino a poco prima la frase che ho poi pronunciato fosse stata bloccata tra lo sterno e lo stomaco. Come un rutto dopo un bicchiere di birra: 
«Scusi, ma lei è un rapinatore?»
Il tipo sgrana gli occhi, manco gli avessi chiesto se la mamma era quella che faceva le marchette con mia sorella nel 1993 (sono figlia unica.).
L’orgoglio professionale però prevale, cambia sguardo e mi dice con aria ancora un po’ confusa:
«Veramente sì. Pecchè?!»
«Perché è meglio saperle subito, certe cose. Sei armato?» Comincio a dargli del tu, così il tipo si scioglie e entriamo in confidenza mentre continuiamo a camminare, in salita.
«Teng’ a mullett», precisa lui tra un fiatone catarroso e l’altro mentre lascia tra le labbra consumarsi una sigaretta dalla marca ormai indecifrabile, ridotta ad un mozzicone. Io odio le armi da taglio. Mi fanno parecchio innervosire, ma questo al mollettaro non lo do a vedere, per non irritarlo. Un calcio in faccia che pure avrei potuto assestargli se m’avesse detto culo, non è esattamente come una coltellata nella panza. Visto che il mio obiettivo era quello di farci amicizia, fingo l’opposto. Smisurato interesse per coltelli, maceti e altre stronzate simili.
«Ah, si? Ma c’ha il manico in avorio? Com’è fatta?», chiedo.
Lui, riprendendo fiato e cercando di restare serio:
«Jamm’ bbell’, jamm’. Io non tengo tiempo da peddere! Dammi quello che tieni addosso.»
Non nascondo che mi è preso un po’ il panico e mi sono sentita un’idiota, visto che avevo cercato pure di farmelo amico a ‘sto stronzo!
«Ma dai, stai calmo, oh! Mica voglio far perdere tempo alla gente, io! Sono una rapinata seria, io! Che ti credi? Comunque ho 10 Euro. Facciamo a metà?»
«Iccellulare noccelai?» , mi chiede.
«Quando vado ad allenarmi non lo porto mai.» , rispondo.
«Ah. Ma allora tu sei uscita dalla palestra che sta qquaggiù? Quella dove si fa bocs?», chiede lui incuriosito facendo caso alla scritta sulla maglietta che dice più o meno così: ‘Full contact fighter. Karate, kick boxing, muay thai. Mr. S. I. – le iniziali del mio maestro – via tal dei tali Napoli’.
«Si e sto stanca. Li vuoi ‘sti 10 Euro? Guarda rinuncio pure al caffè, ma questo tengo. Mi fai vedere la molletta?», chiedo per prendere tempo.
Lui alza gli occhi al cielo, chiedendo al pataterno se era stato effettivamente lui a venire da me o se lo stavo importunando io. La tira fuori e mi mostra orgoglione una cosa che avrà avuto la lama da 22 cm, col manico scuro e la sicura inserita. (Ho detto che non amo le armi da taglio, mica che non le conosco…)
«Uà, bella! – dico con gli occhi fintamente sgranati e l’espressione falsamente sorpresa. – La fai scattare? Vorrei vederla aperta…»
Lui, ormai prigioniero in una spirale di presunzione di plastica e osso pieno, spegne completamente il cervello e da sfogo alla sua totale inesperienza. Prova ad aprirla, ma non ci riesce. Una, due, tre volte. Niente. La cosa non scatta.
«Ma che è, rotta?» dico evitando di ridergli in faccia.
«NonèpoTTibbile. L’ho comprata aieri!»
«Ma dove l’hai presa?», fingo interesse.
«Da mano a mio cuggino», dice deluso.
«Vabbè, dai. Non importa.» – dico d'un fiato per levargli quella cosa da mano prima che potesse accorgersi della figura di merda fatta e, dal nervoso, schiattarmela nell’intestino crasso. Per intanto eravamo arrivati a piazza Vanvitelli, luogo dove contavo di trovare già il cavaliere ad aspettarmi. Appuntamento del quale il rapinatore non era certo a conoscenza. La sola speranza che aveva di potersi fare una cosa di soldi per la serata è stata calpestata da una coltello, diciamo, rotto e ulteriormente sfrantummata quando gli ho mostrato il portafogli, contenente davvero solo 10 Euro. La sua faccia triste mi ha quasi fatto pena. Aveva quasi gli occhi lucidi e cercava di nasconderli guardando da un’altra parte. Li puntava ovunque, ma non sulla mia faccia.
Io che sono nata col difetto suicida della curiosità e della compassione verso il prossimo (se dite quest’ultima cosa a qualcuno vi scanno dove state, state, ve lo giuro…) gli metto una mano sulla spalla e faccio:
«Oh…» come a consolarlo. A lui scappa una bestemmia in aramaico e quando sta per cominciare a parlare arriva il cavallo su due ruote che mi porterà all’agognato castello dove, finalmente, dormirò il sonno dei giusti. Però…

