La cardarella è poliglotta. Translate!

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5 giu 2011

Opinioni discutibili

Io al compagno qualche giorno fa:

«Uagliò ma guarda che panza che hai fatto, n'altra volta. Pari incinto. L'avevi mandata giù e mò ti stai rimpinzando un'altra volta di schifezze. Che spaccimma cucino affare io in modo ipocalorico se poi ti magni il cornetto con la Nutella al bar?»

[Silenzio]

Risposta:
«No, ma quella non è panza. E' la maglia che fa difetto...»


Io al compagno, un po' di tempo fa:

«Te l'ha detto anche il medico che devi mangiare con moderazione. Devi mangiare di tutto. Pure il gelato, se capita. Ma poco. Così non ti fai mancare niente, ma non diventi una balena spiaggiata. Domani mattina ti devi fare le analisi, oì! Speriamo che non t'escono i trigliceridi a mille!»

[Silenzio]

Risposta:
«Io ti ringrazio, ma se è una cosa voglio murì sazio.»

Analisi del sangue ritirate pochi giorni dopo. Perfette. Ogni valore nella norma che manco uno di 15 anni. Tornato a casa, l'amara e falsa notizia:

«C'hai il diabete! Hai visto? Io che t'avevo detto? Mo' ti metti seriamente a dieta e basta schifezze!»

Lui sbianca e comincia quasi a piangere . Mi fa pena e gli dico la verità subito dopo.
Sospiro di sollievo, poi commento:


«Usciamo a mangiare un gelato?»

Ce vole tanta pazienza...

12 mag 2011

Mio padre e il problema della munnezza

Quello che voi non sapete è che mio padre lavora in un'impresa di pulizie al centro direzionale di Napoli. Vabbè, detta così sembra che chissà quale ruolo di prestigio ha, chissà quali ardui compiti deve svolgere ogni giorno...Nulla di tutto questo. Pulisce i cessi e spinge i carrellini pieni di detersivi che vedete anche voi ai centri commerciali quando sono in prossimità dell'orario di chiusura. E' caposquadra, comunque.  Mica sticazzi!

Quello che sapete è che Napoli è piena di munnezza. Tanta munnezza. Tonnellate di munnezza. Ovunque ti giri c'è munnezza, ovunque guardi c'è munnezza. Le sacchette ti salutano e le blatte vanno ormai a prendere il caffè al bar. Le zoccole si fanno vedere ancora di notte, per ora. Quando si faranno vedere anche di giorno e capiranno che sono più loro che noi bipedi, saremo veramente fottuti.

Comunque, com'è già capitato in passato, avevo bisogno dei sacchetti della munnezza da tenere in casa. Ma non sacchetti normali. Sacconi! Si, perchè nella mia cucina c'è il bidone d'alluminio alto più o meno 80 cm del quale m'innamorai a piazza Mercato qualche anno fa. Ha il coperchio col manico e conferma il mio gusto trash per le cose. Ho chiesto a mio padre di procurarmi anche questa volta i sacconi, che stanno per finire.


«Papà senti non è che puoi fare una magagna delle tue e fai sparire un pacco di sacconi per la munnezza? Quelli che m'hai dato tempo fa stanno finendo...»
«No Terè, questa volta non credo che posso. I capi sono cambiati e mò ci guardano a vista. Un pacco di sacconi so' capaci di farmelo pagare 10 volte tanto...»
«E io mò come faccio?»
«Forse potresti comprarli?»
«Eh, ma mi scoccio di andare in giro a vedere chi ha quelli idonei. O ce li hanno di 10 cm più bassi o di 10 cm più alti e nel bidone non entrano bene. Sai quanto ci tengo all'estetica, anche con la munnezza...»
Mio padre si rompe il cazzo e risponde: «Sient' Terè, fai una cosa. Io sono passato con la macchina giù al Museo, vicino casa tua. E ho visto qualche saccone molto somigliate a quelli che ti procuravo io. Va' llà, svacanta e porta a casa.»

Grazie papà.

