La cardarella è poliglotta. Translate!

15 dic 2011

dicembre 15, 2011 - No comments

La vecchiaia è cazzimma

 Se si fosse trattato di un anno fa, ai signori del post precedente, già avevo inviato i soldi stamattina anticipandoli per tutte le persone che hanno dato la loro adesione alla colletta. Ma con la vecchiaia si diventa saggi. E anzichè rallentare, si tira proprio il freno a mano. E io così ho fatto. Ieri sera mi sono venuti dei dubbi e ho pensato che avrei potuto fugarli soltanto chiamandoli. Anche per capire se avrebbero accettato la cifra, quale sarebbe stato il metodo a loro più comodo per riceverli. Quando poi ho visto che a me era stato fornito un civico, mentre l'elenco telefonico on line ne registra un altro, mi sono ulteriormente convinta a telefonare. Chiamo, un'ora fa. 

Il telefono ha squillato a vuoto fino alla nona volta più o meno. Poi ha risposto un uomo. 

Lui: «Pront'!?», tutto incazzato. Mi sono presentata, gli ho spiegato che non mi conosce - e il tizio mi ha interrotta una cosa tipo cinque volte con un raggelante «si, ma muoviti che c'ho da fare» e questo già è tutto dire - e che con altre persone stavamo cercando di racimolare una cifra da fargli avere per consentirgli di fare la spesa per Natale e, se andava bene, anche un po' oltre. Che non lo facevamo perchè a Natale si è tutti più buoni visto che non crediamo alle puttanate, che si trattava soltanto di un aiuto nei limiti delle possibilità di ognuno, che se per loro sarebbe stata la soluzione più comoda mi sarei messa in macchina e glieli avrei portati di persona, che non era considerabile elemosina, ma soltanto una carezza, quando questo mi fa: «Noooo, ma io c'ho le terre...»

Io: «Prego?!»

«Si, io c'ho le terre. Comunque ti passo mia moglie, però muoviti che c'ha da fare anche lei.» Effettivamente non riaggancia come credevo e mi passa la signora, molto più paracula del marito. Nessuna delle due fa riferimento a quel che l'ansa ha riportato l'altro giorno, ma il fatto aleggiava nell'aria di casa mia e di casa sua, come una doppia lama pronta a sfondare il cranio di chi ne avrebbe fatto velatamente menzione. 

Questa mi ha detto che hanno un nipote nei frati francescani, dei figli, che trascorreranno con loro le festività imminenti e che non ci sono più le mezze stagioni. 

[...]

[...]

A un certo punto a telefono è venuto il figlio.al quale ho spiegato, con pazienza, di nuovo, la situazione. La doppia lama era sulla mia testa, in quell'istante. Lui ha arrabbattato una serie di scuse citando, nell'ordine: arteriosclerosi, alzheimer, vecchiaia, rincoglionimento e cazzimma (anche se su queste ultime non ha detto proprio così) e argomentazioni simili, inframmezzate da versi - se fossero state onomatopee da fumetto ci sarebbero state non so quante 'h' - a palesare l'imbarazzo. La lama, a quel punto, era passata sui suoi coglioni. Ho chiesto se effettivamente i signori non hanno necessità della cifra che stavamo cercando di raccogliere, se davvero posseggono dei pezzi di terra eccetera, precisando: «Perdoni la sfracciataggine, ma sa...nessuno naviga nell'oro. In questo periodo, poi...Sinceramente mi aspettavo una conversazione di tutt'altro tipo e le chiedo di dirmi con franchezza se è il caso che si vada fino in fondo o se è meglio che ognuno di noi sborsi quella cifra per un barbone che dorme in strada per esempio, in palese stato di necessità.»

Ho puntuato sul senso di colpa. Non mi restava altro. 

Il madonna ha sblaterato qualche altra onopatonea vocale e poi ha detto, in sostanza, che non era il caso che ci disturbassimo. Ci siamo salutati (in realtà io l'ho fatto con un chitammuorto tra i denti) ed è finita lì. Non contenta mi sono messa a spulciare su internet per vedere se qualche quotidiano locale riportava la notizia nel dettaglio. Se c'era qualche giornale on line che avrebbe potuto dirmi di più. Cosa che avrei potuto fare ieri, è vero. Ed ho trovato questo. 


Se volete regalare qualche soldo a chi ne ha bisogno più di voi, a 'sto punto, inviateli a un canile, un gattile o comprate qualche coperta da regalare a un barbone che magari dorme davanti il portone di una chiesa. Chiuso, che te lo dico affare...


Questo fatto, a ben pensarci, mi è servito anche come test. Adesso so chi, effettivamente, sarebbe stato disposto, pur non essendo ricco, ad aprire il portafogli e privarsi di qualcosa per qualcun altro. E chi, invece, palesa una fasulla solidarietà di plastica facendo un bla bla bla continuo e inutile. Che si lamenta delle condizioni attuali del Paese. 

E non fa nulla, per migliorarlo.


14 dic 2011

dicembre 14, 2011 - No comments

Rubare per mangiare

Ieri l'Ansa ha riportato la notizia di due anziani della provincia di Teramo che hanno rubato in un supermercato cibarie per un valore di 70 Euro. Pasta, carne. Nascoste sotto il cappotto. Vivono soltanto con la pensione minima di lui. Quando sono arrivati i carabinieri che li hanno identificati hanno ammesso di aver rubato per mangiare, perché non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese. Sono riuscita oggi a reperire l'indirizzo di queste persone ed ho intenzione di raccogliere un po' di soldi per permettergli di fare la spesa. Almeno per la settimana di Natale. Magari, se gli gira, in quello stesso supermercato dove quella latrina del direttore (anziché pagargli da mangiare per almeno tre giorni) li ha denunciati, fregandosene. Chi vuol prendere parte alla raccolta può contattarmi in privato via email
Inutile dire che sarà fatto tutto nella massima trasparenza. Posterò lo screenshot dei bonifici ricevuti e la scansione del vaglia postale che ho intenzione di inoltrargli entro la fine di questa settimana, al massimo lunedì prossimo. 

Non m'interessa essere più buona a Natale, né mi frega del Natale in sé. Ma visto che per adesso mangio ancora tutti i giorni, mi è difficile farlo senza pensare a loro che ieri, a casa, ci sono tornati senza cibo.

11 dic 2011

dicembre 11, 2011 - No comments

La cardarella. Istruzioni per l'uso.

 La cardarella è una femmina. E come tale va trattata. Con delicatezza, eleganza, savoir faire e anche una certa cazzimma. 

Se la cazzimma non ce l'avete e non avete neanche imparato a svilupparla vivendo la vostra insulsa quotidianità, è meglio che non tornate. 
La donna di cui sopra potrebbe rivelarsi un'incontenibile stronza, pronta a mozzicarvi in testa nell'attimo culminante per poi sputare pezzetti di cranio, rivestirsi e chiudersi la porta alle spalle come se nulla fosse. 
Quel che mi lascia alquanto perplessa è il fatto che persone per le quali ho (?) stima, e che hanno certamente un buon grado di kazèn (leggasi cazzimma nipponica, quindi anche un certo grado d'internazionalità tra i bordi dello sfintere), mi scrivono di aver provato a lasciare un commento tra queste pagine ferrose, ma invano. Indi...
E' il caso di scrivere un paio di righe con le istruzioni per maneggiare la cardarella. 
Fatevi un caffè, portatene uno anche a me, sedetevi e imparate l'arte del saper campare.
Per prima cosa, una volta che avete gettato l'ancora e vi siete fermati qui, chiedetevi se non mi state sul cazzo. 
Lo appurate facilmente, leggendomi. 
Ciò che farete dopo che ve ne sarete resi conto è sotto la vostra totale responsabilità, quindi non saranno ammesse crisi isteriche per un eventuale sfanculiamiento ricevuto. 
Se poi, per pietà o tempo da perdere, volete lasciare un commento nel quale certamente mi scriverete ciò che pensate, arrivate con quel topo morto che avete nella mano destra all'inizio del post. 
Fatelo, 'sto sforzo. 
Vedrete che c'è un numerino che sovrasta - accanto a data e categorie - il titolo dello sproloquio in oggetto. Cliccateci sopra, ma attenzione a non sudare freddo e ai colpi d'aria. 
Io non mi assumo responsabilità, né vi pago le spese legali. 
Vedrete che automaticamente la pagina vi reindirizzerà alla fine del post, dove comparirà come per magia un rettangolo bianco con una scritta in grassetto nero di semplice comprensione: "Posta un commento".
All'interno del suddetto rettangolo, potrete scrivere quel che volete, anche in anonimato, non c'è problema (ho dato gli appositi settaggi un attimo fa. Si, io non dormo. E neanche ho in programma di morire, quindi cercate di rassegnarvi). 
La cardarella è una donna e va maneggiata con cura. 
Non è di semplice comprensione e, per comunicarci, dovete per forza perderci il tempo.
Adesso ripiegate il foglietto esattamente come l'avete tirato fuori dalla scatola e rinfilatecelo dentro, scrupolosamente. 
Conservatelo, fate uno sbadiglio e andate in pace.
Ammèn.