…Però mò io voglio andare a leggere un libro coi miei tre gatti, sul letto. Continuate voi. Nel sondaggio sotto riportato ci sono diverse soluzioni circa la fine della storia che avete appena letto. Votate e vediamo che ne esce fuori. Questo fatto durerà 5 giorni (o anche una settimana, se avrò di meglio da fare) e la soluzione che avrà riscosso il maggior numero di preferenze verrà certamente pubblicata. Con l’effettivo finale della vicenda che potrebbe anche essere riportato tra le varie. Se non voterete non saprete mai com'è andata a finire e verrete mangiati dalla smania, divorati dalla curiosità. Vi uscirà il fegato da bocca e lo stomaco canterà Lacrime napulitane.
















































La riposta e' dentro di te. Che pero' e' sbagliata.


Il rapinatore e' il famoso cicciobombolone ed e' cosi' che ci siamo conosciuti


Ho scoperto un lontano rapporto di parentela col rapinatore ed e' arrivata Raffa a fare Carramba


Mi rompo il cazzo di rispondere al tuo sondaggio di merda. Finisci di scrivere, stronza!


Il rapinatore mi ha pregato di rapinarlo, pur di liberarsi di me


Il rapinatore ed io siamo diventati amici e ho anche fatto la commara ai figli al battesimo


Il rapinatore ha detto che se continuavo a parlare chiamava i carabinieri


Il rapinatore e' finito a terra tramortito da uno dei miei cazzotti e si e' scoperto masochista


Voglio la verita', quindi non do pareri. Scrivi tu, io prendo le patatine.


  

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lunedì 1 agosto 2011

Rivelazioni

Tu cammini con fare indifferente e passo spedito ma non troppo (che trascinarsi due cagnoni tanto grossi quanto pigri, non è una cosa molto elegante) cercando di ignorare una strana sensazione di calore che senti dietro di te, accompagnata da un "bruummbruum!" di fondo. Continuo. Incessante. Straziante. Incazzante.
Ti giri e vedi che è un motorino e che l'appena nominato mezzo a due ruote reca insullasuasella un giuovin signore, che ti sta appresso a passo d'uomo.
Fingi ancora indifferenza e prosegui per la tua strada, cercando di evitare di pensare sempre al peggio (leggasi rapina, scippo, strascino, recupero crediti eccetera...), ma poi ti ricordi che stai a Napoli e che pensare preventivamente al peggio ti conviene sempre.
Continui a camminare come continua e si fa anche più insistente il "bruumbruum!".
Un passo, due passi, tre passi, quattro passi e "bruumbruuum!"
Un passo, due passi, tre passi e "bruumbruuum!"
Un passo, due passi e "bruumbruuum!"
Un passo e "bruumbruuum!"
La tua intolleranza comincia a sgorgarti in abbondanza da ogni buco possibile.
Realizzi, poi, che la strada nella quale stai camminando (e nella quale abiti) è occupata in entrambi i lati da auto in divieto di sosta, tricicli parcheggiati senza catena e carrozzine lasciate al ludibrio dei poveri e pensi che forse quello che ti segue, con te che porti a spasso 100 Kg di cane in totale, più o meno regolarmente suddivisi tra destra e sinistra, non riesce a passare.
Che, poverino, sta cercando un varco ma non riesce.
E che educatamente sta aspettando i tuoi comodi per poi proseguire silenzioso.
Allora ti giri e dici al suddetto brummatore:
«Scusa, ma se non riesci a passare dimmelo che mi sposto...»
Lui: «No, no! Cammina, non ti preoccupare. Non mi far passare avanti. Tu tien' stu cul'!»

