lunedì 31 ottobre 2011

Il treno

Andare alla stazione con lo zaino in spalla e dirigersi verso il binario tre senza neanche fare il biglietto o dare un'occhiata alla destinazione del treno in arrivo.
Aspettare con l'espressione sicura, calma.
L'espressione di chi sa che cosa sta facendo e perchè.
Guardare il treno arrivare senza chiedersi niente.
Salire e cercare un angolo per sedersi.
Osservare quelle vite che viaggiano con interesse, cercando di carpirne i pensieri dagli sguardi. Immaginare le loro esistenze e fantasticarci sopra, come un ricamo.
Chiudersi nel cesso del vagone per fumare di nascosto.
Cercare il controllore prima che lui arrivi per pagare il biglietto, dicendogli che c'era troppa fila alla stazione e avresti rischiato di perdere il treno.
Scendere in una località qualsiasi, sconosciuta.
E cominciare a camminare.

Questo è nient'altro farei adesso.


giovedì 27 ottobre 2011

I can change! (La ruota della macchina)

Premessa

Sapete quando uno sta facendo una cosa pericolosa e poi all'improvviso esce dalla stanza dove è accaduto un danno irreparabile (chessò: è zompata la corrente provocando un principio d'incendio, è crollato il soffitto, i muri hanno iniziato a parlare) e con le braccia ben'in vista, magari i vestiti strappati e un paio di smorfie di autocompiacimento grida: «Sto bene! Sto bene!» e avanza orgoglioso verso la folla? Ecco, così.
Sto bene. Il braccio non mi sta dando problemi e il mio voto a sant'aulin ha sortito il suo effetto. Ok, premessa fatta. Passiamo appresso.

L'altra mattina

Girovagavo in macchina (che la moto non l'ho presa perchè pioveva a zeffunno) lungo la via Appia quando...

No, aspettate, la rifaccio.