Mio padre e il problema della munnezza

24 feb 2011

I pensieri nello zaino

Ore 1.39. Notte. Temperatura esterna: 5.3°. Freddo. Correre per sfogarsi, per riscaldarsi. Cioccolata calda. Abbraccio. Stelle. Un mare di stelle. La luna sul mare. L'odore del mare. La sabbia umida. I piedi freddi. Il vento sulla faccia. La mia moto. La strada deserta. La nebbia sul cuore. Un velo di seta. Il cotone di seta attorno ai desideri. Zucchero e cannella. Limone. Violino e pianoforte. Un cellulare che non squilla. Una stanza con una porta blu e una finestra che lascia filtrare la luce del sole. Caldo. Gelato. Cono granellato. Profumo di lavanda. Odore di buono. Un libro aperto, appena comprato. Nereo e Fauno hanno una pazienza infinita. Decaffeinato in tazza fredda. Acqua bollente. L'amico lontano. Malinconia. Cambiamento. Mancanza di chi neanche si conosce. Nostalgia. Cuore di cristallo. Sacco. Cicatrice sulla gamba destra. Fierezza. Inquietudine. Vino rosso. Due bicchieri. Odore della vernice. Una parete appena imbiancata con le proprie speranze. Aspettative. Desideri chiusi in una stella cadente. Illusione. Tatuaggio sulla scapola destra. Farfalla. Voglia di razionalità. Voglia di capire. Bocca. Capelli. Fragilità. Discrezione. Aurora. Tramonto. Rosa. Nero. Il frigorifero blu. Lui che chiama alle feste comandate come fosse un dovere. Musica. Ricordi. Pizza fredda. Umidità. Sedia in legno. Mascherina nera. Testata del letto in ferro battuto. Fusa. L'odio del silenzio. Sono l'illusione di me stessa. Attesa. Amore. Scrivania bianca. Delusione. Sigaretta, fumo, benzina. Il sapore del cocco. Un bacio, uno solo. Una carezza. "Che bella novità, la prossima carezza che verrà." Tempo. Assenza. Una crepa da riempire sul cuore. Senso di vuoto. Legno dentro e fuori. Un tappeto, un divano. Poca luce. Dormo sempre a pancia in giù. Senso di inadeguatezza. Mediocrità. Passione. Pizzicotto. Sogno. Speranza. Morso.

Adesso prendo queste frasi spaiate e le metto nello zaino che indosso quando vado in moto.
Col mio ipod e il pacchetto di sigarette pieno. Lo chiudo e parto.

17 feb 2011

Odore di lavanda

Comunicasione di servisio: sono in Romagna e sto mangiando una cosa tipo tre o quattro piadine al giorno. Ovviamente fuori pasto e sento di essere già ingrassata di 40 Kg in pochi giorni. Si, si. Non insistete. Quando tornerò racconterò i dettagli del viaggio, della permanenza, del ritorno e magari posterò pure la fattura pagata ma adesso ho un dubbio e mi serve la ricetta della nonna.
Ecco, si.  Non divaghiamo.

Se sei malata di ossessione, quella che ti ci fa pensare notte e giorno, che ti fa sognare la notte (cosa che per me è un male perchè do sempre troppa importanza ai sogni!) e stare distratta anche quando sei in compagnia, che ti fa sentire uno scombussolamento in corpo che manco la purga, che ti fa immaginare cose, dialoghi, appiccicate...che si fa?
Come si guarisce? Perchè io devo guarire!
Olio e limone, zucchero e cannella o che altro?




Odore di lavanda

6 feb 2011

La parola Amicizia va scritta con la lettera maiuscola

La parola Amicizia va sempre scritta con la lettera maiuscola. 
Se non altro per una questione di rispetto.
Venerdì pomeriggio, ore 14.00 circa. Chiamo Roberto. L'Amico che c'è sempre e che ogni volta che saluti ti auguri di rivederlo il prima possibile. Quello che ha riverniciato la moto, che ha inconsapevolmente dato il titolo a questo blog mesi fa, quando ancora neanche la sottoscritta sapeva che un giorno sarebbe stato aperto. Quello che poco fa, prima di partire, ha sacrificato un'ora del suo tempo per fare una modifica alla mia macchina. Quello che ogni volta che è a casa mia mi fa trovare il caffè pronto la mattina. Quello che pur avendo dormito solo un paio d'ore, quella mattina di settembre, ci raggiunse per accompagnarci a vedere casa.
Quello che abita oltre il Garigliano e che a quest'ora è in macchina, verso casa.