giovedì 28 luglio 2011

Io e la sedia

Sai quando ti siedi? Ma non un quando ti siedi normale. Quando ti lasci cadere sulla sedia e senti i muscoli che si rilassano, li senti quasi cadere. Senti le gambe addormentarsi, il respiro comincia ad essere lungo, i sospiri si fanno soddisfacenti. Ecco, così. E' così che mi sento io, adesso, che sto al Pc da più o meno venti minuti. E poco fa è stata la prima volta che mi sono seduta veramente, da stamattina. Per il resto, anche se non ero in piedi, è stata tutta attesa. Quindi non era riposo.
Era cacamento di cazzo. Sono stata in attesa di sapere come sta la zampogna, in attesa di fare la medicazione quotidiana, in attesa dal medico, in attesa di sapere se era necessario un altro innesto (cosa che verrà fatta domattina senza ricovero) causa rigetto nella parte superiore della ferita che, intanto, sta imparando l'inglese da un professore di madrelingua. Si! Ha detto che appena avrà finito di rompere le palle si trasferirà a Londra e aprirà un Pub. Se non ci riuscirà lì lo farà a Mondragone. Alle ultime due visite di controllo Ellesse ha trovato la situazione migliorata, visto che l'infiammazione ha già fatto in buona parte i bagagli e si è trasferita a Scauri, in cerca di cocco da vendere sulla spiaggia. Ne resta poca, quella che si continuerà a mazzolare con l'antinfiammatorio a giorni alterni. L'antibiotico è stato fatto imbarcare per la Croazia, che anche lui merita il riposo dei giusti. Le fasce con le quali proteggere la gamba di cicciobombolone sono diventate due, che una si sentiva sola e aveva cominciato a dare segni di depressione e ad esprimere due o tre pensieri neri di suicidio. Una fascia gli massaggia la gamba quando sua maestitade cammina. L'altra lo fa anche quando è fermo. Due personal trainer, in poche parole. Che agiranno assieme alla crema idratante e gli permetteranno di avere la pelle liscia e morbida, anche per il gusto del medico che le ultime due volte guardava la zampa con aria compiaciuta, sorrideva e la accarezzava sospirando.
Ha smesso quando ha visto che lo guardavo preoccupata. 
Il resto dell'innesto sta bene, pare. Ma le medicazioni continueranno ad opera solo della sottoscritta (lunedì prossimo ci sarà l'ultima visita dopodichè il Ellesse sarà disponibile solo al cellulare o via email) che è la sola, tra medico, assistente, infermiera eccetera, a saper fare una fasciatura come si è dovere visto che quella che faccio io nun se move più, mentre quelle che fanno 'sti luminari cadono giù dopo dieci passi. A tal proposito mi dichiaro diponibile come fasciatrice, in caso di bisogno. Ovviamente dietro compenso economico. In caso di distanza, mi dovete pagare pure la trasferta e offrire vitto e alloggio.
Tutto sommato, non ci possiamo lamentare, no?
Resto io. Che aspetto una cartolina dall'antibiotico ed ho già detto alla ferita che, quando sarà andata via, dovrà darmi sue notizie. Mica sempre! Ogni tanto (tanto!) tempo. Giusto per stare a pensiero tranquillo...Ormai è diventata una di famiglia.
E intanto sto seduta. Ed è la prima volta che mi siedo veramente. In quasi ventiquattro ore.

lunedì 18 luglio 2011

Ma la mia vita dov'è?