Elucubrazioni di un lavoratore

L'altro giorno sono passata in terra natìa. Lo so che cosa state pensando e so anche quale espressione state assumendo. 
Vi vedo. 
Quindi vi conviene tatuarvi in faccia il concetto del pare brutto e fingere interesse. 
Ad ogni modo ci sono andata perchè ogni tanto è anche giusto che veda i miei genitori. 
Ma pure per assicurarmi che non gli manca nulla, diciamo. 
Fatto questo con mammà, sono passata da Giggino. Mio padre. 
Sapeva che sarei arrivata ed ha avuto il buon gusto, forse per la prima volta, di non farsi trovare con quel pigiama blu a pallini celesti che schifo a morte. 
Se ne stava comunque buttato sulla poltrona a zappingare nervosamente col telecomando, mentre elogiava la vittoria del Napoli con un abbiamo continuo, ad ogni elucubrazione mentale da allenatore mancato. 
Passando di canale in canale a un certo punto si è ipnotizzato davanti alla faccia di Mario Monti. Quello del governo tecnico, quello dei Rockefeller, dell'inizio della recessione, del decreto salva italiasguarra mazzo agli italiani
Mò voi dovete sapere che finchè Giggino segue la politica in Tv o la legge sui giornali è silenzioso. Lo fa senza commentare, nè dare pareri o bestemmiare. 
Ma se solo si apre bocca e si cerca di dire una cosa tipo: «Papà ma tu che ne pensi di...», avete caricato il pupazzo. Avete messo il proiettile in canna al fucile a pompa. Avete dato la corda al bambolotto omicida di psyco. Non ci vogliono neanche i paccheri, per farlo parlare. Inizia da solo, come se fiatando si fosse premuto automaticamente un pulsante per telecinesi. 
E anche l'altra sera, non è stato diverso. 
«Quello, questo fatto, è solo colpa di Berlusconi. E' stato chillu nan' e merd' a dire continuamente che andava tutto bene, che l'Italia stava bene, che i negozi erano pieni, che i ristoranti erano pieni, che la crisi non c'era, che era un'invenzione dei comunisti, che i comunisti sono disfattisti, che era tutta una macchinazione della sinistra e compagnia bella. 
E' colpa sua se mò ci ritroviamo con un debito da trenta milioni e ancora stiamo sul filo del rasoio che se non ci stiamo accorti facciamo la fine della Grecia dove chi guadagnava mille, mò piglia trecento!» 
[Pausa] 
Mano sbattuta violentemente sul bracciolo della poltrona. 
Continuo monologo: «Ma vedi tu un poco la madonna se noi per un bastardo imprenditore di quella mamma merdaiola di chi gli è stramorto mò dobbiamo aprire il mazzo e farcelo mettere in culo, ma tu vedi un poco! Ma io veramente gli andrei a tirare 'e megjie pil' a chillu piezz' 'e rinal!» 
[Pausa] 
Ingiurie in successione: «Quello è cantaro.» 
[...] 
«Quello è un rinale!» 
[...] 
«Quello è una cacata di uomo!» 
[...] 
«Ma chill' adda fa 'na mala mort' chillu figl' 'e puttan'!» 
[Sospiro. Pausa.]
Continuo escandescenza: «Quello aveva un solo obiettivo, quando è sagliuto al governo. Farsi le leggi a cazzi suoi per non andare in galera. Ma tanto quello in galera non ci andrà mai, è un vecchio, pure le galere lo schifano! Se però ci andasse - gesto circolare con la mano ben puntata in aria come a dire: "Patatè, pienzc' tu!" - e lo mettessero in una cella con un chiattone di 160 Kg io gli andrei a fare lo zabbaione tutte le mattine. Al chiattone." 
Io, che fino a quel momento avevo ascoltato con interesse e che mi ero pure aggiustata gli occhiali sul naso tentando di acchiappare ogni frase, ogni parola che era uscita dalla sua bocca per conservarla gelosamente, ho accennato un timido: «Ma della manovra che ne pen...» 
Lui aveva già ricominciato a parlare: «Mò la manovra, no? Era necessaria! Possono dire quello che vogliono loro, quegli altri quattro piecuri. Si doveva fare e basta! L'unica cosa è che io la penso come i sindacati. Non c'è stata equità. Con i chiattilli Monti c'è andato troppo soft. E' come se a noi, a culo secco, avesse detto di aprire le pacche. E a loro avesse consigliato prima il bidet con l'acqua calda, poi il luan e poi la vasellina - se fate  robe simili, prendete nota -. Però sai dove mi è piaciuto assai? Sul fatto che vuole far avere gli aiuti alle aziende per favorire l'assunzione giovanile. E li manderà anche al Sud. Però le assunzioni devono essere con contratto a tempo indeterminato, non come fece quel ricottaro magnafranc' di Berlusconi che permise il contratto a tempo determinato e cioè lo sfruttamento del lavoratore.» 
[...] 
«Mò la prima coltellata ce l'ha data con la benzina. I benzinai mò si fanno le ville coi soldi nostri, si arricchiscono! Perchè lui ha detto che devono aumentare di tot. Ma secondo te nisciuno ce mette altri quattro centesimi per cazzi suoi? Eh! E vedi alla fine della giornata 'nu strunz e chill quanto s'abbusca! La pompa qua giù, già ha aumentato a 1.779 al litro. Tu a un crstiano che campa di stipendio e che prende la macchina per andare a lavorare, con un aumento simile, l'eccis'! Ma tu ti rendi conto - mi diceva mentre mi fissava con la carotide gonfia e la faccia abboffata e rossa - che vuol dire pagare tutti 'sti soldi di benzina? Mò voglio vedere se per quando aumenterà l'IVA o anche prima, i prezzi della benzina caleranno e chi li calerà. Quelli i benzinai sono una manica di ricottari pure loro...Secondo te qualcuno si prenderà la briga di rinunciare ai soldi a for' man' che già si sta facendo?!» 
[...] 
Altra mano sbattuta con violenza sull'altro bracciolo della poltrona. Poi l'affermazione clou: «Mannagg' a mort', ma chill ce vuless' Musulin'!» 
Credo che in quel momento io abbia smesso di respirare e abbia avuto un arresto cardiaco che farà sentire le sue conseguenze tra qualche anno. Di sicuro l'aria si è fermata. Il tempo, si è fermato. Lo spazio è diventato piccolo, piccolo e tutta l'umidità si è asciugata in uno scarico di cesso immaginario. Ho guardato mio padre abbassandomi gli occhiali sul naso sperando in un eventuale continuo della frase. Si, perchè Giggino è rosso dentro, è rosso di cuore, di bombe fatte in casa negli anni '70 e di canne fumate davanti alle sezioni missine. E' rosso di mazzate date e ricevute, di strategie d'attacco organizzate con Lotta Continua e bestemmie anticapitaliste. Capirete che un'escalazione così, detta da uno così, è una cosa che fa riflettere...E' praticamente la voce della disperazione.
Lui mi ha vista e con l'espressione rassicurante ha detto: «Ma pure qualche cosa di sinistra, però!» 
Io, subito: «Baffon!» 
Lui: «Eh, tutti e due insieme a fare il giro delle pompe. Uno con la bottiglia di olio di ricino in mano e l'altro con la cartina d'a Siberia. Se è una cosa lo mandano in qualche gulac mentre si caga sotto e ce lo siamo levato dalle palle.»
[...]
«Non si tratterebbe di vendetta, ma di difesa del proletariato!»
[...]
«Mò tu lo sai che nonno è vecchio e che se gli chiedi che ha mangiato a mezzogiorno manco se lo ricorda. Che se ti vede, per niente non ti riconosce. Ma se gli domandi qualcosa della guerra o del ventennio fascista, è cazzo di raccontarti tutte le cose che non stanno scritte sui libri. Infatti dice che nel mercato dove la gente andava a fare la spesa, c'era una figura di Stato della quale non mi ricordo il nome. E 'stu maronna se ne stava vicino a una bilancia dove tu, una volta che avevi comprato, potevi andare a pesare e vedere se ti avevano fottuto anche solo di 50 gr. Sto parlando di un controllo statale, di una vigilanza. Se appuravano che avevi ragione, a quello se lo portavano proprio.»
[...]
«Non si tratterebbe di vendetta, ma di difesa del proletariato!»
[Pausa. Espressione nostalginca. Sospiro.]
Conclusione: «Se ci stava Baffone, mò... c'o cazz'!»

2 dic 2011

dicembre 02, 2011 - No comments

Poi dice che uno scaglia l'anatema...

 Mò non è che vorrei passare per intollerante o per una che da troppa importanza alle stronzate, ma quando un vaffanculo lo devi trattenere perchè chi hai davanti è una latrina polemica che sarebbe pure cazzo di chiederti perchè ce lo stai mandando, poi dopo devi scrivere. Soprattutto se non hai potuto montare il sacco pesante in cortile (ci sto lavorando, comunque. A montare il sacco. Ma non è una cosa semplice perchè ogni volta dovrei montarlo e smontarlo, altrimenti se lo potrebbero fottere. E perdere un coso del genere che costa più di 100 Euri, sinceramente, mi farebbe bruciare un po' il culo...). 

Ad ogni modo no, non tergiverso. 
Ho saputo, giusto stamani, che un mio conoscente non sta bene. 
Non è che è un non sta bene grave. Credo sia raffreddato, abbia febbre e altre cosette che per gli uomini sono una tragedia senza fine mentre per una donna rappresentano l'ordinarietà dei fatti, sommata a vaginiti, gonfiori, dolori premestruali, emicranie e scuse da inventare. 
E già questo è tutto dire, credo. 
Visto che la sottoscritta è anche una persona leggermente compassionevole e che il suddetto lo conosce, ha mal pensato di inviargli una mail per chiedergli come si sente, che telefonargli magari sarebbe potuto essere un po' troppo invadente. 

