La cardarella è poliglotta. Translate!

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13 ott 2011

Di come vai in ospedale per una visita ed esci sei ore dopo

L'hai trascorsa tutta. Hai visto le lancette dell'orologio scandire i minuti, le ore. Hai visto le pagine del libro che ti teneva compagnia diventare viola, poi rosse, mentre storcevi la bocca ad ogni fitta di dolore che ti pervadeva il braccio. Che partiva dal polso e arrivava fin sopra la spalla. Hai visto il tatuaggio che hai sulla scapola prendere il volo (è una farfalla) e abbandonarti. L'hai vissuta completamente tra gemiti e distorsioni corporee, seduta in cucina. L'hai vista avvolgere la città dormiente e scappare via come una ladra non appena il sole si è degnato di sbadigliare, facendo capolino dal mare.

La notte, se la trascorrete insonni e in solitarìa, con un dolore che non vi da pace, è una creatura infame e bastarda. Bella, sì. Ma stronza assai. Le chiedi di andarsene o quantomeno di aiutarti a prendere sonno...macchè. Non ti sente proprio. Anzi, ti dice che vuole compagnia e quindi ti mantiene sveglia. Il dolore si acuisce e diventa dolore condito da altri dolori.
Dolore, sempre dolore, solo dolore.

Finalmente qualcuno in casa si sveglia e ti trova lì, con i capelli arruffati, gli occhi pesti e gli occhiali sul naso e ha anche la faccia di culo di domandarti:
«Tesoro! Ma sei già sveglia?»
«Ma veramente io a dormire non ci sono venuta proprio...»

Infiammazione del tunnel carpale che da qualche giorno è tornata. Ho provato a combatterla con l'antinfiammatorio e sembrava pure che avesse funzionato, ma stanotte quel nervo si sarà calato qualcosa perchè me lo risputava in faccia come un neonato che rigurgita acqua fresca. Ci si lavava la faccia e poi svuotava tutto il bacile di Aulin nella mia vescica.

«Andiamo in ospedale?» , chiede il compagno mentre beve il caffè che ho fatto io col solo ausilio della mano sinistra. Ormai sono un fenomeno da baraccone.

«Ma veramente vorrei asp...» Non finisco neanche di parlare che cicciobbello chiama l'Amico. Il fratello che non ho mai avuto. Quello che mi ritrovo sempre vicino quando ne ho bisogno. Quello che stamattina ha minacciato di arpionarmi con la fiocina, se non avessi accettato come minimo di farmi visitare. Dieci minuti e me lo ritrovo fuori la porta.

«Portala tu. Quando sta con te non da in escandescenza. Così io posso andare a lavorare tranquillo. E poi a te t'ascolta. Con me manco per il cazzo.»

Vengo prelevata quasi di peso e caricata in macchina. Giunge la solita telefonata mattutina di quell'altra imbecille di Stefania che chiede, come al solito:
«Uè stronza. Buongiorno. Che stai facendo?»
«Veramente sto andando in ospedale perchè...»
Non ha chiesto cos'è successo. Ha solo detto di aspettarla all'incrocio che conosciamo e che sarebbe venuta anche lei.
Arriviamo al pronto soccorso e, a parte due o tre litigate con altri astanti che, tra una fitta e l'altra, ho egregiamente sostenuto, ho atteso due ore e passa per essere visitata.
Arrivata lì alle 10.00, alle 12.00 e poco più il mio braccino era tra le mani del medico di turno. L'ha tirato, l'ha toccato, l'ha accarezzato, l'ha distorto, ha stretto la spalla quando ha saputo che mi faceva male anche quella.

«E' una bruttissima infiammazione del carpale. Il nervo mediano è compromesso. Ci vuole l'intervento. Per stasera sarà anche dimessa. Si tratterà di fare un'incisione sulla mano e decomprimerlo un po' col bisturi. Il punto è che dobbiamo essere rapidissimi perchè alla signorina fa malissimo. E dopo l'operazione starà benissimo

«Stronzissimo!» , ho detto tra i denti con un sorriso che più di plastica veramente non si poteva.