«Roby...»
«Terry! Ma che fate, questo fine settimana venite? Tieni presente però che il tempo qui è stato una schifezza e lo è anche adesso...»
«Mah, Rò non lo so perchè c'è Toro seduto che non si è sentito molto bene negli ultimi due giorni. Non è che vuoi scendere tu?»
«Ho un raffreddore da cavallo. Se domani mi sento meglio vengo volentieri. Lo dico anche a Silvia che mi disse che voleva venire anche lei la prossima volta che sarei sceso.»
«Bene! Ma se vieni parti domani, giusto?»
«Sicuro. Mò devo andare a lavorare in clinica e stacco tardi.»

Sabato mattina, ore 13.00 circa.
«Roby! Allora come ti senti? Vieni?»
«Mi sono imbottito di Vicks. Non posso dire di no. Parto in macchina verso le 17.00. Silvia non viene perchè non sa a chi lasciare Teti. Tu hai i gatti e non è il caso di creare eventuale scompiglio. Vedi che forse scende anche Luigi a Napoli, che è venuto Patrick da Miami...»
«Uà, 'na folla! Bello! Quando siete arrivati chiamami che vi vengo a prendere.»
Ore 19.00 circa. Arrivo dei due pazzi e del medico americano a casa mia.

Risate.
Pizza.
Dolci comprati in moto dal compagno e da Roby che hanno sfidato il traffico e la coda in pasticceria.
Limoncello.
Aria di felicità.
Luigi e Patrick - che ho conosciuto solo ieri sera, ma già mi manca - ripartono per Formia.
Roberto, il mio compagno ed io c'incamminiamo verso il centro storico by night con i miei cagnoni. Felici e scodinzolanti. Tra un caffè e una battuta manca un'ora all'alba.
Si trona a casa, si dorme un discreto numero di ore.
Stamattina: caffè e sfogliatella.
Passeggiata fino a piazza Plebiscito in una giornata che sembrava l'inizio della Primavera.
Nell'aria c'era entusiasmo anche per le piccole cose. Almeno da parte nostra.
Alle 16 siamo tornati a casa e da pochi minuti ho salutato quel motociclista pazzo, che ha per mezzo un ramarro verde.

Silvia fisicamente non c'era, ma con la testa eravamo tutti anche in sua compagnia.


Come l'estate scorsa durante le scorazzate sulle moto, le passeggiate a piedi a Castellone. Come quella sera, al porto di Gaeta. Come quando li ho salutati piangendo il 26 settembre scorso. Con la paura che la quotidianità ci avrebbe allontanati.



La parola Amicizia va sempre scritta con la lettera maiuscola. Se non altro per una questione di rispetto. E adesso che ho un altro ricordo da aggiungere all'album sto bene. Anche perchè mi sono ricordata di essere felice.


Roberto, Silvia, Luigi, Patrick, Ciro ed io. :)

5 feb 2011

Post-it

Lo scrivo qui soprattutto per me, per lasciarne vivo il ricordo semmai dovessi - tra qualche tempo - tornare a leggermi. Una specie di post-it giallo attaccato al frigorifero.

Ieri sera non sapevo dove andare. Dopo essere stata al solito bar dove c'è il vecchio sordo che chiamo affettuosamente NONNO!!! a piazza Bellini, non volevo tornare a casa. Sai quando vuoi essere ovunque, meno il posto in cui ti trovi? Ecco, così. Allora ho fatto patti chiari con la moto.


«Ciccina io non so dove andare. Decidi tu che mi scoccio di pensare.»
Abbiamo cominciato a percorrere strade su strade, fino ad arrivare in tangenziale. Ovviamente la macchinetta automatica del pedaggio mi ha mangiato un Euro prima di accettare gli altri 80 centesimi, ma ormai avviene quasi di default. Quindi non ci faccio più caso, e non ci baderò fino al giorno in cui comprerò l'agognato fucile a canne mozze. Cammina, cammina, una marcia e l'altra  siamo arrivate a Fuorigrotta.  Comunicazione per i polentoni che leggono questo luogo di perdizione: Fuorigrotta è un quartiere di Napoli, a mio avviso anche il più bello. Più avanti capirete il perchè.

La monocilindrica nero antracite satinato mi ha fatto rivedere tutti i luoghi in cui sono stata nel corso dell'adolescenza. O almeno nel corso della parte che per me è effettivamente contata qualcosa, insomma. Due anni di idillio, quando non c'erano grossi pensieri, nè pagamenti da fare, nè scadenze da rispettare. Quando c'erano solo passioni e rappresentavano praticamente tutto.  Rivivere nella mia mente situazioni, cose e persone, mi ha provocato un notevole sconforto e l'inesorabile quanto impossibile desiderio di tornare indietro nel tempo. Di dieci anni o pressappoco.