"Ho saputo adesso. Come ti senti?"
"Una merda grazie"


A parte che una frase, seppur di senso compiuto, senza punteggiatura già mi fa girare i coglioni. Ma poi non sarebbe stato più educato rispondere: "Non bene. Ma passerà. Grazie, comunque." ? 
Capisco che sei un po' preso da te stesso. Capisco che con me hai pigliato i pali negli occhi. Capisco che tutto sommato sì strunz' pure tu...ma che sfaccimma! Ti costava così tanto un minimo di gentilezza? Semmai dovesse esserci una prossima volta, non meravigliarti se anzichè chiederti come ti senti ti grido in faccia un corposo: "Jett' o' sang' e muor'!"

Questo anche per farvi capire che io ho comunque fiducia nel genere umano. 
Prima o poi ce la farà ad estinguersi.
Ossequi.

24 nov 2011

novembre 24, 2011 - No comments

Basterebbe un soffio

Va bene, guarda, cerchiamo di stare calmi. Respiriamo profondamente, sediamoci ognuno sul suo divano, distanti kilometri, tappezzati diversamente, di colori opposti, collocati in stanze differenti tra loro e ragioniamo. 
Ma non cominciare a ragionare prima che io abbia finito il mio sospiro: mi sentirei tradita e non vorrei più pensare insieme a te. Perchè il respiro, quando due ragionano anche se sono lontani, dev'essere unisonante. Come una specie di preludio, hai presente? Che poi magari la conversazione finisce anche, con un sospiro. Ma quella è un'altra cosa e noi per adesso non ci dobbiamo pensare. Ci deconcentrerebbe. 
Sei pronto, allora? 
Socchiudi la bocca, inspira forte e mentre espiri buttati sul divano. 
Sbuffa facendoti sentire. 
Comincia al mio tre. 
[...] [...]
Adesso possiamo parlare. Anzi, no: parlo io. Tu stai a sentire, per ora. Il respiro che hai fatto poco fa, sapendo che anch'io ho fatto la stessa cosa nello stesso momento ti ha portato a pensare semplicemente che siamo due coglioni o ti ha, in un certo senso, liberato da un peso? Lo sai che, per quanto mi riguarda, tutt'e due? Mi ha fatto pensare che siamo due imbecilli e mi ha fatto anche vomitare parte di quello che ho in corpo, dico. Ma tu, in corpo, a parte succhi gastrici e materia anfibia costipata, hai qualcosa? Qualcosa per me, intendo. Qualcosa che sia solo per me, che possa vedere io soltanto, che sia indirizzata esclusivamente a me. Come una specie di lettera scritta con l'inchiostro che ti macchia il lato esterno della mano. No, non dico scritta con una penna che non funziona bene. Ma il contrario. Con una di quelle penne costose, comprate apposta per scrivere a qualcuno se stessi compresi. E puntualmente sono quelle penne che ti macchiano la mano, c'hai mai fatto caso? Con una penna da due soldi non succede quasi mai. Però sai una cosa? Io amo le penne che macchiano. Perchè il giorno dopo, anche se sei rincoglionitamente appena sveglia, sei costretta a ricordare che qualche ora prima stavi scrivendo a una persona. E ci sono poche cose di pari importanza, se ci pensi bene. Se ti metti a scrivere a qualcuno gli hai dedicato del tempo. Se lo fai di notte la valenza del pensiero è amplificata. Oltre al tempo ci stai perdendo il sonno. E il sonno perso non torna indietro. Esattamente come il tempo. Hai occupato uno spazio, gli hai dato vita con un foglio bianco, hai investito il tuo tempo, sacrificato il tuo riposo e spiattellato su carta un po' di cuore. Se io venissi a sapere che da qualche parte c'è stato qualcuno che mi ha scritto una lettera di notte andrei a cercarlo. Perchè non c'è nulla di più maestoso. Non c'è mazzo di fiori, non c'è canzone, non c'è viaggio, regalo che possa compensare un gesto simile. Tipo come sto facendo io per te, adesso. No, aspetta: non mi sto autocelebrando. Non sono il tipo. L'ho scritto soltanto per farti capire quello che intendevo. Si, lo so che avevi già capito. Ma io sono una alla quale piace puntualizzare i concetti che esprime, tanto è insicura di se stessa.
Così come sono sicura che mi stai leggendo. 
Ma non so se hai capito che è con te, che sto parlando.

20 nov 2011

Le chiavi accanto alla porta



"Hai preso tutto, sei sicura?"

"Si, non dimentico niente." , ho risposto guardandomi intorno e contando gli scatoloni che avevamo appena finito di trasportare nella casa nuova. Li contavo, per essere sicura che non ne mancasse nessuno. Loro se ne stavano lì, inermi nel loro odore di cartone pressato che aveva già invaso l’ingresso e io li fissavo come inebetita.

"Ma può mai esserci la mia vita, lì dentro?" , mi chiedevo. "Possono mai, quelle scatole, contenere le parole degli ultimi dieci mesi, le emozioni, le delusioni, i giorni, le notti insonni, gli istanti di felicità che ho vissuto?” Più me lo domandavo, più restavo immobile davanti a loro. Sapevo che di lì a poco avrei dovuto aprirli e sistemare tutto negli spazi predefiniti, ogni elemento nella sua piccola stanza. Ma mi facevano quasi paura, come se stessi rischiando di non trovarci dentro le stesse cose che avevo imballato e traslocato. E’ incredibile il potere che possiede una scatola chiusa. Crea angoscia, stupore, gioia. Anche tutto insieme. Ti fa vivere il gusto violento dell’attesa, te lo fa assaporare.


“Oh, tutto bene?” , mi ha chiesto lui vedendomi ferma e silenziosa.

“Si, tutto bene”, gli ho risposto cominciando a guardarmi attorno senza però avere il coraggio di incrociare i suoi occhi. Avrebbe capito che c’era qualcosa che non andava, se lo avessi fatto. Ma tanto lui sapeva e io m’illudevo di poter controllare i suoi pensieri. La nuova casa è meno colorata della precedente. E’ spoglia, sembra più autunnale, quasi monocromatica. L’altra era paragonabile alla primavera. Vivace, colorata, frizzante, allegra, ma senza esagerare. Io avevo montato le tende color corallo e deciso di arredarla tutta da Ikea, con colori pastello che magari facevano un po’ a cazzotti col mio cinismo ma si adattavano bene al quartiere, tutto fiori e profumo.

“Cominciamo a lavorare? Tu mi dai una mano, giusto?” Il lavoro esorcizza i pensieri, li mette a bada. Li fa stare accucciati in un angolo e, se sei fortunato, gli da anche un paio di schiaffi sulla collottola affinché non si muovano per un po’.

“Ma certo che ti aiuto. Sto qui apposta.”

Abbiamo scartato tutto. Sistemato ogni cosa in silenzio. Non c’era bisogno di parlare. Lui sapeva. E io pure. Abbiamo sballato, aggiustato, collocato, spostato, eliminato, adattato. Tre ore di lavoro per ritrovarmi una sistemazione che, alla fine, mi sembrava vuota comunque. La mia insoddisfazione riempiva l’aria. La tranciava in due, come un macete. E ho lasciato che la spaccasse a metà, buttandomi a peso morto sul divano mentre lasciavo andare un gemito di stanchezza e noia. Lui era in piedi davanti a me, con uno straccio tra le mani e le faccia un po’ sporca di polvere. Mi guardava e sorrideva, con tenerezza. Come se ci fosse qualcosa che lui sapeva, un’ovvietà palese che io non notavo e che mi avrebbe aiutata, se fossi stata un po’ meno presa da me stessa, a non sentirmi un pesce fuor d’acqua.

“Ce lo facciamo un caffè?”, mi ha chiesto spezzando l’imbarazzo che mi dipingeva la faccia.

“Si, ora vado.” , ho replicato cercando di alzarmi dal soporifero divano nel quale ero sprofondata.

“No, stai. Lo faccio io.”

Lo stavamo bevendo, tutti e due seduti al tavolo della cucina, in silenzio. Ad ogni sorso che portava alla bocca vedevo i suoi occhi illuminarsi, sorridermi fino a non poterne più. Mi ha fissata ancora una volta ed è scoppiato in una risata fragorosa, potente, contagiosa. Gli chiedevo continuamente perché stava ridendo così, ma lui non riusciva a rispondermi tanto era preso dalla comicità della situazione che, per me, era solo ridicolizzata dal suo comportamento. Io ho un difetto che li batte tutti: se c’è una persona o un contesto che mi sta sulle palle, non riesco a fingere che vada tutto bene. Mi si legge in faccia, il fastidio. Ho provato a recitare, veramente. Ma non ci posso, è più forte di me. E preferisco non fingere perché altrimenti sbotto di colpo e poi esagero. L’espressione seccata è stata puntuale,anche in quell’occasione. Lui l’ha vista. Vede sempre tutto di me. Talvolta ancor prima che io stessa me ne renda conto. Continuando a sorridere si è alzato dalla sedia sulla quale si era ciondolato un attimo prima ridendo, ha fatto due passi verso la tapparella, l’ha alzata ed ha aperto un’enorme vetrata che non sapevo nemmeno ci fosse. Dalla vetrata si accede a un’accogliente terrazza dalla quale si vede anche il mare.