Poco dopo...
«Sto volando Jack, sto volando!»

Con le braccia aperte, mentre percorrevo stesa sotto le coltri, il corridoio della corsia ed incontravo volti conosciuti, che si chiedevano cosa ci facessi io lì, che mi avevano visto 5 minuti prima entrare in ospedale con la borsetta e gli occhiali da sole, con i capelli vaporosi e qualche smorfia di dolore.

«Mi hanno ricoverato. Mi operano.»

«Ma... ma... ma...»

«Ci vediamo giù in sala!»

La sala operatoria profuma.

Sa di tensione, di freddo, di luci bianche, di bip di monitor, di teli verdi, camici bianchi. Sa di fili in ogni dove, sa di vene non trovate, di buchi rifatti, sa di disinfettante e propofol.
Sa di carezze sul viso di chi ti conosce. Ed io ho la fortuna di conoscerli.

«Adesso comincerai a sentirti rilassata.»

«D'accordo.»

«28 anni giusto?»

«Veramente sono ancora 27...»

«Ma quanto è alta, questa?»

«Questa è alta 1.75, Dottò!» , dice l'infermiere mentre mi guarda e mi fa l'occhiolino.

«Quanto ha detto che pesa? 70 kg?» , chiede il medico.

«Veramente no!»

«E tu che ci fai ancora sveglia?»

«Vigilo sulla veridicità dei dati sul mio conto.»

«Ma tu dovresti dormire adesso.»

«Datemi un cuscino almeno, io su sto coso freddo non ci riesco bene.»

«Allora sono 75 kg?»

«E alloraaa?! Io vi denuncio!»

«Si può sapere quanto pesa?  E perchè non è ancora sedata? Bambina cerca di stare tranquilla.»

«Come faccio a stare tranquilla mi hai detto che peso 75 kg!»

«Dormi.»

«No, adesso prendete una bilancia e mi pesate. 75 kg io? Ma stiamo scherzando?!»

«Fumi?»

«Se lo vedete uscire dalle orecchie è perchè mi sto incazzando!»

«Bevi?»

«Solo due vodka martini la mattina»

«Fai uso di droghe?»

«Non vi si può nascondere niente...»

«Ah no, abbiamo solo dimenticato di aprire la valvolina, ora arriva Morfeo!»

E' un nanosecondo. Mi viene in mente il post operatorio, eventuali medicazioni quotidiane, l'impossibilità di muovere la mano destra per almeno 10 giorni, un'infezione, un'irritazione, la mano che si staccava da sola durante la notte...

«Fermi tutti! Non mi voglio operare più!»

La mano dell'anestesista si blocca sulla valvolina, i portantini mi fissano, il chirurgo avrebbe voluto uccidermi, l'infermiere di cui sopra spalanca la bocca.


«Levatemi 'sto tubo dal braccio che voglio uscire. Prima che mi venga una crisi isterica, per favore.»

«Ma...ma....ma....»

«Non m'interessa. Se non volete morire tutti impiccati dalle garze fatemi uscire. Voglio andare a casa.»

«Ma...ma...ma...»

«Ma m'imbottirò di antinfiammatori e buona notte. Non voglio sapere niente.»

Mi rilasciano un foglio dove sostengono che mi hanno ricoverata e dimessa nel giro di poche ore.

Nome e Cognome: xxxxxx xxxxx
Età: 28 anni
Peso: 70kg
Reparto di degenza: chirurgia geriatrica.

Io li denuncio. TUTTI.

11 lug 2011

Convincimenti da venerdì sera

Mi ricollego ad un commento di Chocolady.