Al ritorno, in tangenziale, mi sono fermata ad un autogrill dove ho dato sfogo a tutta la mia verve malinconica comprando la cioccolata Lindt in possesso della struttura. E per il mio intestino, che non è abituato a mangiarne più di un pezzetto ogni tanto, ha significato dare a sua volta libero sfogo alla cacarella. Ma importa poco. Ne è valsa la pena.

Arrivata a Napoli altra tappa obbligata: bar per cappuccino caldo. Quello che voi bontemponi dovete sapere è che io sono un po' il pungiball emotivo di chi lavora parecchie ore al giorno e magari, in piedi. Leggasi barman, salumieri, tassisti, autisti in genere, commercianti. Sempre e comunque maschi. Non esula dalla categoria il barista dal quale sono andata ieri: Peppino.

Doverosa precisazione: la figlia più piccola di Peppino ha la mia età, quindi non scassate le palle con allusioni di qualsiasi tipo.

«Peppì mi fate un cappuccino?»
«Infreddolita? Eh, tu chissà che combini!»
«Veramente sto solo venendo dalla tangenziale con la moto...»

Tra un ehadessocosìsidice e un altro tuchiossapchevaifacendo con aggiunta del tieniunpocotroppopepe lo vedevo armeggiare col mio cappuccio, come se stesse forgiando una scimitarra. Quando me l'ha servito sono rimasta mezza sbigottita.
Senza dubbio mi ha riscaldata tutta.
Anche il cuore.


Post-it


4 feb 2011

Questioni esistenziali di vitale importanza: la pipì.

Si è ripresentata anche quest'anno, assieme alla mia mutazione in orso bruno, la cistite. Non guardatemi pietosamente: anche la pisciarella - bruciore a parte - ha i suoi vantaggi. Fai scarica liquidi e sembri sempre almeno un Kg in meno di ciò che sei in realtà. Senza contare il culo, ovviamente.  Se siete femmine anche voi potrete andare incontro alla dura realtà universale della cistite, prima o poi. Visto e considerato che, a prescindere dall'eventuale infiammazione, la vostra vescica ha la capacità di un thermos di caffè bucato.
Questo significa che, quando uscite, nove volte - e mezzo - su dieci dovrete fare pipì.

Ora sembrerà facile per voi mariuoli che vi accostate contro un muro qualsiasi, lo tirare fuori e giocate a spegnere il fuoco nel miglior stile del Draghetto Grisù, ma per noi donne il richiamo urinario pone diverse questioni esistenziali.

C'è la stoica, che ormai ha le velleità di un barattolo sottovuoto e la tiene dodici ore di fila.
La riconosci perché si dondola da un piede all'altro e canticchia.
Tu le chiedi se deve andare in bagno, ma lei nega.
Ogni tanto l'occhio le diventa vitreo, finché non raggiunge l'illuminazione.
Come il Dalai Lama non sente più nulla, salvo poi nei casi particolari trasformarsi nella..

disperata.
La disperata è una stoica che l'ha trattenuta troppo.
Ormai non solo è disposta ad ammettere che le serve un bagno, ma sarebbe ben contenta anche se le indicassi un cespuglio, una strada chiusa o l'anfratto creato da due portiere aperte della macchina.
Inutile che fate le 'gnorri, voi che leggete, lo avete fatto TUTTE.
Una volta trovato il suo riparo d'emergenza, la disperata si accoscia con i piedi distanziati quanto più possibile e tenta di adempiere al suo bisogno primario.
Questo significa:
- non farla troppo velocemente (schizzerà e vi bagnerà mutande e pantaloni);
- non farla in pendenza sfavorevole (cercherà di inondarvi le scarpe e voi sarete costrette a scappare come un pinguino zoppo, con il calzoni a bloccarvi le ginocchia);
- assicurarvi di avere a portata di mano un fazzoletto, un tovagliolo, almeno un foglio di giornale (pena l'umidità di fondo quando tirerete sù l'intimo e, per le più sfortunate, la goccia sui pantaloni).