“Ogni cosa ha i suoi pro e i suoi contro. L’importante è avere la pazienza di accorgersene…”, mi ha sussurrato all’orecchio mentre ammiravo con le braccia poggiate sulla ringhiera la vista meravigliosa che mi avrebbe fatto compagnia nei giorni a venire.

“E poi questa è casa tua, eh! Mica cotica! ...Ma le chiavi dell’altra? Sono l’unica cosa che non abbiamo sistemato da nessuna parte. Dove le metterai?”

Ci ho pensato un po’ e poi gli ho risposto: “Appese con un gancetto alla parete della porta, ben visibili. Se le chiudo in un cassetto me ne dimentico e non mi va.”

“Ok, io vado. Se hai bisogno chiama. Non farti problemi. Comunque verrò a trovarti appena posso.”

Ogni volta che ci vediamo il mio AlterEgo mi saluta così: “Verrò a trovarti appena posso.”

E ogni volta mi regala un pezzetto di cuore in più.

14 nov 2011

novembre 14, 2011 - No comments

Mi salvò la cazzimma

Fino a ieri notte non avevo internet in casa. E neanche il telefono. Non credevo che m'avrebbe preso così, ma ero letteralmente disperata. Anche perché pensavo che avrei dovuto sorbirmi una tre giorni con mia madre in casa e, vi assicuro, non è così semplice. Quantomeno internet non mi avrebbe istigata al suicidio, sarebbe stato una distrazione nei momenti di apoteosi biliare. Era zompato tutto. Non potevo nè chiamare, nè ricevere telefonate. Il computer, era ridotto a un soprammobile.  
Anche per sfogarmi un attimo, ieri ho chiamato mio padre. Gli ho spiegato la situazione e lui, subito: «Ma mò se stai con Telecom io con qualcuno potevo provare a parlare - Giggino lavora al centro direzionale nel palazzo di quei piecuri e ha avuto il pocone di farsi voler bene dall'ultimo spazzino, al primo dirigente. Lo chiamano tutti per cognome e si telefonano anche alle feste comandate. La cazzimma, che grande cosa... - per vedere di fargli muovere un po' più presto il culo, che quelli tengono già la capa nel capitone, ma cu Fastweb io cu chi parlo appapà? Jamm' jà, vedi che si aggiusta tutto..» 
Ho telefonato a Fastweb circa 10 volte in meno di 24h e tutto ciò che gli operatori sapevano dirmi era che occorrevano 72 ore per sistemare tutto. Prendevano tempo, insomma. Tutti. Tranne l'ultimo. Quello che ieri sera, quando ho chiamato giurando che avrei pianto se fosse stato necessario, mi ha detto che si trattava di un problema tecnico dovuto a qualche cavo che s'era scassato. E che doveva essere riparato o sostituito nella centralina. E che, quindi, doveva essere Telecom ad intervenire. Il cervello recepisce il messaggio. I neuroni iniziano a ballare la samba. La lampadina si accende. Richiamo mio padre e gli dico quel che poco prima mi è stato detto. 
Risposta: «Mò m'o bbec' ije!» 
Questo ieri sera. Stamattina, ore 7.00 circa. Nel meglio del sonno. Il telefono di casa squilla e io non riesco immediatamente a capire che avrei dovuto già cominciare a fare l'hula hula in ringraziamento perchè se il telefono squillava, 90 su 100 anche la connessione era tornata. Rincoglionita, rispondo: «Pronto?» 
Dall'altra parte una voce di uomo: «Sì signò sono il tecnico della Telecòm (l'accento non è un errore di battitura, ma una fedele riproduzione della cronaca)!» 
 «A me non serve Telecom. Ho Fastweb. Grazie, buongiorno.» E metto giù.  
Tre secondi dopo il telefono risquilla. La stessa voce dall'altra parte: «Nun attaccat' Signò, song' o tecnico d'a Telecòm! Sentite un attimo...» 
«Ma vi ho già detto che non mi serve Telecom. Ho Fastweb. E adesso fatemi dormire un altro poco, per piacere...» E metto giù.  
Cinque minuti dopo un'altra telefonata. Sempre sul telefono di casa. «Pronto?» 
Dall'atra parte: «Terè!» Era mio padre tutto incazzato. «Ma che sang' e chit'è muort' 'e passat! Ci sta un amico mio che ti sta chiamando a casa per vedere se ti sente bene che ti hanno aggiustato il telefono e tu o' ttacc' a chiammata 'nfacc?!» 
Guardo la cornetta che avevo in mano. Realizzo. Mi faccio piccola, piccola. Muoio di scuorno. «No, è che stavo dormendo..»
 «Vedi che mò ti richiama. Verimm' e nun fa figur' e merd'!» 
Il tecnico, effettivamente, mi ha richiamata. Mi ha chiesto di accendere il router wiifii, controllare le lucine, verificare che la connessione procedesse bene e compagnia bella. In sostanza, guasto riparato. Mò non è che mio padre sia il pataterno. Stamattina ha solo fatto una telefonata, questo madonna è andato alla centralina col mio numero di telefono di casa tra le mani, ho sostituito il cavo e poi hanno eliminato la prenotazione della riparazione dal database, credo. 

Morale uno: fatevi gli amici in tempo di pace, che vi possono servire in tempo di guerra. 

Morale due: sono salva. E questo dovrebbe interessarvi più di ogni altra cosa. 

Morale tre: il pensiero di avere internet e mia madre in casa allo stesso tempo quasi mi mette di buon umore, la verità. 

Morale quattro: la cazzimma di Giggino mi salva sempre il culo.