Non ho voglia di spiegare, nè di scrivere.
Ora devo solo trovare molta più pazienza di quanta non ne abbia già avuta.
Ora voglio solo dormire
.

venerdì 15 luglio 2011

Il munaciello della munnezza

Come tutti sapete, miei diletti, ieri c'è stata la visita di controllo alla zampa di sua maestitade cicciobombolone. A parte il fatto che quando l'ho prenotata m'avevano detto che saremmo entrati immediatamente, arrivati lì, essendo un post operatorio. E invece c'è toccato aspettare due anziane signorotte che si stanno preparando le cosce per il lido mappatella... (Maronn', ma stann' semp' mmiez' sti vecchie?!). Comunque il medico appena ci vede chiede se il signorie che abita parte dello stinco di ciccio è simpatico, poi si accinge a sfasciare. Tutti eravamo attenti, nessuno parlava. L'aere era soltanto coperta dai nostri battiti cardiaci che  risuonavano all'unisono. La suspance ci stava uccidendo. E siamo stati salvati dal secchio della munnezza. Avete presente quei secchi in alluminiometallonichel che si aprono se solo avvicinate la manina? Io li schifo. E quello studio ne è pieno, compreso uno pezzotto in corridoio che è in sciopero e si apre solo se sollevi il coperchio. Ce n'è uno anche nella stanza dove eravamo ieri e ha cominciato a cazzeggiare solitario aprendosi e chiudendosi ininterrottamente, mentre il chirurgo sfasciava lo zampone. Io un po' guardavo il secchio e un po' la gamba, cercando di fare la parte dell'indifferente anche perchè notavo che ciccio e il medico non ci pensavano proprio quindi non volevo certo essere l'unica idiota che stava dando peso a una cosa del genere. Intanto lui si chiudeva e si riapriva, di continuo, fino a quando Elleesse (il Doc.) non ha perso la pazienza, s'è girato minaccioso con le forbici a punta arrotondata in mano e ha detto: «Uagliò ma sì scem'? E' vero che a Napoli la munnezza ormai parla, ma che ti metti a fare un balletto mentre sto per fare una medicazione non mi pare il caso. Lo facevi dopo!»
Il compagno, subito: «Sarà stato il fantasma della pelle che porto addosso...»
Il medico: «Oppure è il munaciello...»
Ecco. Abbiamo fatto scemo più scemo. Andiamo avanti.
Alla visita l'innesto si è presentato in condizioni abbastanza buone. Il rossore al di sotto si è attenuato e tutti quei pezzettini che erano stati poggiati sulla piaga, a formare un mosaico cutaneo, si sono agglomerati in un unico pezzo di pelle che, col tempo, dovrebbe attaccarsi definitivamente. Sua maestitade deve restare a riposo ancora fino a domenica e lunedì mattina dovremo tornare allo studio, per un altro controllo. Elleesse ovviamente prima di fasciarlo di nuovo lo medica facendomi vedere come e con cosa.
Prima di salutarlo, però, gli chiedo se la sola terapia topica è sufficiente.
E lui con un filo di voce chiede:
«Ma io ve l'ho lasciato in clinica il foglio con la terapia da seguire per via orale, nevvero?!?» Faccia da panico. La sua.
Io, subito, mentre giocherellavo con una penna e mi chiedevo come fare per lanciargliela direttamente nell'occhio: «Dottò veramente no. Ho anche chiesto all'infermiera, ma nella cartellina di bombolone non c'era niente...»
Lui: «Mea culpa, mea culpa, mea culpa. Adesso vi segno tutto.»
Io, anche se solo nella mia mente: «Mea culpa o cazz'! MAMMT!»
Ciccio, giusto per rincarare: «Il bello è che abbiamo chiesto anche al suo assistente e c'ha detto che non dovevo prendere niente!»
In sintesi: antibiotico due volte al giorno e antinfiammatorio una volta al giorno. Così fino a domenica. Poi, con molta probabilità, la terapia verrà cambiata man mano. Quindi già da lunedì. Però se dopo tre giorni senza terapia, nè locale, nè per via orale, non abbiamo trovato vermi, larve, uova o principi di decomposizione è positivo, no? Teoricamente con la terapia adeguata dovrebbe azzeccarsi in fretta, 'sta cosa, no? Ditemi di sì, per favore...Ditemi che per la fine di Luglio finirà tutto e che in Agosto (anche perchè il 2 il medico parte e quindi chi s'è visto, s'è visto) saremo al mare senza pensieri, con una bottiglia di minerale fredda e un secchiello rosso per fare i gavettoni a chi si addormenta beato sotto l'ombrellone. Anche se non lo conosciamo.