La terza categoria e quella delle razionali.
Le razionali sanno che non c'è scampo e cercano la toilet al supermercato o nel bar più vicino.
Qui prenderanno la posizione.
La posizione si impara da bambine ed è simile a quella dei mimi che giocano alla sedia invisibile.
Quindi ecco la razionale che, ad un altezza media dall'asse del water che va dai cinque ai dieci centimetri, gonfia gli addominali e pompa i muscoli delle gambe per mantenersi in equilibrio.
Se in tutto questo avete cappotto, borsa e (toh, è inverno!) ombrello, la vostra situazione è simile a quella di un trapezista che tenta di percorrere senza rete un filo teso fino alla punta dell'Empire State Building.
La manovra più pericolosa è cappotto lungo e mano tesa per recuperare la carta igienica (quasi sempre finita). Una distrazione potrebbe esservi fatale.

In tutto questo il tuo compagnomaritofidanzato ti aspetta fuori con aria rassegnata.
Lui nel frattempo è andato in bagno tre volte e si è bevuto due bianchini.

Tu, con le mutande infilate nel solco fra le chiappe, lo odi dalla punta dei capelli alla fine degli alluci.
Alla prima occasione in cui lascerà alzata la tavoletta a casa lo crocifiggerai.
Lui non capirà perché, ma tu sì!



Questioni esistenziali di vitale importanza: la pipì.

3 feb 2011

Chi di speranza vive...

Premetto che non nutro un grande amore nei confronti dei puntini sospensivi. Li trovo gretti e inutili. Secondo me hanno anche qualcosa di malvagio e prima o poi conquisteranno il mondo, sfrattandoci dalle nostre case. Complici dell'adulterio, quelli che ne fanno sintatticamente abuso. Una vergogna. Ma il titolo li richiedeva. Quindi ho chiesto loro di starsene lì, buoni. Avvisandoli che più tardi sarei passata a cambiargli il pannolino. Stamattina sono inciampata in un video che non vedevo da tempo, pescato da uno dei miei films preferiti. La storia del soldato e della principessa, con la relativa risposta del protagonista un po' di fotogrammi più avanti, ha violentato la mia già fragile testolina.
Si, me lo chiedo anch'io perchè tendo al masochismo. Ma tant'è: le illusioni sono necessarie. Come fai a svegliarti la mattina senza illuderti del fatto che ti capiterà qualcosa di straordinario? Che poi, nel corso della giornata, di quella vana speranza ti dimentichi pure. Però ti ha aiutato a sentirti vivo. Del resto anche le illusioni sono un'emozione. Prendendo ad esempio la sottoscritta, non sarei neanche nata se non mi fossi illusa che avrei sconfitto quel senso di mediocrità che inconsapevolmente nutrivo già nel grembo materno. Le illusioni sono una cosa straordinaria. Pensi, immagini, t'illudi, sorridi. Poi ti svegli e capisci che la verità non è quella. Senso di inadeguatezza, che però ti aiuta a maturare, a fortificare. Soffri, dimentichi e ti porti avanti fino alla prossima speranza. Che poi tra illusione e speranza c'è la differenza di un capello. Possibilmente sfibrato. Però se non ci fossero, quanti pensieri in meno faremmo? Quante volte in meno sorriderebbe il cuore? Anche ricordando a distanza di tempo l'imbecillità di certe percezioni. Ho letto or ora su wiki che l'illusione, sostanzialmente, consiste in una visione alterata della realtà, da parte del soggetto che la percepisce. Ma a modo suo. Ebbene? Che c'è di sbagliato? La vita è anche interpretazione, a volte. E meno male! Ci sarebbe un livello di sterilità emotiva, se così non fosse, da far paura. Il mondo già non è un magnifico posto in cui abitare. Non credo valga la pena negarsi anche il diritto di stare almeno con un piede, sospeso per aria.

Chi di speranza vive...

23 gen 2011

Affitto, bollette, bollino

Non so a chi indirizzare questa lettera, quindi la intesto a tutti per non scontentare nessuno ed essere certa di non sbagliare.  Senza ombra di dubbio non verrà mai spedita. Tant'è che non verranno rispettate le classiche regole sintattiche per la stesura di una lettera. O forse mi conviene farlo lo stesso...

Ebbene...