11 nov 2011

Un ventricolo parlante

No, ma dico: lo vedi che ore sono?
Eh, l'hai visto no?
Io non riesco a dormire.
Gli occhi mi bruciano, le mani tremano, le gambe non riescono più a starsene quì sedute, ballozzolanti tra un sì, ora mi alzo e vado e un no, resta e scrivi.
Eppure prima a letto ci sono andata.
Ma non appena ho messo la testa sul cuscino mi sentivo sveglia, vispa, viva.
Come se la giornata fosse appena iniziata e io avessi già milleuna cose da fare.
Ti è mai successo? Ti sei mai incazzato con te stesso perchè non riesci a dormire?
E' una brutta sensazione, se ci pensi bene.
Ti senti impotente verso te stesso e, cinicamente parlando, è un brutto fatto.
Ho gli occhi sbarrati, il cervello attento e il lobo frontale preso a cazzotti dalla realtà che continua a ripetergli che no, si sta sbagliando. Che ha sbagliato tutto fin dall'inizio.
E' un po' come se ci fossero due entità a svolazzargli attorno: il bene (dolce, affettuoso, gentile, amorevolmente insopportabile) e il male (cinico, sarcastico, infame, realisticamente vero). E ognuno dei due da il proprio parere sulla faccenda. Ognuno dei due parla, straparla. Uno, per esempio, dice una cosa tipo: "Ma guarda che non ti stai sbagliando. Dai ascolto al tuo cuore, all'istinto. Pensa, ricorda. Metti insieme i pezzi e vedrai che non hai torto. No, non ti stai sbagliando..." , facendomi lievitare in un sogno ad occhi aperti dove ci siamo io e te, a parlare, davanti a una tazza di caffè mentre la città si sveglia.
L'altro, il realista stronzo, dice invece: "Sei la solita illusa del cazzo! Sbagli sempre tutto e commetti continuamente errori di valutazione. Sei un'idiota che da troppa importanza alle parole. Esistono le coincidenze, cosa credi? E poi perchè tu e non un'altra? Cos'avresti tu che altre mille non hanno anche più di te? Ma vai a dormire, povera debosciata!"
Quale faccenda, chiedi?
Eh, lo vedi?
Non esiste nessuna faccenda!
Il mio liquido meningico s'è mischiato a due litri di grappa e s'è inventato tutto.
E non ha capito un cazzo.
Mi succede spesso questa cosa.
Ma ancora non c'ho fatto l'abitudine.
Di non capire un cazzo, dico.
Questa volta però ho toppato alla grande. E non c'è ago, non c'è filo, non c'è maestrìa di mano che possa ricucire. Avrei preferito una figura di merda in pubblico, che una deplorevole investigazione personale. Sul piano emotivo, poi...
E' devastante. Ti fa sentire piccola e sola. Però sono sicura che pure a te è successo. Tu mi somigli.
Cazzo! Sono quasi le 4.30 del mattino e tu certo non stai seduto lì, a contemplare un monitor di merda...No, tu stai dormendo. Si, vabbè. Magari ti sveglierai tra poco, ma adesso dormi. E per quanto la mia parte razionale (ne ho una, stai tranquillo. E' un po' afflosciata, ma c'è. E' ancora viva, non l'hai ancora fatta fuori e ti prego...oh ti prego. Non farlo. Lasciala stare, seppur agonizzante. No, non farlo. Non sparare. Non avrei più speranza di guarigione. Mi lasceresti nel limbo dell'affezione, dell'affetto e resterei affetta dal virus del sogno ad occhi aperti per sempre.) sa che è così, sa che quella grappa era di un'ottima annata e che quel miscuglio ha sbrindellato ogni neurone ancora consapevole, io sto quì. E tu non ci sei.
Adesso avrei voglia di ascoltare della musica.
O forse no.
No, meglio di no.
Magari mi metterei a piangere e non scriverei più.
Che se adesso continuo e butto fuori parte di quello che ho in corpo, quando tutto questo sarà finito e lo rileggerò tra un po' di tempo, potrò anche farmi una sonora risata alla faccia tua.
E godermela. E pensare con presunzione che chi l'ha preso nel culo sei stato tu, non io.
Hai mai fatto caso a quanto ci si difende, talvolta, con la presunzione?
Si diventa immuni a qualsiasi offesa, anche se viene perpetrata senza malizia o intenzione.
E io mò questo devo fare. Lo devo a me. Vorrei farlo. Provo a farlo.
Guarda, non so se c'hai fatto caso, ma non sto nemmeno cercando le parole per esprimermi.
Non me ne frega un cazzo di cercarle. Sto scrivendo a due persone, adesso.
A te e a me. O forse a me e poi a te.
Porco cristo. Ho letto il tuo nome così tante volte che l'ho consumato. Ho sempre pensato che il tuo nome è una delle cose più belle del mondo. E' musicale, ti riempie la bocca, ti da gioia. E' un'accozzaglia di vocali e consonanti così perfetta da sembrare surreale. Ma lo sai che se t'avessero chiamato anzichè come ti chiami, ad esempio, Francesco Maria Fornari, non avresti sortito sulle mie tempie lo stesso effetto?
Non che il nome in una persona sia importante, per carità. Non lo penso.
Ma credo che il tuo sia la sintesi della completezza e dell'eleganza.
Se ci penso intensamente riesco quasi a visualizzare delle scene, ma ti rendi conto?
Può venirmi in mente un evento di folklore come un prato verde o anche una distesa di neve, tanto è ineccepibile quando lo si pronuncia.
No, non ti sto pigliando per il culo, credimi.
E' vero.
Lo sai che il ventricolo sinistro del mio cuore è un pochino più grande rispetto a quello che sta a destra? Forse è per questo che sono così. Ma è come una maledizione. Però a volte penso che vivere disillusi è tremendo. Se non avessi la capacità d'illudermi per qualcosa avrei già la vita desertificata. Dal punto di vista emozionale, dico.
Diciamoci la verità: con le ultime due frasi cercavo di consolarmi.
Oggi mi è venuta in mente una cosa che feci quando avevo circa quindici anni.
Mi innamorai di un ragazzo. Ero cotta proprio. Lui aveva otto anni più di me.
Io sentivo, sapevo che anche lui provava per me lo stesso interesse se non di più. Anche se non mi era stato mai detto nè fatto capire in alcun modo. Eppure lo sapevo. Non mi chiedere perchè o per come. Se ti fa piacere pensa che si tratta di sesto senso femminile o tutte quelle puttanate che propinano i settimanali rosa di terz'ordine. Tornando al fatto, presi coraggio e una sera gli raccontai che m'ero pigliata una scuffia per un tipo. Che poi era lui, ma glielo dissi senza dirgli che era lui. Lo feci per vedere che tipo di reazione avrebbe avuto e appurare se le mie sensazioni erano fondate o costruite su un castello di biscotto. Dall'espressione che ebbe, capii che non mi sbagliavo. Che il mio intuito mi aveva risparmiato un abbaglio. O almeno così mi sembrò.
Durante la discussione, che da parte sua assunse a un tratto toni freddi e distaccati, mi chiese se avevo detto a questa persona cosa avevo in corpo.
Senza battere ciglio gli dissi: "Lo sto facendo in questo momento."
Siamo stati insieme un anno e mezzo circa poi, per vicissitudini che non sto a raccontarti, ognuno ha preso la sua strada.
Mò questa cosa te l'ho raccontata per due motivi.
Il primo, facilmente immaginabile: ho bisogno di convicermi che non è nato tutto nella mia testa. Anche se, effettivamente, non è nato un beneamato cazzo.
Il secondo, per riallacciarmi al discorso della presunzione.
Io fui come non mai presuntuosa, in quell'occasione.
Presuntuosa e supponente.
Però avevo ragione.
E non c'è quasi niente di più bello, diciamocelo.
Non amo puntualizzare l'ovvio, ma quando elabori un pensiero (che si basi aulla scorta di un qualcosa di vissuto, di una sensazione, di qualcosa di visto o anche semplicemente ragionato - il ragionamento, secondo me, richiede meno sforzo dell'avere la sensazione di qualcosa -) e poi la vita ti conferma che così era, beh, può anche essere meglio di una scopata.
Oh dio, magari meglio di una scopata no. Però siamo lì.
Mò ammesso che io abbia ragione, ammesso che le mie impressioni, sensazioni, siano corrette, potrei sapere perchè non accade qualcosa che possa farmelo capire?
E' un tormento, credimi. E io mi sento come un elastico tra due dita.
La cosa peggiore che tu potresti dire adesso è che di tutto questo sproloquio non hai capito una ceppa. Affermazione che andrebbe soltanto a confermare la mia presumibile stupidità.
E il fatto che, ora come ora, scrivendoti, non avrei fatto nulla di più sbagliato.
Il cuore di una donna, una che tende ad utilizzarlo con scarsa ragionevolezza, che involontariamente ne percepisce ogni battito, è come un libro.
E tu, nel caso in cui tutto quel che ho scritto ti sembrasse solo una serie di scempiaggini con poco senso, questo devi far conto di aver letto: una pagina.
Di un cuore qualsiasi.





10 nov 2011

novembre 10, 2011 - No comments

Un ventricolo parlante

 No, ma dico: lo vedi che ore sono?