Ps: chiedo scusa se ultimamente non parlo d'altro. Ma questa cosa ha per me la priorità su tutto. Prima o poi tornerò normale. Spero.

martedì 12 luglio 2011

Hello sunshine!

Quando il compagno mi ha chiamata ieri mattina ero già sveglia da 4 ore e mezza a fare cose.
Per capirci: m'ha chiamata alle 10.30 e io ero andata a dormire alle 2.00.
Comunque mi dice che gli hanno cambiato la stanza e che quella col panorama e il balcone personale era destinata a due signore anziane col pallino delle vene varicose.
Lo raggiungo e lo avevano piazzato con altri tre uomini, tutti con le mogli accanto.
Una volta lì non ci rimaneva che aspettare. Gli interventi sarebbero cominciati alle 14.00 e in totale erano sei innesti, lui compreso. E quando hai tutte quelle ore da perdere, che fai?
Cazzeggi, no? Allora ce ne andiamo in giro per la clinica e gironzola, gironzola, ne incontriamo parecchie di vecchiarde in sala d'attesa sospiranti il ricovero. Ognuna di loro, guardando la gamba fasciata del mio compagno (fasciatura imposta dal medico per evitare eventuali gonfiori che avrebbero creato problemi all'intervento), ha detto:
«Ma vi siete operato alle vene?»  Tutte.
Sentire questa domanda ogni metro e mezzo di cammino non è una cosa che aiuta il sistema nervoso già di per sè precario. E allora corrompiamo l'infermiere di turno facendoci procurare un figlio bianco e un pennarello nero. La mia tolleranza era già vicina allo zero assoluto, ma la scrittura mi ha aiutata. La scrittura è un'arma di distruzione di massa. Ho fatto gironzolare ciccio col suddetto foglio appiccicato sulla maglietta. La scritta recitava: "Non mi hanno operato alle vene. Cortesemente, fatevi una barilata di affari vostri."  Santa Pace.
Salvo poi incontrare l'ennesima vecchia che ha direttamente chiesto:
«E allora a che vi siete operato?» Facciamo una chiacchierata con l'anestesista che viene immediatamente avvertito/minacciato dal compagno: «Fate quello che vi pare, ma non voglio sentire dolore.» Comunque arriva l'ora x e poco dopo viene posizionata una barella fuori la stanza. Il bombolone la guarda e dice: «Io ngopp' a chella cosa non ci salgo.» Arriva l'infermiera e lo salva in calcio d'angolo senza saperlo, quando gli dice che, se voleva, avrebbe potuto seguirla a piedi. Scendiamo e io vengo fatta accomodare in sala d'attesa. Da fuori sentivo le voci dei medici e in particolare quella del chirurgo che lo ha in cura e che ha predisposto l'intervento.
Appena lo vede esclama:
«Uè cià, sciupatiè!»