Bestemmiavo nel traffico ogni santo, che l'Appia quando piove diventa un macello quasi peggio di Napoli voragini a parte, quando sento nitidamente un "fffssshhhhhh" preoccupante, provenire dal lato anteriore destro della macchina. Fortunatamente mai come l'altro giorno non mi sono incaponita e ho accostato appena ho potuto costatando che il mio sospetto era fondato. La carrozza aveva forato. Mò vai trovando chi stronzo ha lasciato cadere un pezzo di vetro, un chiodo, un coso qualsiasi sull'asfalto. Quando capita qualcosa di seccante succede sempre che bisogna trovare un capro espiatorio, anche immaginario, col quale fare cerebralmente a cazzotti da quì all'eternità. Scesa dall'auto, infradiciata dall'acqua già nell'arco dei primi cinque minuti, ho fissato quella gomma bucata per un po', quasi come un requiem. Come se avessi voluto dirle addìo. Fatto il funerale a quella ruota di merda, ho preso coraggio, e mi sono messa all'opera. Cambiare la gomma bucata è stata la prima cosa che mi ha insegnato Giggino perchè "si è 'na cos' non lo devi prendere in culo." (Parole sue). Stavo accovacciata davanti all'infausta morte della gomma floscia con tutto quello che mi serviva accanto, le mani nere e la faccia bagnata quando vedo una macchina uscire dalla fila trafficosa, approfittare di un po' di spazio dietro per un pizzico di retromarcia e accostare davanti alla mia. Dall'auto sospetta scende un uomo sui 35 anni , camicia stirata, jeans puliti e fede ben visibile. Lì per lì faccio finta di niente, visto che il tizio poteva anche essersi fermato per i cazzi suoi, ma non nascondo che ho messo in dubbio le sue capacità cognitive vista la manovra che ha fatto. Si avvicina e standosene a un paio di centimetri da me, ma in piedi (cioè, voi dovete immaginare la scena: io accovacciata co' sta ruota bucata davanti e lui vicinissimo ma in posizione eretta. Non vi fa venire in mente niente?) chiede:
«Ti ho vista dallo specchietto. Serve aiuto?»
Senza neanche girarmi, poichè sarebbe stato piuttosto imbarazzante ritrovarmi faccia a faccia col cavallo dei suoi pantaloni, rispondo: «No, grazie. So farlo da sola.»
E mi accingo a togliere i cosi che bloccano la ruota, che mò non mi ricordo come si chiamano, stando attenta a dove li metto perchè se ne perdi un paio devi creare il pezzotto altrimenti la ruota potrebbe scappare.
Il tipo vede che non ho difficoltà, ma insiste: «Ma dai, ti aiuto. Se lo facciamo insieme è meglio no?»
«No.»
«Ma ti sei svegliata col piede storto stamattina?»
«Semmai alzata...»
«Eh, si. Quello.»
«No.»
«E allora?»
«E allora che?»
«Perchè non vuoi che ti dia una mano, scusa? Del resto sei una femmina. Se non ti aiuto ci passi la giornata.»
«Ma non vedi che sono già a tre quarti del lavoro? E poi scusa, col fatto che sono una femmina non sono capace di cambiare una gomma bucata? O magari tu che sei maschio sei in grado di farlo meglio? Sono tutte stronzate (tutto ciò mentre continuavo a lavorare senza guardarlo neanche in "faccia" che altrimenti avrei visto un paio di jeans e nient'altro.) e chi vi ha fatto crescere con queste convinzioni dev'essere buttato sotto la 95ma barrata. Vi affidate ai luoghi comuni, vivete per convenzioni. Per tua informazione io so usare il trapano, il seghetto alternativo, so fare lavori d'idraulica, so verniciare, cucire e cucinare. E non necessito dell'aiuto di nessuno, soprattutto se non è richiesto.»
Mentre chiacchieravo autocelebrandomi, lo stronzo s'è accasciato vicino a me e fissava le mie mani sporche. Dev'essere stato un gesto di un secondo perchè non me ne sono neanche accorta quando ha rubato da terra i cosi che dovevo rimontare per tenere la ruota ferma.
Ho preso a girare attorno alla macchina con lo sguardo puntato per terra, cercandoli.
«Cerchi qualcosa?»
«I cosi.»
«Che cosa?»
«I cosi!»
«Ma che cosa?»
«Ma t'e faje e cazz' tuoje?!»
Stavo impazzendo, veramente. Sarò rimasta a contemplare il vuoto (per essere precisi il punto in cui avevo poggiato a terra i cosi, quasi a sperare di vederli comparire dal nulla all'improvviso) per cinque o sei minuti buoni. Poi, a un certo punto, l'illuminazione: «Mò sai che c'è? Svito un coso da ogni ruota, tanto con tre si può camminare così ne recupero altri tre da montare sulla ruota cambiata. Si, si. Mò faccio così.»
Il tizio sbianca e lascia cadere le braccia lungo il corpo. Poco dopo, con l'espressione di chi ha perso e s'è rassegnato all'averlo preso tutto d'un botto dolorosamente, mi apre la mano davanti e me li passa.
«Li ho presi da terra e manco te ne sei accorta. Volevo dimostrarti che c'è sempre bisogno dell'aiuto di qualcuno. Soprattutto di un uomo quando si tratta di motori e simili, ma mi sbagliavo. Hai trovato una soluzione alla quale non avevo neanche mai pensato...»
«E' normal'! - esclamo interrompendolo - Io sono napoletana. Tu no.»
Rimonto tutto, metto a posto e quel maronna continua a fissarmi in modo imbarazzante.
Credevo stesse per sentirsi male avendo visto sgretolarsi tutte le sue convinzioni del cazzo in un'oretta scarsa.
Poi, invece, prende coraggio e se n'esce con la frase più stupida che si possa dire ad una donna: «Ok, è stato un piacere conoscerti. Allora l'ho memorizzato il tuo numero di telefono...»
Mò la tattica avrebbe voluto che io gli dicessi che non gli avevo dato nessun numero e lui si sarebbe sentito autorizzato a chiederlo.
Nel frattempo avevo già fatto il giro dell'abitacolo e me ne stavo con la portiera aperta a contemplare cotanto scempio umano. Approfitto della palese demenza guardando alle sue spalle, sgranando gli occhi e tappandomi la bocca ispirante con la mano, facendogli credere che chissà cosa stava succedendo mentre lui faceva il mollicone.
D'istinto il tizio si gira, io rimonto in macchina, infizzo la prima e lo lascio lì sul ciglio della strada. Il coraggio di guardare la sua immagine allontanarsi dallo specchietto non l'ho avuto, vigliaccamente.