Eh, l'hai visto no?
Io non riesco a dormire.
Gli occhi mi bruciano, le mani tremano, le gambe non riescono più a starsene quì sedute, ballozzolanti tra un sì, ora mi alzo e vado e un no, resta e scrivi.
Eppure prima a letto ci sono andata.
Ma non appena ho messo la testa sul cuscino mi sentivo sveglia, vispa, viva.
Come se la giornata fosse appena iniziata e io avessi già milleuna cose da fare.
Ti è mai successo? Ti sei mai incazzato con te stesso perchè non riesci a dormire?
E' una brutta sensazione, se ci pensi bene.
Ti senti impotente verso te stesso e, cinicamente parlando, è un brutto fatto.
Ho gli occhi sbarrati, il cervello attento e il lobo frontale preso a cazzotti dalla realtà che continua a ripetergli che no, si sta sbagliando. Che ha sbagliato tutto fin dall'inizio.
E' un po' come se ci fossero due entità a svolazzargli attorno: il bene (dolce, affettuoso, gentile, amorevolmente insopportabile) e il male (cinico, sarcastico, infame, realisticamente vero). E ognuno dei due da il proprio parere sulla faccenda. Ognuno dei due parla, straparla. Uno, per esempio, dice una cosa tipo: "Ma guarda che non ti stai sbagliando. Dai ascolto al tuo cuore, all'istinto. Pensa, ricorda. Metti insieme i pezzi e vedrai che non hai torto. No, non ti stai sbagliando..." , facendomi lievitare in un sogno ad occhi aperti dove ci siamo io e te, a parlare, davanti a una tazza di caffè mentre la città si sveglia.
L'altro, il realista stronzo, dice invece: "Sei la solita illusa del cazzo! Sbagli sempre tutto e commetti continuamente errori di valutazione. Sei un'idiota che da troppa importanza alle parole. Esistono le coincidenze, cosa credi? E poi perchè tu e non un'altra? Cos'avresti tu che altre mille non hanno anche più di te? Ma vai a dormire, povera debosciata!"
Quale faccenda, chiedi?
Eh, lo vedi?
Non esiste nessuna faccenda!
Il mio liquido meningico s'è mischiato a due litri di grappa e s'è inventato tutto.
E non ha capito un cazzo.
Mi succede spesso questa cosa.
Ma ancora non c'ho fatto l'abitudine.
Di non capire un cazzo, dico.
Questa volta però ho toppato alla grande. E non c'è ago, non c'è filo, non c'è maestrìa di mano che possa ricucire. Avrei preferito una figura di merda in pubblico, che una deplorevole investigazione personale. Sul piano emotivo, poi...
E' devastante. Ti fa sentire piccola e sola. Però sono sicura che pure a te è successo. Tu mi somigli.
Cazzo! Sono quasi le 4.30 del mattino e tu certo non stai seduto lì, a contemplare un monitor di merda...No, tu stai dormendo. Si, vabbè. Magari ti sveglierai tra poco, ma adesso dormi. E per quanto la mia parte razionale (ne ho una, stai tranquillo. E' un po' afflosciata, ma c'è. E' ancora viva, non l'hai ancora fatta fuori e ti prego...oh ti prego. Non farlo. Lasciala stare, seppur agonizzante. No, non farlo. Non sparare. Non avrei più speranza di guarigione. Mi lasceresti nel limbo dell'affezione, dell'affetto e resterei affetta dal virus del sogno ad occhi aperti per sempre.) sa che è così, sa che quella grappa era di un'ottima annata e che quel miscuglio ha sbrindellato ogni neurone ancora consapevole, io sto quì. E tu non ci sei.
Adesso avrei voglia di ascoltare della musica.
O forse no.
No, meglio di no.
Magari mi metterei a piangere e non scriverei più.
Che se adesso continuo e butto fuori parte di quello che ho in corpo, quando tutto questo sarà finito e lo rileggerò tra un po' di tempo, potrò anche farmi una sonora risata alla faccia tua.
E godermela. E pensare con presunzione che chi l'ha preso nel culo sei stato tu, non io.
Hai mai fatto caso a quanto ci si difende, talvolta, con la presunzione?
Si diventa immuni a qualsiasi offesa, anche se viene perpetrata senza malizia o intenzione.
E io mò questo devo fare. Lo devo a me. Vorrei farlo. Provo a farlo.
Guarda, non so se c'hai fatto caso, ma non sto nemmeno cercando le parole per esprimermi.
Non me ne frega un cazzo di cercarle. Sto scrivendo a due persone, adesso.
A te e a me. O forse a me e poi a te.
Porco cristo. Ho letto il tuo nome così tante volte che l'ho consumato. Ho sempre pensato che il tuo nome è una delle cose più belle del mondo. E' musicale, ti riempie la bocca, ti da gioia. E' un'accozzaglia di vocali e consonanti così perfetta da sembrare surreale. Ma lo sai che se t'avessero chiamato anzichè come ti chiami, ad esempio, Francesco Maria Fornari, non avresti sortito sulle mie tempie lo stesso effetto?
Non che il nome in una persona sia importante, per carità. Non lo penso.
Ma credo che il tuo sia la sintesi della completezza e dell'eleganza.
Se ci penso intensamente riesco quasi a visualizzare delle scene, ma ti rendi conto?
Può venirmi in mente un evento di folklore come un prato verde o anche una distesa di neve, tanto è ineccepibile quando lo si pronuncia.
No, non ti sto pigliando per il culo, credimi.
E' vero.
Lo sai che il ventricolo sinistro del mio cuore è un pochino più grande rispetto a quello che sta a destra? Forse è per questo che sono così. Ma è come una maledizione. Però a volte penso che vivere disillusi è tremendo. Se non avessi la capacità d'illudermi per qualcosa avrei già la vita desertificata. Dal punto di vista emozionale, dico.
Diciamoci la verità: con le ultime due frasi cercavo di consolarmi.
Oggi mi è venuta in mente una cosa che feci quando avevo circa quindici anni.
Mi innamorai di un ragazzo. Ero cotta proprio. Lui aveva otto anni più di me.
Io sentivo, sapevo che anche lui provava per me lo stesso interesse se non di più. Anche se non mi era stato mai detto nè fatto capire in alcun modo. Eppure lo sapevo. Non mi chiedere perchè o per come. Se ti fa piacere pensa che si tratta di sesto senso femminile o tutte quelle puttanate che propinano i settimanali rosa di terz'ordine. Tornando al fatto, presi coraggio e una sera gli raccontai che m'ero pigliata una scuffia per un tipo. Che poi era lui, ma glielo dissi senza dirgli che era lui. Lo feci per vedere che tipo di reazione avrebbe avuto e appurare se le mie sensazioni erano fondate o costruite su un castello di biscotto. Dall'espressione che ebbe, capii che non mi sbagliavo. Che il mio intuito mi aveva risparmiato un abbaglio. O almeno così mi sembrò.
Durante la discussione, che da parte sua assunse a un tratto toni freddi e distaccati, mi chiese se avevo detto a questa persona cosa avevo in corpo.
Senza battere ciglio gli dissi: "Lo sto facendo in questo momento."
Siamo stati insieme un anno e mezzo circa poi, per vicissitudini che non sto a raccontarti, ognuno ha preso la sua strada.
Mò questa cosa te l'ho raccontata per due motivi.
Il primo, facilmente immaginabile: ho bisogno di convicermi che non è nato tutto nella mia testa. Anche se, effettivamente, non è nato un beneamato cazzo.
Il secondo, per riallacciarmi al discorso della presunzione.
Io fui come non mai presuntuosa, in quell'occasione.
Presuntuosa e supponente.
Però avevo ragione.
E non c'è quasi niente di più bello, diciamocelo.
Non amo puntualizzare l'ovvio, ma quando elabori un pensiero (che si basi aulla scorta di un qualcosa di vissuto, di una sensazione, di qualcosa di visto o anche semplicemente ragionato - il ragionamento, secondo me, richiede meno sforzo dell'avere la sensazione di qualcosa -) e poi la vita ti conferma che così era, beh, può anche essere meglio di una scopata.
Oh dio, magari meglio di una scopata no. Però siamo lì.
Mò ammesso che io abbia ragione, ammesso che le mie impressioni, sensazioni, siano corrette, potrei sapere perchè non accade qualcosa che possa farmelo capire?
E' un tormento, credimi. E io mi sento come un elastico tra due dita.
La cosa peggiore che tu potresti dire adesso è che di tutto questo sproloquio non hai capito una ceppa. Affermazione che andrebbe soltanto a confermare la mia presumibile stupidità.
E il fatto che, ora come ora, scrivendoti, non avrei fatto nulla di più sbagliato.
Il cuore di una donna, una che tende ad utilizzarlo con scarsa ragionevolezza, che involontariamente ne percepisce ogni battito, è come un libro.
E tu, nel caso in cui tutto quel che ho scritto ti sembrasse solo una serie di scempiaggini con poco senso, questo devi far conto di aver letto: una pagina.
Di un cuore qualsiasi.



8 nov 2011

Dialoghi generazionalmusicali. Sergio Endrigo vs Pink Floyd 1 a zero.

Dovete sapere che nell'ameno e ridente luogo in cui mi trovo, poco distante, abita un vecchio. Cioè, no...Non è proprio un vecchio. E' una persona anziana, ecco. Sta sui sessantacinque, tra le altre cose portati una mezza latrina. Involontariamente e anche un po' per forza di cose, quando porto i canottoli a passeggio, passo e spasso sotto il suo balcone chè io so' guagliona. La spiaggia è raggiungibile soltanto passando lungo il viale e, quindi, davanti casa sua. La stradina adiacente, idem. I contenitori della monnezza che i canidi amano particolarmente, pure. Insomma, io aggia passà a forz' davanti alla casa di questo. E spesso, molto spesso, lo incontro. Anche lui aveva un'amica a quattro zampe. Una cacciuttella sciancata che è campata fino a 16 anni ed è venuta meno qualche mese fa (una prece). Il vecchio ha fatto amicizia con i miei ciucciarielli. Grossi, sì. Ma molto socievoli. Specie se si tratta di ricevere un grattino sulle zampe posteriori o una carezza in fronte. Col passar del tempo il dialogo tra me e 'sto vecchio è passato da quattro monosillabi a
frasi complete e di senso compiuto; discussioni inframmezzate da battute sarcastiche, frecciatine e vabbè chevelodicoaffare... L'altro giorno lo vedo. Coi suoi soliti occhiali da sole nonostante la fitta
nuvolosità e la polo a righe gialle e blu. Io saluto per prima. Fino a prova contraria so essere anche una persona educata.


«Buongiorno.»
«Buongiorno» , risponde lui facendo il gesto di togliersi un cappello immaginario. Queste movenze, non so a voi, ma a me fanno una tenerezza infinita. Non è rattusamma.
E' galanteria, quello che voi non capite.
Il vecchio non si perde d'animo e sbotta subito dicendomi una cosa che, secondo me, deve aver pensato almeno il giorno prima tanto era ben articolata la frase, ben dosato il tono della voce, ricercata l'espressione: «Quando ti vedo sai che mi viene in mente?»
«No, cosa?», rispondo per dargli soddisfazione.
«Sergio Endrigo. E in particolare una sua canzone: Teresa.»
Senza darmi il tempo di fiatare il vecchio inzia a cantare in mezzo alla strada, gesticolando ampiamente con le mani, a tipo semicerchio avete presente?


«Teresaaaa... quando ti ho dato quella rosaaaa..Rosaaaa rossaaa..Mi hai dettooo prima di teeee io non ho amato maiiii...La conosci?» mi ha chiesto subito dopo.
«No. Purtroppo no.» , gli ho risposto.
«E qual è la musica che conosci e che ti piace?», mi ha chiesto incuriosito.
«Mah...così su due piedi non saprei. Gli U2, Winston, i REM, Mirabassi, Springsteen, gli Stereophonics, Galliano, i Pink Floyd...»
Mentre elencavo orgogliosamente i nomi della musica che fa parte del mio iPod ho visto il vecchio calarsi gli occhiali sul naso e guardarmi senza, con la testa leggermente abbassata, l'espressione accigliata e le braccia nascoste dietro la schiena.
«Uh marò. Mò questo mi vatte», ho pensato.
Paraculamente mi sono corretta lungo il sentiero, come quando sterzi all'improvviso per non andare a sbattere: «...Luigi Tenco, Sergio Bruni, Modugno, Orietta Berti...» e nel contempo la faccia del vecchio si distendeva, come un lifting. Quando l'estenuante e vigliacca menzogna è finita, l'ho salutato lasciandolo lì che aveva ripreso a cantare quella che dice essere la mia canzone.


«...Non sono mica nato ieriiiiii..Per te non sono stato il primoooooo..Nemmeno l’ultimo lo sai lo so maaaaa..Teresaaaaaa...Di te non penso proprio nienteeeee...Propriooooo nienteeeee...Mi bastaaaaa...Restare un pocooooo accanto a te a teeeee..

7 nov 2011

Solo la cera

Dice che era stato uno di quei sogni travagliati.

Di quelli che vanno raccontati, di quelli che sono esasperati, sfiniti, infiniti, iti.