In corso d'opera, sempre il chirurgo ai suoi assistenti: «Uagliù attenzione che questo sta fermo da un po', ma è un insegnante di full contact. Se è una cosa ci fa uscire la merda dalle orecchie a comm' stamm'. Poi viene la fidanzata e ci finisce, che fa full pure lei.»
Poi si sente: «Dottò, ma l'anestesia non gliela dobbiamo fare?»
Il medico: «No, no. Io la ferita già gliel'ho pulita allo studio, a crudo, l'ultima volta che è venuto. Io lo so che questo mi ha bestemmiato i morti, ma dovevo verificare che i recettori del dolore funzionavano ancora...Azzecchiamo 'sta pelle, jà!»
E ancora, sempre il luminare, rivolgendosi all'assistente: «No, no! Non prendere quel pezzetto lì. E' di un ricchione. Piglia quello coi baffi, che è di un uomo. Altrimenti alla fidanzata chi la sente? Quella tiene 27 anni, la creatura. E' peccato.»
Inoltre, parlando con la cute in attesa di essere innestata: «Aspetta, tu. Stai zitta! Mò ti azzecco pur' a tte!» Io ascoltavo con gli occhi sgranati la voce di una persona che in studio è completamente diversa. In sala operatoria diventa un conoscente. Scherza, ride. Possibile che il contatto costante con le vecchiarde (età media delle sue pazienti: 78 anni) t'inacidisce? In ogni caso mezz'ora dopo ciccio era sulla barella, intento ad essere accompagnato in stanza. Lo guardo e mi fa: «Il medico m'ha minaciato con un bisturi. Ha detto che per il ritorno ci dovevo salire.»
Un paio d'ore dopo una siringa d'antibiotico, una di antitrombotico e una breve passeggiata per il corridoio. Stamattina sono andata a raccattarlo alle 8.00 e, arrivati a casa, sua Maestà è stato fatto accomodare sul divano/letto in cucina per fargli evitare le scale della camera da letto. Intanto io ho fatto un bel po' di altre cose tipo: giretto coi canotti, due lavatrici, due stese di panni, una bella lavata ai pavimenti, un'approfondita spolverata, una trabachiata al Pc, una doccia, tre o quattro telefonate e poi a un certo punto ho cominciato a sentirmi inaspettatamente stanca.
Come se avessi avuto il compagno ricoverato in clinica e avessi dormito poco e male le due notti precedenti. E come se, nel contempo, avessi dovuto occuparmi da sola di tutto. Strano, eh?
So' crollata.  Ho dormito saporitamente per due ore e mezza.
Giovedì c'aspetta la visita di controllo dal medico.
Dovrà dirci se l'innesto ha già un principio d'attecchimento o meno.
Quindi mi ritiro in attesa di avere notizie positive sulla situazione sperando che 'sta cazzo di pelle s'azzecca, così poi vissero tutti felici e contenti.
Ammèn.


domenica 10 luglio 2011

Convincimenti da venerdì sera

Mi ricollego ad un commento di Chocolady.