«Questo fatto che mi devo operare non mi convince.»
«Ma sì scem? Ti fai venire i dubbi a 48 ore dall'intervento?»
«Meglio prima che dopo, no? E poi 'sto medico è sempre stato poco comunicativo, con tutti e due. Non ti ricordi che gli facevamo 10 domande e lui rispondeva si e no a mezza? Poi non applica la terapia contro il dolore. Cosa che secondo me ogni medico dovrebbe fare. Perlomeno il medico di prima (leggasi scarparo, ndr.) mi domandava semi faceva male, quando mi medicava. Questo piglia e parte, senza avvisare, senza dire niente. Mi fa un male cane.»
«Si,  è vero che ti faceva sentire poco dolore il medico di prima. Ma è anche vero che non ha risolto un cazzo. »
Sapete quando si parla con un muro? Ecco, così. Non mi sentì proprio.
E continuò a parlare:
«No, no...Non mi convince. Poi io mica lo so se l'intervento è effettivamente necessario o se lui potrebbe far chiudere la ferita con una terapia adeguata, ma non lo fa. Poi prima m'ha detto che la pelle viene da un donatore vivente, poi da un cadavere. Ma si può capire? So' confuso, non ci sto capendo più niente. E se questo mi opera a crudo, io come faccio a sopportare quel dolore per chissà quanto tempo?! Mi viene un infarto, è sicuro. [...] Ma a chi staje chiammann?»
«A mio padre. Fino a prova contraria è stato lui che c'ha mandato lì quindi, visto che c'ha portato mio nonno prima di consigliarlo a noi, se ha notato qualcosa di anomalo me lo dice, no?»
Tentativo privo di ogni logica visto che mio padre non mi avrebbe mai spedita da un maniscalco.
E tant'è: mio padre cerca di rassicurare me e ciccio.
Con me ci riesce, anche perchè non ce n'era bisogno. Con ciccio manco po' cazz'.
E lui continua:
«E se poi mi viene na cosa co' sta pelle? Chi lo conosce il donatore?»
«Scusa e quelli che si fanno trapiantare un rene che dovrebbero dire? Senti, ma dilla tutta: non è che la tua è solo paura? Sarebbe una cosa normalissima, eh!»
«Ma chi, io?! Nooo...è solo che non sono più disposto a sentire tutto quel dolore. Lo sai benissimo che non ho la soglia bassa, quindi se ti dico che fa male credici.»
«Ci credo, figurati. Senti, facciamo così: mò andiamo a casa e facciamo una ricerca sul medico che ti dovrà operare lunedì. Se viene fuori anche solo un capello negativo, non ti operi più. Però non dimenticare che qualsiasi terapia, escludendo l'intervento, non è detto che riesca.»
«Ok, facciamo così. E cerchiamo anche notizie sulla clinica. E cerchiamone anche sull'innesto in generale, che se la pelle è certamente di un morto vuol dire già che il medico ha detto le palle.»
Invoco Santa Pazienza pur non essendo cattolica e comincio a rendermi conto di possedere risorse energetiche che non credevo di avere. Arrivati a casa cerchiamo notizie sulla struttura ospedaliera e non troviamo altro che note positive su tutti i fronti. Anche in merito all'educazione del personale (cosa che ho appurato oggi e che a Napoli non è frequente).
Cerchiamo notizie sul medico e non troviamo altro che encomi, ringraziamenti e palpabile commozione espressa a parole a seguito di interventi fatti su questo o quello.
Leggo il suo curriculum - pubblicato sul suo stesso sito - tre volte e per tre volte mi soffermo su frasi tipo: "Autore del libro tale", "Coautore del libro tale", "Stage su questo con Prof. tale a Parigi", "Master in questo", "Opinionista in Tv circa le nuove tecniche dell'angioplastica", "Trapianto di fegato su un topolino". Insomma, cerchiamo tutto. Proprio il pelo nell'uovo. Niente. Nessun neo o elemento negativo. Poi cerchiamo notizie sull'innesto e non solo appuriamo che, come ha affermato il medico, il donatore può essere sia un vivente che un non vivente, ma anche che la cute viene trattata precedentemente con antibiotici e glicerina. Resa sterile fino allo spasimo e conservata a -80° presso la Banca della cute all'Università di Siena. Letto tutto ciò e fattesi le sei del mattino, mentre mettevo il collirio, visto che i miei bulbi oculari non ricordavano più che facevano parte di un insieme, ciccio afferma di essersi tranquillizzato. E riconosce che l'intervento è effettivamente l'unica e rapida soluzione.