Uno di quei sogni in cui lei sono io, ma potresti essere anche tu, perché Lei è il soffio della primavera appena arrivata, mentre lui, Lui, è l’autunno del cuore.

Le stagioni si rincorrono, ma primavera ed autunno non si incontrano mai.

E questo è il sogno di due che non avrebbero dovuto incontrarsi mai. Perché l’autunno rimane cupo, con l’estate fra i capelli ed il gelo nelle mani.

La primavera invece...

La primavera si spoglia lentamente.

La primavera è infreddolita e ha bisogno di calore.

La primavera si trucca di raggi di sole.

E si concede poco alla volta. Ma giorno per giorno sempre di più.

La primavera può scottare. Ma è la PRIMA, e vorrebbe essere unica, ma soprattutto è VERA, e che resti fra di noi, non è ubriacona come l’estate. La primavera è un po’ preziosa, un po’ frizzante,  ineffabile ed intangibile. L’estate la puoi far tua sempre. L’estate è forse un po’ zoccola.

La primavera sono io, ed ho incontrato l’autunno, mio malgrado.

L’ho rincorso, l’ho cercato e non l’ho afferrato mai. 

In realtà non lo volevo, non del tutto. Uscivo dall'inverno, non volevo l'autunno.

Ho urlato, scalciato, strepitato, danzato. Fatto di tutto per somigliare all'estate e farmi notare, lasciando svolazzare tutte quelle farfalle nel mio stomaco, dando ascolto solo al mio intuito, stupidamente.

Adesso nella mia testa ci sono solo i segni dell’ultima volta che autunno ha abitato casa mia.

E non l'abiterà mai più.






5 nov 2011

Colla pazza

«Non toccare», mi ha detto. «Perché?», ho domandato. «È colla. Una colla speciale, super adesiva». «E perché l’hai comprata?». «Mi serve, ho un sacco di cose da incollare». «Ma non c’è niente che abbia bisogno di essere incollato» mi sono spazientito, «non capisco perché tu compri tutte queste scemenze». «Per lo stesso motivo per cui ti ho sposato» ha risposto lei stizzita, «per passare il tempo». Non volevo litigare, perciò sono rimasto zitto. Anche lei è rimasta zitta. «È efficace questa colla?» ho domandato. Lei mi ha mostrato la confezione con la fotografia di un uomo appeso al soffitto a testa in giù dopo che gli avevano spalmato di colla le suole delle scarpe. «Nessuna colla riesce a fare una cosa simile» ho detto, «questo signore è stata fotografato normalmente, in realtà sta in piedi su un pavimento. Hanno soltanto capovolto un lampadario in modo da dare l’impressione che il pavimento fosse il soffitto. Lo si capisce dalla finestra. Vedi? La maniglia è montata al contrario». Ho indicato la finestra che appariva nella foto, ma lei non l’ha guardata. «Sono le otto» ho detto, «devo scappare». Ho preso la borsa e l’ho baciata sulla guancia. «Oggi torno tardi perché...» – «Lo so» mi ha interrotto, «fai gli straordinari».

Ho telefonato a Mihal dall’ufficio. «Oggi non posso venire» ho detto, «devo tornare a casa presto». – «Perché?» ha domandato, «è successo qualcosa?» – «No... cioè, a dire il vero sì. Penso che lei abbia dei sospetti». C’è stato un lungo silenzio all’altro capo del filo, potevo sentire i respiri di Mihal. «Non capisco perché restiate insieme» ha sussurrato alla fine, «non fate niente voi due, non litigate nemmeno più. Non riesco a capire, non riesco proprio a capire cosa vi tenga uniti. Non capisco» ha ripetuto ancora, «davvero non capisco...». Si è messa a piangere. «Non piangere Mihal» le ho detto, «è arrivato qualcuno, devo riattaccare», ho mentito. «Verrò domani e ne parleremo. Promesso».

Sono tornato a casa presto. Appena entrato ho salutato ad alta voce ma non ho ottenuto risposta. Sono passato da una stanza all’altra. Lei non c’era. Sul tavolo della cucina ho trovato il tubetto della colla completamente vuoto. Ho cercato di spostare una sedia. Non si è mossa. Ci ho riprovato. Neanche di un millimetro. L’aveva incollata al pavimento. Il frigorifero non si apriva, aveva incollato anche quello. Non capivo il perché di tutte quelle assurdità, lei era sempre stata assennata, non capivo cosa le fosse successo. Mi sono diretto verso il telefono in salotto. Forse era andata da sua madre. Non sono riuscito a sollevare il ricevitore, aveva incollato anche quello. Ho preso rabbiosamente a calci il tavolino del telefono e mi si è quasi distorto un piede. E il tavolino non si è nemmeno spostato. Allora l’ho sentita ridere. La risata arrivava da qualche parte sopra di me. Ho alzato lo sguardo e lei era lì, appesa a testa in giù, attaccata a piedi nudi al soffitto del salotto. L’ho guardata allibito. «Dì un po’» ho domandato, «sei impazzita?». Non ha risposto, si è limitata a sorridere. Il suo sorriso pareva talmente naturale, ora che stava appesa così, all’incontrario, come se le labbra si tendessero da sole grazie alla forza di gravità. «Non ti preoccupare, ti tiro giù io» ho detto sfilando dei libri dagli scaffali. Ho impilato alcuni volumi dell’enciclopedia e mi ci sono arrampicato. «Forse ti farà un po’ male» ho spiegato cercando di mantenermi in equilibrio in cima ai libri. Lei ha continuato a sorridere. Ho tirato con tutte le mie forze ma non è successo niente. Sono sceso con prudenza dai libri. «Non ti preoccupare» l’ho rassicurata, «vado dai vicini a telefonare, a chiamare aiuto». «Va bene» ha riso lei, «io non mi muovo». Ho riso anch’io. Era così bella e insensata appesa così, all’incontrario. I suoi capelli lunghi ondeggiavano, i seni sembravano due gocce d’acqua cadenti sotto la maglietta bianca. Era così bella. Mi sono arrampicato sulla pila dei libri e l’ho baciata. Ho sentito la sua lingua toccare la mia, la pila dei libri è crollata e mi sono ritrovato a dondolare nell’aria, senza nessun appoggio, appeso solo alle sue labbra.

Etgar Keret

31 ott 2011

Il treno

Andare alla stazione con lo zaino in spalla e dirigersi verso il binario tre senza neanche fare il biglietto o dare un'occhiata alla destinazione del treno in arrivo.
Aspettare con l'espressione sicura, calma.
L'espressione di chi sa che cosa sta facendo e perchè.
Guardare il treno arrivare senza chiedersi niente.
Salire e cercare un angolo per sedersi.
Osservare quelle vite che viaggiano con interesse, cercando di carpirne i pensieri dagli sguardi. Immaginare le loro esistenze e fantasticarci sopra, come un ricamo.
Chiudersi nel cesso del vagone per fumare di nascosto.
Cercare il controllore prima che lui arrivi per pagare il biglietto, dicendogli che c'era troppa fila alla stazione e avresti rischiato di perdere il treno.
Scendere in una località qualsiasi, sconosciuta.
E cominciare a camminare.

Questo è nient'altro farei adesso.


28 ott 2011

I can change! (La ruota della macchina)

Premessa

Sapete quando uno sta facendo una cosa pericolosa e poi all'improvviso esce dalla stanza dove è accaduto un danno irreparabile (chessò: è zompata la corrente provocando un principio d'incendio, è crollato il soffitto, i muri hanno iniziato a parlare) e con le braccia ben'in vista, magari i vestiti strappati e un paio di smorfie di autocompiacimento grida: «Sto bene! Sto bene!» e avanza orgoglioso verso la folla? Ecco, così.
Sto bene. Il braccio non mi sta dando problemi e il mio voto a sant'aulin ha sortito il suo effetto. Ok, premessa fatta. Passiamo appresso.

L'altra mattina

Girovagavo in macchina (che la moto non l'ho presa perchè pioveva a zeffunno) lungo la via Appia quando...

No, aspettate, la rifaccio.