Comunque ho deciso di prendere il brevetto di guida veloce.

giovedì 13 ottobre 2011

Di come vai in ospedale per una visita ed esci sei ore dopo

L'hai trascorsa tutta. Hai visto le lancette dell'orologio scandire i minuti, le ore. Hai visto le pagine del libro che ti teneva compagnia diventare viola, poi rosse, mentre storcevi la bocca ad ogni fitta di dolore che ti pervadeva il braccio. Che partiva dal polso e arrivava fin sopra la spalla. Hai visto il tatuaggio che hai sulla scapola prendere il volo (è una farfalla) e abbandonarti. L'hai vissuta completamente tra gemiti e distorsioni corporee, seduta in cucina. L'hai vista avvolgere la città dormiente e scappare via come una ladra non appena il sole si è degnato di sbadigliare, facendo capolino dal mare.

La notte, se la trascorrete insonni e in solitarìa, con un dolore che non vi da pace, è una creatura infame e bastarda. Bella, sì. Ma stronza assai. Le chiedi di andarsene o quantomeno di aiutarti a prendere sonno...macchè. Non ti sente proprio. Anzi, ti dice che vuole compagnia e quindi ti mantiene sveglia. Il dolore si acuisce e diventa dolore condito da altri dolori.
Dolore, sempre dolore, solo dolore.

Finalmente qualcuno in casa si sveglia e ti trova lì, con i capelli arruffati, gli occhi pesti e gli occhiali sul naso e ha anche la faccia di culo di domandarti:
«Tesoro! Ma sei già sveglia?»
«Ma veramente io a dormire non ci sono venuta proprio...»

Infiammazione del tunnel carpale che da qualche giorno è tornata. Ho provato a combatterla con l'antinfiammatorio e sembrava pure che avesse funzionato, ma stanotte quel nervo si sarà calato qualcosa perchè me lo risputava in faccia come un neonato che rigurgita acqua fresca. Ci si lavava la faccia e poi svuotava tutto il bacile di Aulin nella mia vescica.

«Andiamo in ospedale?» , chiede il compagno mentre beve il caffè che ho fatto io col solo ausilio della mano sinistra. Ormai sono un fenomeno da baraccone.

«Ma veramente vorrei asp...» Non finisco neanche di parlare che cicciobbello chiama l'Amico. Il fratello che non ho mai avuto. Quello che mi ritrovo sempre vicino quando ne ho bisogno. Quello che stamattina ha minacciato di arpionarmi con la fiocina, se non avessi accettato come minimo di farmi visitare. Dieci minuti e me lo ritrovo fuori la porta.

«Portala tu. Quando sta con te non da in escandescenza. Così io posso andare a lavorare tranquillo. E poi a te t'ascolta. Con me manco per il cazzo.»

Vengo prelevata quasi di peso e caricata in macchina. Giunge la solita telefonata mattutina di quell'altra imbecille di Stefania che chiede, come al solito:
«Uè stronza. Buongiorno. Che stai facendo?»
«Veramente sto andando in ospedale perchè...»
Non ha chiesto cos'è successo. Ha solo detto di aspettarla all'incrocio che conosciamo e che sarebbe venuta anche lei.
Arriviamo al pronto soccorso e, a parte due o tre litigate con altri astanti che, tra una fitta e l'altra, ho egregiamente sostenuto, ho atteso due ore e passa per essere visitata.
Arrivata lì alle 10.00, alle 12.00 e poco più il mio braccino era tra le mani del medico di turno. L'ha tirato, l'ha toccato, l'ha accarezzato, l'ha distorto, ha stretto la spalla quando ha saputo che mi faceva male anche quella.

«E' una bruttissima infiammazione del carpale. Il nervo mediano è compromesso. Ci vuole l'intervento. Per stasera sarà anche dimessa. Si tratterà di fare un'incisione sulla mano e decomprimerlo un po' col bisturi. Il punto è che dobbiamo essere rapidissimi perchè alla signorina fa malissimo. E dopo l'operazione starà benissimo

«Stronzissimo!» , ho detto tra i denti con un sorriso che più di plastica veramente non si poteva.