Intanto tu stai qui e ricordi, mentre lui non c'è.
E domani è il giorno.
Rileggi quel che hai scritto e non hai rimpianti.
Lo hai scritto, sì. Ma solo per ricordare. Quanto amore sei stata capace di provare.
Per una persona sola.

6 lug 2011

Tutto passa. E anche questa passerà.

Da un lato ora posso dire che le abbiamo tentate tutte. E che quindi c'abbiamo provato.
Dall'altro rimpiango il tempo perso dietro a creme, dolore, gonfiori, garze e quella fibrina di merda.
Non c'è verso: l'intervento è necessario.
Quando il medico ieri ha visto la ferita per prima cosa ha detto:
«Ma chi aspettate?»
Poi ha aggiunto: «Non vi ho detto nulla quando avete deciso di non operare e di tentare la strada della terapia, perchè altrimenti poteva sembrare che volevo costringervi, intervenire per forza chirurgicamente per chissà quali interessi. Io guadagnerei di più se voi foste obbligati ad andare e venire dal mio studio... Tanto poi bisognerebbe operare comunque.»

Ora c'è la fretta. Quel che occorre arriverà in fretta da Siena. Quel che serve verrà acquistato in fretta in questi giorni. Le emozioni, i dubbi, le speranze che sono da metabolizzare, verranno mischiate in fretta alla razionalità. Giovedì saremo nuovamente dal medico, domenica ci sarà il ricovero.

L'intervento avrà luogo lunedì e martedì cicciobombolone verrà già dimesso.
Poi ci sarà il decorso post operatorio durante il quale si dovrà appurare se il livello di attecchimento dell'innesto cutaneo è o meno soddisfacente. Premettendo però che c'è un 80% di successo in pazienti anziani, in uno che ha superato da poco i 40, la percentuale dovrebbe aumentare... Per intanto le medicazioni dovranno continuare fino a domenica, ma con la speranza di essere vicini alla via d'uscita.

Ieri sera prendiamo i cerotti che utilizzavamo per coprire la medicazione un mese fa e quelli che stiamo adoperando adesso. Questo perchè il compagno non ha mai ammesso, contrariamente a quando sostenevo basandomi su un'analisi visiva, che la piaga stava sì diventando meno profonda, ma man mano stava allargandosi. Lui poggia il cerotto di un mese fa sulla piaga e vede che non riesce a coprirla. Poi prende il cerotto che tutt'ora porta, più grande, e vede che la copre tutta.  Come avrebbe fatto un bambino. Io non parlo. 
Perchè non sono una di quelle che gode nel dire:
«Te l'avevo detto...»
Lui in silenzio mi guarda e poi dice: «Io non lo volevo accettare. Perciò ti dicevo che ti sbagliavi...»
Mi sale il sangue alla testa e lo rincorro per casa con la pistola ad acqua.

Ieri dal medico ciccio gli chiede se il betadine, noto disinfettante, potrebbe essere utile alla guarigione. Il medico sbotta:
«Non sia mai! Quello uccide le cellule staminali che servono alla cicatrizzazione! Mai, mai, mai!»
Io e il compagno ci guardiamo il faccia e ci ricordiamo entrambi di quando l'altro medico glielo spruzzava sopra, fino a riempire completamente la piaga...
Bello, eh?!