«Questo fatto che mi devo operare non mi convince.»
«Ma sì scem? Ti fai venire i dubbi a 48 ore dall'intervento?»
«Meglio prima che dopo, no? E poi 'sto medico è sempre stato poco comunicativo, con tutti e due. Non ti ricordi che gli facevamo 10 domande e lui rispondeva si e no a mezza? Poi non applica la terapia contro il dolore. Cosa che secondo me ogni medico dovrebbe fare. Perlomeno il medico di prima (leggasi scarparo, ndr.) mi domandava semi faceva male, quando mi medicava. Questo piglia e parte, senza avvisare, senza dire niente. Mi fa un male cane.»
«Si,  è vero che ti faceva sentire poco dolore il medico di prima. Ma è anche vero che non ha risolto un cazzo. »
Sapete quando si parla con un muro? Ecco, così. Non mi sentì proprio.
E continuò a parlare:
«No, no...Non mi convince. Poi io mica lo so se l'intervento è effettivamente necessario o se lui potrebbe far chiudere la ferita con una terapia adeguata, ma non lo fa. Poi prima m'ha detto che la pelle viene da un donatore vivente, poi da un cadavere. Ma si può capire? So' confuso, non ci sto capendo più niente. E se questo mi opera a crudo, io come faccio a sopportare quel dolore per chissà quanto tempo?! Mi viene un infarto, è sicuro. [...] Ma a chi staje chiammann?»
«A mio padre. Fino a prova contraria è stato lui che c'ha mandato lì quindi, visto che c'ha portato mio nonno prima di consigliarlo a noi, se ha notato qualcosa di anomalo me lo dice, no?»
Tentativo privo di ogni logica visto che mio padre non mi avrebbe mai spedita da un maniscalco.
E tant'è: mio padre cerca di rassicurare me e ciccio.
Con me ci riesce, anche perchè non ce n'era bisogno. Con ciccio manco po' cazz'.
E lui continua:
«E se poi mi viene na cosa co' sta pelle? Chi lo conosce il donatore?»
«Scusa e quelli che si fanno trapiantare un rene che dovrebbero dire? Senti, ma dilla tutta: non è che la tua è solo paura? Sarebbe una cosa normalissima, eh!»
«Ma chi, io?! Nooo...è solo che non sono più disposto a sentire tutto quel dolore. Lo sai benissimo che non ho la soglia bassa, quindi se ti dico che fa male credici.»
«Ci credo, figurati. Senti, facciamo così: mò andiamo a casa e facciamo una ricerca sul medico che ti dovrà operare lunedì. Se viene fuori anche solo un capello negativo, non ti operi più. Però non dimenticare che qualsiasi terapia, escludendo l'intervento, non è detto che riesca.»
«Ok, facciamo così. E cerchiamo anche notizie sulla clinica. E cerchiamone anche sull'innesto in generale, che se la pelle è certamente di un morto vuol dire già che il medico ha detto le palle.»
Invoco Santa Pazienza pur non essendo cattolica e comincio a rendermi conto di possedere risorse energetiche che non credevo di avere. Arrivati a casa cerchiamo notizie sulla struttura ospedaliera e non troviamo altro che note positive su tutti i fronti. Anche in merito all'educazione del personale (cosa che ho appurato oggi e che a Napoli non è frequente).
Cerchiamo notizie sul medico e non troviamo altro che encomi, ringraziamenti e palpabile commozione espressa a parole a seguito di interventi fatti su questo o quello.
Leggo il suo curriculum - pubblicato sul suo stesso sito - tre volte e per tre volte mi soffermo su frasi tipo: "Autore del libro tale", "Coautore del libro tale", "Stage su questo con Prof. tale a Parigi", "Master in questo", "Opinionista in Tv circa le nuove tecniche dell'angioplastica", "Trapianto di fegato su un topolino". Insomma, cerchiamo tutto. Proprio il pelo nell'uovo. Niente. Nessun neo o elemento negativo. Poi cerchiamo notizie sull'innesto e non solo appuriamo che, come ha affermato il medico, il donatore può essere sia un vivente che un non vivente, ma anche che la cute viene trattata precedentemente con antibiotici e glicerina. Resa sterile fino allo spasimo e conservata a -80° presso la Banca della cute all'Università di Siena. Letto tutto ciò e fattesi le sei del mattino, mentre mettevo il collirio, visto che i miei bulbi oculari non ricordavano più che facevano parte di un insieme, ciccio afferma di essersi tranquillizzato. E riconosce che l'intervento è effettivamente l'unica e rapida soluzione.

Intanto tu stai qui e ricordi, mentre lui non c'è.
E domani è il giorno.
Rileggi quel che hai scritto e non hai rimpianti.
Lo hai scritto, sì. Ma solo per ricordare. Quanto amore sei stata capace di provare.
Per una persona sola.