Poco dopo...
«Sto volando Jack, sto volando!»

Con le braccia aperte, mentre percorrevo stesa sotto le coltri, il corridoio della corsia ed incontravo volti conosciuti, che si chiedevano cosa ci facessi io lì, che mi avevano visto 5 minuti prima entrare in ospedale con la borsetta e gli occhiali da sole, con i capelli vaporosi e qualche smorfia di dolore.

«Mi hanno ricoverato. Mi operano.»

«Ma... ma... ma...»

«Ci vediamo giù in sala!»

La sala operatoria profuma.

Sa di tensione, di freddo, di luci bianche, di bip di monitor, di teli verdi, camici bianchi. Sa di fili in ogni dove, sa di vene non trovate, di buchi rifatti, sa di disinfettante e propofol.
Sa di carezze sul viso di chi ti conosce. Ed io ho la fortuna di conoscerli.

«Adesso comincerai a sentirti rilassata.»

«D'accordo.»

«28 anni giusto?»

«Veramente sono ancora 27...»

«Ma quanto è alta, questa?»

«Questa è alta 1.75, Dottò!» , dice l'infermiere mentre mi guarda e mi fa l'occhiolino.

«Quanto ha detto che pesa? 70 kg?» , chiede il medico.

«Veramente no!»

«E tu che ci fai ancora sveglia?»

«Vigilo sulla veridicità dei dati sul mio conto.»

«Ma tu dovresti dormire adesso.»

«Datemi un cuscino almeno, io su sto coso freddo non ci riesco bene.»

«Allora sono 75 kg?»

«E alloraaa?! Io vi denuncio!»

«Si può sapere quanto pesa?  E perchè non è ancora sedata? Bambina cerca di stare tranquilla.»

«Come faccio a stare tranquilla mi hai detto che peso 75 kg!»

«Dormi.»

«No, adesso prendete una bilancia e mi pesate. 75 kg io? Ma stiamo scherzando?!»

«Fumi?»

«Se lo vedete uscire dalle orecchie è perchè mi sto incazzando!»

«Bevi?»

«Solo due vodka martini la mattina»

«Fai uso di droghe?»

«Non vi si può nascondere niente...»

«Ah no, abbiamo solo dimenticato di aprire la valvolina, ora arriva Morfeo!»

E' un nanosecondo. Mi viene in mente il post operatorio, eventuali medicazioni quotidiane, l'impossibilità di muovere la mano destra per almeno 10 giorni, un'infezione, un'irritazione, la mano che si staccava da sola durante la notte...

«Fermi tutti! Non mi voglio operare più!»

La mano dell'anestesista si blocca sulla valvolina, i portantini mi fissano, il chirurgo avrebbe voluto uccidermi, l'infermiere di cui sopra spalanca la bocca.


«Levatemi 'sto tubo dal braccio che voglio uscire. Prima che mi venga una crisi isterica, per favore.»

«Ma...ma....ma....»

«Non m'interessa. Se non volete morire tutti impiccati dalle garze fatemi uscire. Voglio andare a casa.»

«Ma...ma...ma...»

«Ma m'imbottirò di antinfiammatori e buona notte. Non voglio sapere niente.»

Mi rilasciano un foglio dove sostengono che mi hanno ricoverata e dimessa nel giro di poche ore.

Nome e Cognome: xxxxxx xxxxx
Età: 28 anni
Peso: 70kg
Reparto di degenza: chirurgia geriatrica.

Io li denuncio. TUTTI.

domenica 9 ottobre 2011

I will survive... Grazie alle chiavi della moto.