20 giu 2011

Il pescatore e la spina di pesce

Tutto ciò che andrete a leggere è tratto da una storia vera. Quella che sta facendo a cazzotti con i miei neuroni da un po' di tempo a questa parte. E che li sta mandando al tappeto.

Diversi mesi fa il compagno si ferisce ad una gamba. Anzi, ad entrambe per essere precisi. Una lesione in una determinata circostanza, un'altra un po' di tempo dopo. Le ferite si crostificano, ma non si cicatrizzano. Trascorrono i giorni, le settimane. Ma quelle lesioni restano lì, intatte nel loro party di batteri e bruciore. La testa di cazzo mi aveva detto di averle disinfettate, ma solo dopo sono venuta a sapere che le aveva lasciate lì com'erano, credendosi Rambo. Trascorre altro tempo e attorno alle ferite, diventate ormai piaghe, si comincia a vedere un alone rossiccio, poi rosso fuoco, poi viola e rosso. Il dolore, il bruciore, le mie grida che sono arrivate davvero dal padreterno. La sottoscritta si rivolge al medico di base, gli mostra le piaghe e lui non ci capisce un cazzo. L'unica cosa che consiglia è far fare al compagno un ecodoppler per controllare se c'è o meno un'eventuale insufficienza venosa che, nel caso, sarebbe la responsabile della mancata guarigione. Risultato dell'esame: insufficienza venosa cronica degli arti inferiori. Il medico di base gli prescrive un farmaco da prendere a mappate per favorire la circolazione sanguigna, che intanto le gambe si erano gonfiate come palloncini. Le medicazioni con acqua ossiggenata ogni sera e via andare. Non si risolve una beneamata ceppa. Intanto però è trascorso altro tempo, durante il quale s'è dovuto lavorare, camminare, esaurirsi, eccetera. Mi rompo le palle e decido che se ha l'insufficienza venosa è giusto che venga esaminato da una persona competente. Un angiologo e chirurgo vascolare che, trovato su Internet, ha un curriculum vitaemmerd' lungo otto pagine. Uno così nella disperazione ti da affidamento, no? E noi ci siamo affidati, senza sapere che era un macellaio. Dal mese di marzo si va da lui una volta la settimana almeno (circa 100 Euro a botta) per controllare e medicare le ferite. Per 'medicare' intendo assistere ad una vera e propria tortura inflitta al compagno mentre il medico gli estirpava - a suo dire - tessuto necrotico dalla piaga. Che nel frattempo aveva preso la forma quasi di un volto umano con occhi e bocca. E stava anche imparando a parlare. Terapie costose prescritte, file fatte in farmacia per ottenere creme, cerotti particolari, garze eccetera. Tutte cose che devi comprare da te, mica c'hai 'n aiuto!?! Il tempo continua a passare, ma una delle due lesioni continua ad ingrandirsi anche se diventa meno profonda. Io comincio a sospettare che quel medico non è poi così competente, pur essendo il primario di un noto ospedale napoletano. E decido di avere un altro parere. Formia, circa un mese fa. Altro chirurgo, altro ecodoppler che non solo conferma l'insufficienza venosa cronica ma da anche un'altra sentenza: "Sefena ostruita. Ci sarà bisogno di operare." Panico, sconforto. Assieme allo stesso dolore e lo stesso bruciore che non sono mai andati via. Secondo il parere del penultimo luminare, il compagno doveva abboffarsi di diuretici oltre a perdere peso perchè era solo quest'ultimo la causa di tutti il mali. Diuretico per 28 giorni e calza elastica nonostante il caldo cocente. Questa è stata la terapia prescittagli senza neanche guardare le lesioni che si possono curare anche con un po' di alcool, disse. Ma l'insufficienza venosa che ruolo ha, allora, in tutto questo, se è solo il peso il problema? La trama s'infittisce. Il compagno