Egregi,
tra pochi giorni scadrà il termine per il pagamento annuo della tassa all'Ordine. Una manciata di quattrini che anch'io dovrò pagare. Entrerò nell'ufficio postale, compilerò il bollettino e nel giro di pochi minuti (salvo ore di attesa e di coda) sarà tutto finito. Uscirò e non ci penserò più, come se avessi pagato la fattura della compagnia telefonica o di quella del gas. Invece sto pagando un sogno. Che costa 90 Euro l'anno, una buona dose d'angoscia e le proprie speranze messe all'angolo. Ho cominciato a scrivere tre anni fa con un giornale che ora non esiste più. Che camminava per i vicoli e parlava con la gente come una vecchia capera, che aveva visto più teste lei che il Padreterno. Mi piaceva parlare con le persone, starci in mezzo. Quando lasciavo sul cuscino ore di sonno che nessuno mi avrebbe restituito e trascuravo la mia vita per il mio futuro ne ero fiera. Perchè sentivo che soltanto il contatto con le persone, solo gli occhi di chi mi chiedeva: "Ma quando esce sul giornale?" mi davano una spinta. Come quando si resta con l'auto in panne in una strada deserta e non c'è un cane a darti una mano. Così come mi bucavano inconsapevolmente la gomma che mi avevano aiutato a riparare, se mi chiamavano il giorno dopo. Quando scoprivano che la notizia che gli stava così a cuore, sul giornale, non c'era. Io barcamenavo scuse su "esigenze redazionali", spazi che "dovevano purtroppo essere riempiti in altro modo", ma tant'era: la mia credibilità era appesa a un filo. E Dio solo sa quante volte si è sfracellata al suolo, nonostante le corse per arrivare puntuale fatte il giorno prima. Per due anni ho avuto una scusa da ripetere a me stessa per continuare a correre: il tesserino. Un pezzo di cartoncino bianco foderato in pelle con la mia foto incollata, un timbro e uno spazio per i bollini da attaccare. Se lo guardo adesso sembra l'album delle figurine di Lady Oscar che cercavo di completare. Ogni voto buono a scuola, era una bustina di figurine. Non era importante collezionare 8, 9, 14 doppioni. Quel mazzetto di immagini adesive che riempiva la mia mano, era la misura dell'affetto che i miei provavano per me. Tanto era più grande il mazzetto, tanti più doppioni avevo, tanto più mi amavano. Quando si è bambini si ha una visione delle cose semplice, proprio come le figurine. Sto divagando. "C'è un tempo d'aspetto, come dicevo, qualcosa di buono che verrà..." così come credevo che quello spazio colmo nel portafogli, tra la carta d'identità e la patente, sarebbe stato un punto di partenza. Mi sbagliavo. E' stato il capolinea. E rimpiango quel giorno di dicembre, di due anni fa, quando dopo due ore d'attesa lo ritirai. Stringevo tra le mani un trofeo. Il contenitore del sangue che avevo buttato in strada, tra la gente, nei mesi precedenti. La persona che mi è rimasta più impressa è stato un disoccupato, ex Lsu, che davanti l'ingresso della Prefettura tirò fuori dalla tasca una banconota da 5,00 Euro, me la mostrò e mi disse: "Ho solo questo. Tra poco è Natale. Che cosa darò da mangiare ai miei figli?" Non mi fu possibile aiutarlo dal punto di vista economico, ma ebbi la possibilità di parlare di lui e dei suoi ex colleghi dandogli una speranza di miglioramento, grazie alla carta stampata e un minimo di amara notorietà. La stessa identica speranza che avevo io, mentre parlavo con loro, aspettavo l'esito del sit in in Prefettura: "Sarà pagata la mia attesa? A furia di alzarla, questa cardarella, riuscirò a costruire il muro, mattone su mattone?" Un'altro episodio che mi ha colpito è stato un suicidio. Quello di una ragazzina che una notte d'agosto decise di lanciarsi dal quarto piano della sua abitazione. Ci fu fermento, il giorno dopo. L'adrenalina della paura di non riuscire a scrivere per mancanza di particolari. Il discorso è cinico, ma voi sapete di cosa parlo. Voi che quel giorno di dicembre mi faceste aspettare due ore per ottenere la mia figurina da adulta. Il giorno dopo ancora presi parte ai funerali della ragazza, vittima d'amore e di un'insoddisfazione che a mio avviso è stata più che discutibile. Guardai quella bara bianca entrare nel carro funebre, sotto il sole cocente del primo pomeriggio in mezzo alla folla. Nessuno capì che ero lì per lavoro, mi scambiarono per una passante, una curiosa, una conoscente. Non avrei mai immaginato che mi sarei ritrovata a scrivere questa lettera identificando quel funerale con quello del mio sogno. E' facile sognare quando si ha una speranza e si segue la strada per realizzarlo. Ma quando poi ci si ritrova in un sentiero senza uscita? I sentieri mi sono sempre piaciuti. Già il concetto di sentiero e non di strada mi piace. Mi fa pensare a tutti gli odori che in città non ci sono: quello della boscaglia, della terra bagnata. I rumori improvvisi, silenziosi delle pietre che s’incontrano lungo il cammino. Come la voce del Vostro Presidente, quando una mattina mi disse: “Che ti piaccia o no, oggi, per fare il giornalista, si deve seguire un corso universitario privato. E l’unico effettivamente riconosciuto, che ti apre le porte, è quello del Suor Orsola.” Che costa un po’ tanto per me. E diventa quindi improponibile. Altra strada senza uscita. Ho forzato. Ingranato la marcia e continuato a camminare. Mi sono arrampicata su per il cancello che chiudeva la strada, continuando a pensare che il vero giornalista è quello che sta per strada, vede e racconta. Non quello costruito da un libretto universitario. Intanto è passato del tempo e ho dovuto fare una scelta: continuare a nutrirmi di sogni o riempirmi lo stomaco. Cause tecniche mi hanno imposto di usare la logica della vita, non quella egoistica dell’amore. E ho ripiegato le vele su altri mari, abbandonando penna e taccuino. Magari “abbandonando” proprio no, ma mettendo da parte senza dubbio. Sono chiusi in un cassetto, perché se s’impolverassero mi darebbe fastidio. Come un fotografo che cerca di curare la sua macchina o un pittore che controlla se il suo pennello sia stato spelacchiato dal tempo. Ci sono stati alcuni colleghi che mi hanno chiesto come mai non scrivo più. “Devo pensare alla campata. E soldi per i collaboratori non ce ne stanno, tu o’ saje.” Mi hanno guardata tutti con palese senso di pena negli occhi. Magari un giorno le cose cambieranno o forse cambierò io, o la mia vita e ricomincerò a scrivere. Ma adesso? Mi ritrovo qui, in una frazione della mia vita in cui guardare un foglio bianco mi mette l’ansia. Con la paura di non riuscire più a scrivere, neanche per me. Sarebbe tremendo. La peggiore delle punizioni, un oblìo dal quale non riuscirei a uscire. In questo momento l’unica immagine alla quale riesco a pensare è quella bara bianca che entra nel carro funebre. Un sogno giovane, che non è ancora degno di essere seppellito in una cassa in mogano di noce. Ma un sogno che c’era e ha avuto un prezzo. Novanta Euro l’anno: il costo non ripagato di una malinconica felicità.