Non era un giorno di pioggia, nè Matteo e Giuliano incontrarono Licia per caso. Ma una gentil donzella doveva comunque recarsi in un posto che era solita frequentare, quando - per un periodo - si occupò di cronaca giudiziaria. Il tribunale di Napoli. Quello che sta al centro direzionale. Quello che ha i faldoni delle cause penali visibili a tutti. Quello che ha i pezzi d'intonaco che ti cadono in testa e le stanze dei magistrati coi posacenere colmi di cicche. I divieti per i giudici sono un'optional. I giornalisti (piccola premessa) fanno parte di una brutta razza. E vanno a braccetto con gli avvocati: sono tutti busciardi. Non dicono la verità neanche se li paghi, se si tratta di mentire per avere una cosa di soldi. Sono cinici, sarcastici e saccenti. Come la fanno loro, una cosa, non la fa nessuno. Camminano a testa alta sempre, con arroganza. S'arrabbattano correndo a destra e a manca e non ammetteranno mai che si devono fare il mazzo per guadagnare. Tu che hai il posto fisso e guadagni 1200 Euro al mese, è inutile che guardi con la faccia soddisfatta: non proverai mai l'ebbrezza di avere a che fare con i pluripregiudicati che potrebbero impalarti da un momento all'altro. Quindi hai la vita piatta. Gli avvocati e i giornalisti no. Detto questo, raccontiamo quel che accadde una mattina che la donzella di cui sopra, ancora con gli occhi abboffati di sonno, raggiunse il loco ameno entrando dalla parte dei pregiudicati e di quelli che avrebbero trascorso la mattinata in attesa di essere interrogati (lei, degna figlia di suo padre, sarà sempre dalla parte del popolo). Arriva in moto. Pagato l'euro alla zenghera onnipresente che parla un napoletano più stretto della vasciaiola che abita il vico di fronte al mio palazzo, m'avviai verso l'ingresso. Finalmente fu il mio turno per entrare. Consegnai la borsa alle guardie giurate, loro la fecero scorrere sotto il rullo che le fece la radiografia (e loro poterono appurare che avevano di fronte una che non ha tutta la casa appresso, in borsa. Ma Napoli e Piedigrotta...) e nel frattempo io mi avvicinai al metaldetector.

Lo scostumato suonò, facendomi guardare con sospetto dai presenti.

"Ha oggetti metallici addosso?" mi chiese una delle guardie.

"Ma veramente no. Ho tolto tutto prima di entrare." , risposi.

"Mah. Riprovi a passare."

Quel coso saputello suonò di nuovo. A quel punto stavo cominciando a innervosirmi.

"Ma lei è sicura di non avere nulla di metallico addosso? Chessò, baipass, ferri nelle gambe,  una placca in testa..."

"Non mi risulta. Cioè è vero che so' capa tosta, ma non ho ferri da nessuna parte."

"Ripassi."

Niente. Il metaldetector non smetteva di suonare e sinceramente non sapevo più come comportarmi. Ormai stavano marchiando a fuoco un simbolo, per etichettarmi come terrorista e preparando il rogo per farmi bruciare in mezzo al piazzale, ma una voce, dall'esterno, mi salvò pur mettendomi ancor di più in imbarazzo: "Signurì e spogliatevi, no? Così lo vediamo tutti che non avete coltelli addosso e stiamo più tranquilli..."

Calò il silenzio. L'aria per me divenne una torta che si poteva tagliare con un coltello o anche col wilkinson a due lame. L'avrei potuta appallottolare e usarla come palla da bowling, veramente. O anche per tirarla in fronte a tutti (avvocati - riconoscibili dal cravattone e dalla borsa diplomatica pezzotto comprata a piazza Dante -, guardie e astanti) quelli che avevano incrociato le braccia in attesa dello streep live. Il subconscio mi aiutò a difendere la mia virtù, ricordandomi che le chiavi della moto erano state accolte dal reggiseno. Ed è così sempre visto che, se le metto in borsa, poi mi vengono le rughe per ritrovarle. Infilai una mano dentro la maglietta e lo tirai fuori.

"Eccolo, eccolo! - esclamai - Era questo che faceva suonare 'sto coso!"

Ripassai e il metaldetector restò zitto. Nel contempo, però, sentii un monosillabico verso di  delusione, riassunto in un "Uah..." unisonante che tranciò l'aria con un rompighiaccio. Recuperai la borsa da Mary Poppins e m'avviai finalmente verso la stanza del Dott. Taldeitali. Senza sapere che, però, proprio quella mattina, in tribunale, non c'era.


Che poi, questo fatto, è stato inizialmente pubblicato su un altro blog dietro espressa richiesta del proprietario che ha ammesso, all'epoca, che le sue pagine facevano scendere la uallera.
L'ha detto lui, non io!