ed io cominciamo a ragionare e lette approfonditamente le caratteristiche di ogni farmaco che il primo maniscalco gli aveva prescritto, appuriamo che trattavasi di principi attivi incompatibili tra loro e che, quindi, con quella terapia non sarebbe mai guarito. Perchè a quelle condizioni se non peggiorava la situazione era comunque come non curarla affatto. Una delle due lesioni, fortunatamente, non si sa come, si chiude da sola. I miei nervi però a un certo punto crollano. Non sopporto più garze, cerotti, betadine, creme e piango. Piango sulla spalla di mio padre mentre gli racconto di quando trovo il compagno sveglio di notte, seduto in cucina, che non riesce a dormire per il dolore alla gamba. Mio padre ha un'illuminazione e mi consiglia un altro chirurgo, sempre napoletano che però ha curato piaghe da decubito profonde e ulcere cutanee anche a persone anziane. Che non è venale e che gode di una reputazione ottima. Che non è fama, attenzione. Prenoto la visita. Due giorni dopo siamo nello studio di un ometto bassino, con la passione per la fotografia e che ci ha trattato come se ci conoscesse da una vita stringendo la mano a entrambi con forza, iniettandoti già da quel momento una buona dose di fiducia. Ecodoppler nuovamente. Solo che questa volta è durato tre quarti d'ora. Visita alle gambe. Da sdraiato e da seduto. In piedi e camminando. Visita alla piaga rimasta aperta. "Lei non ha neanche l'ombra di un minimo d'insuffienza venosa. Questa ferita è stata semplicemente trascurata. E' come se non l'avesse curata affatto. Il punto è che ora s'è formata un'ischemia cutanea (il viola succitato) che impedisce la normale cicatrizzazione. La soluzione è un innesto cutaneo. Tempo una settimana e la ferita si chiuderà sfruttando la pelle che andremo a metterci sopra." Intanto lo medica. E già il giorno dopo la piaga è leggermente ridotta nelle dimensioni. Sono trascorsi tre giorni dalla visita e ad ogni medicazione che gli faccio vedo la ferita diversa. Il violaceo contorno è quasi scomparso e con esso anche il dolore. Salvo i casi in cui cicciobombo ci poggia sopra il peso, ovviamente. Peso che deve assolutamente smaltire. Dovremo tornare da lui martedì e predisporre, eventualmente, il ricovero per domenica pomeriggio. Tre giorni di clinica e poi via, come nuovo. A meno chè, alla visita, non si deciderà che si vorrà tentare la strada della terapia e rimandare l'intervento (se dovesse andar male) a settembre. In tutto ciò ho continuato ad avere tre gatti, due cani, una casa, una mamma disoccupata e un lavoro che nel bene o nel male m'ha consentito di campare con una certa decenza.

Cosa c'entra, direte voi, il pescatore con la spina di pesce?

Un pescatore va dal medico con la mano gonfia e dolente.
Il medico gliela disinfetta e lo invita a tornare tre giorni dopo.
L'uomo per sdebitarsi gli porta una succulenta cassetta di pesce fresco.
Tre giorni dopo la mano è ancora più gonfia.
Il medico gliela disinfetta e lo invita a tornare tre giorni dopo.
L'uomo per sdebitarsi gli porta una succulenta cassetta di pesce fresco.
Tre giorni dopo ancora il pescatore torna dal medico, ormai stremato dal dolore. Ma lui non c'è.
C'è il figlio. Che analizzando la mano del pescatore gli tira via in un attimo una spina di pesce. Spiegandogli che la causa dell'infezione era quella e che da quel giorno non avrebbe avuto più problemi.
Il ragazzo, al rientro del padre, gli comunica l'accaduto. Mosso a tenerezza e con l'orgoglio di aver svolto il suo lavoro correttamente. Il padre però commenta:

"Gliel'hai tolta?!? E mò col cazzo che mangiamo pesce fresco tutti i giorni!!!"