Affitto, bollette, bollino

21 gen 2011

Cuore di mamma

Dopo aver cambiato il template del blog e averne assunto uno dai contorni un po' meno sfigati, la gentil donzella che naviga tra queste pagine sperando soltanto che passino i giorni in cui la sua testa arde dolorante e le sue membra stanche trovino appiglio di guarigione, voleva riportare l'intercettazione telefonica di una conversazione avvenuta stamani tra sè e la sua genitrice:

«Pronto?!»
«Uè belladimamma come ti senti, oggi?»
«Ieri stavo una chiavica. Oggi sto una mezza chiavica. Comunque ho ancora mal di testa. Sto bene soltanto se mi drogo con la novalgina, quindi penso che chiamerò il medico. Però se questo non ci capisce un cazzo o' jett a copp a basc'!»
«Si! (quant'è bella mia mamma che mi istiga alla violenza, eh?) Senti sai chi ho visto e ti manda tanti saluti?»
«Chi?»
«Cosa...quella signora che abita in quella strada alberata...quella signora bionda...»
«Mamma non capisco. Chi?»
«Ma come no!?! Quella che è amica di cosa...quella che è la mamma di quella ragazza che ha fatto le elementari con te...!»

Voi avete capito, no?

20 gen 2011

Io non mordo

Noto che gli utenti di splinder mi guardano di sbieco. Visitano il profilo (anche più volte consecutivamente), ma si guardano bene dal lasciare commenti o contattarmi. Come se un nuovo blog fosse un campo minato e scrivere qualcosa alla persona che ha deciso di farsi del male essendo presente anche qui significhi firmare la propria condanna a morte.
Del resto c'è da capirli. Anch'io penserei: "E chi è questa che caca fuori dalla tazza in casa nostra?"

Beh, che dire...Meno male che la cardarella c'è!


Io non mordo