Bestemmiavo nel traffico ogni santo, che l'Appia quando piove diventa un macello quasi peggio di Napoli voragini a parte, quando sento nitidamente un "fffssshhhhhh" preoccupante, provenire dal lato anteriore destro della macchina. Fortunatamente mai come l'altro giorno non mi sono incaponita e ho accostato appena ho potuto costatando che il mio sospetto era fondato. La carrozza aveva forato. Mò vai trovando chi stronzo ha lasciato cadere un pezzo di vetro, un chiodo, un coso qualsiasi sull'asfalto. Quando capita qualcosa di seccante succede sempre che bisogna trovare un capro espiatorio, anche immaginario, col quale fare cerebralmente a cazzotti da quì all'eternità. Scesa dall'auto, infradiciata dall'acqua già nell'arco dei primi cinque minuti, ho fissato quella gomma bucata per un po', quasi come un requiem. Come se avessi voluto dirle addìo. Fatto il funerale a quella ruota di merda, ho preso coraggio, e mi sono messa all'opera. Cambiare la gomma bucata è stata la prima cosa che mi ha insegnato Giggino perchè "si è 'na cos' non lo devi prendere in culo." (Parole sue). Stavo accovacciata davanti all'infausta morte della gomma floscia con tutto quello che mi serviva accanto, le mani nere e la faccia bagnata quando vedo una macchina uscire dalla fila trafficosa, approfittare di un po' di spazio dietro per un pizzico di retromarcia e accostare davanti alla mia. Dall'auto sospetta scende un uomo sui 35 anni , camicia stirata, jeans puliti e fede ben visibile. Lì per lì faccio finta di niente, visto che il tizio poteva anche essersi fermato per i cazzi suoi, ma non nascondo che ho messo in dubbio le sue capacità cognitive vista la manovra che ha fatto. Si avvicina e standosene a un paio di centimetri da me, ma in piedi (cioè, voi dovete immaginare la scena: io accovacciata co' sta ruota bucata davanti e lui vicinissimo ma in posizione eretta. Non vi fa venire in mente niente?) chiede:
«Ti ho vista dallo specchietto. Serve aiuto?»
Senza neanche girarmi, poichè sarebbe stato piuttosto imbarazzante ritrovarmi faccia a faccia col cavallo dei suoi pantaloni, rispondo: «No, grazie. So farlo da sola.»
E mi accingo a togliere i cosi che bloccano la ruota, che mò non mi ricordo come si chiamano, stando attenta a dove li metto perchè se ne perdi un paio devi creare il pezzotto altrimenti la ruota potrebbe scappare.
Il tipo vede che non ho difficoltà, ma insiste: «Ma dai, ti aiuto. Se lo facciamo insieme è meglio no?»
«No.»
«Ma ti sei svegliata col piede storto stamattina?»
«Semmai alzata...»
«Eh, si. Quello.»
«No.»
«E allora?»
«E allora che?»
«Perchè non vuoi che ti dia una mano, scusa? Del resto sei una femmina. Se non ti aiuto ci passi la giornata.»
«Ma non vedi che sono già a tre quarti del lavoro? E poi scusa, col fatto che sono una femmina non sono capace di cambiare una gomma bucata? O magari tu che sei maschio sei in grado di farlo meglio? Sono tutte stronzate (tutto ciò mentre continuavo a lavorare senza guardarlo neanche in "faccia" che altrimenti avrei visto un paio di jeans e nient'altro.) e chi vi ha fatto crescere con queste convinzioni dev'essere buttato sotto la 95ma barrata. Vi affidate ai luoghi comuni, vivete per convenzioni. Per tua informazione io so usare il trapano, il seghetto alternativo, so fare lavori d'idraulica, so verniciare, cucire e cucinare. E non necessito dell'aiuto di nessuno, soprattutto se non è richiesto.»
Mentre chiacchieravo autocelebrandomi, lo stronzo s'è accasciato vicino a me e fissava le mie mani sporche. Dev'essere stato un gesto di un secondo perchè non me ne sono neanche accorta quando ha rubato da terra i cosi che dovevo rimontare per tenere la ruota ferma.
Ho preso a girare attorno alla macchina con lo sguardo puntato per terra, cercandoli.
«Cerchi qualcosa?»
«I cosi.»
«Che cosa?»
«I cosi!»
«Ma che cosa?»
«Ma t'e faje e cazz' tuoje?!»
Stavo impazzendo, veramente. Sarò rimasta a contemplare il vuoto (per essere precisi il punto in cui avevo poggiato a terra i cosi, quasi a sperare di vederli comparire dal nulla all'improvviso) per cinque o sei minuti buoni. Poi, a un certo punto, l'illuminazione: «Mò sai che c'è? Svito un coso da ogni ruota, tanto con tre si può camminare così ne recupero altri tre da montare sulla ruota cambiata. Si, si. Mò faccio così.»
Il tizio sbianca e lascia cadere le braccia lungo il corpo. Poco dopo, con l'espressione di chi ha perso e s'è rassegnato all'averlo preso tutto d'un botto dolorosamente, mi apre la mano davanti e me li passa.
«Li ho presi da terra e manco te ne sei accorta. Volevo dimostrarti che c'è sempre bisogno dell'aiuto di qualcuno. Soprattutto di un uomo quando si tratta di motori e simili, ma mi sbagliavo. Hai trovato una soluzione alla quale non avevo neanche mai pensato...»
«E' normal'! - esclamo interrompendolo - Io sono napoletana. Tu no.»
Rimonto tutto, metto a posto e quel maronna continua a fissarmi in modo imbarazzante.
Credevo stesse per sentirsi male avendo visto sgretolarsi tutte le sue convinzioni del cazzo in un'oretta scarsa.
Poi, invece, prende coraggio e se n'esce con la frase più stupida che si possa dire ad una donna: «Ok, è stato un piacere conoscerti. Allora l'ho memorizzato il tuo numero di telefono...»
Mò la tattica avrebbe voluto che io gli dicessi che non gli avevo dato nessun numero e lui si sarebbe sentito autorizzato a chiederlo.
Nel frattempo avevo già fatto il giro dell'abitacolo e me ne stavo con la portiera aperta a contemplare cotanto scempio umano. Approfitto della palese demenza guardando alle sue spalle, sgranando gli occhi e tappandomi la bocca ispirante con la mano, facendogli credere che chissà cosa stava succedendo mentre lui faceva il mollicone.
D'istinto il tizio si gira, io rimonto in macchina, infizzo la prima e lo lascio lì sul ciglio della strada. Il coraggio di guardare la sua immagine allontanarsi dallo specchietto non l'ho avuto, vigliaccamente.

Comunque ho deciso di prendere il brevetto di guida veloce.

13 ott 2011

Di come vai in ospedale per una visita ed esci sei ore dopo

L'hai trascorsa tutta. Hai visto le lancette dell'orologio scandire i minuti, le ore. Hai visto le pagine del libro che ti teneva compagnia diventare viola, poi rosse, mentre storcevi la bocca ad ogni fitta di dolore che ti pervadeva il braccio. Che partiva dal polso e arrivava fin sopra la spalla. Hai visto il tatuaggio che hai sulla scapola prendere il volo (è una farfalla) e abbandonarti. L'hai vissuta completamente tra gemiti e distorsioni corporee, seduta in cucina. L'hai vista avvolgere la città dormiente e scappare via come una ladra non appena il sole si è degnato di sbadigliare, facendo capolino dal mare.

La notte, se la trascorrete insonni e in solitarìa, con un dolore che non vi da pace, è una creatura infame e bastarda. Bella, sì. Ma stronza assai. Le chiedi di andarsene o quantomeno di aiutarti a prendere sonno...macchè. Non ti sente proprio. Anzi, ti dice che vuole compagnia e quindi ti mantiene sveglia. Il dolore si acuisce e diventa dolore condito da altri dolori.
Dolore, sempre dolore, solo dolore.

Finalmente qualcuno in casa si sveglia e ti trova lì, con i capelli arruffati, gli occhi pesti e gli occhiali sul naso e ha anche la faccia di culo di domandarti:
«Tesoro! Ma sei già sveglia?»
«Ma veramente io a dormire non ci sono venuta proprio...»

Infiammazione del tunnel carpale che da qualche giorno è tornata. Ho provato a combatterla con l'antinfiammatorio e sembrava pure che avesse funzionato, ma stanotte quel nervo si sarà calato qualcosa perchè me lo risputava in faccia come un neonato che rigurgita acqua fresca. Ci si lavava la faccia e poi svuotava tutto il bacile di Aulin nella mia vescica.

«Andiamo in ospedale?» , chiede il compagno mentre beve il caffè che ho fatto io col solo ausilio della mano sinistra. Ormai sono un fenomeno da baraccone.

«Ma veramente vorrei asp...» Non finisco neanche di parlare che cicciobbello chiama l'Amico. Il fratello che non ho mai avuto. Quello che mi ritrovo sempre vicino quando ne ho bisogno. Quello che stamattina ha minacciato di arpionarmi con la fiocina, se non avessi accettato come minimo di farmi visitare. Dieci minuti e me lo ritrovo fuori la porta.

«Portala tu. Quando sta con te non da in escandescenza. Così io posso andare a lavorare tranquillo. E poi a te t'ascolta. Con me manco per il cazzo.»

Vengo prelevata quasi di peso e caricata in macchina. Giunge la solita telefonata mattutina di quell'altra imbecille di Stefania che chiede, come al solito:
«Uè stronza. Buongiorno. Che stai facendo?»
«Veramente sto andando in ospedale perchè...»
Non ha chiesto cos'è successo. Ha solo detto di aspettarla all'incrocio che conosciamo e che sarebbe venuta anche lei.
Arriviamo al pronto soccorso e, a parte due o tre litigate con altri astanti che, tra una fitta e l'altra, ho egregiamente sostenuto, ho atteso due ore e passa per essere visitata.
Arrivata lì alle 10.00, alle 12.00 e poco più il mio braccino era tra le mani del medico di turno. L'ha tirato, l'ha toccato, l'ha accarezzato, l'ha distorto, ha stretto la spalla quando ha saputo che mi faceva male anche quella.

«E' una bruttissima infiammazione del carpale. Il nervo mediano è compromesso. Ci vuole l'intervento. Per stasera sarà anche dimessa. Si tratterà di fare un'incisione sulla mano e decomprimerlo un po' col bisturi. Il punto è che dobbiamo essere rapidissimi perchè alla signorina fa malissimo. E dopo l'operazione starà benissimo

«Stronzissimo!» , ho detto tra i denti con un sorriso che più di plastica veramente non si poteva.

Poco dopo...
«Sto volando Jack, sto volando!»

Con le braccia aperte, mentre percorrevo stesa sotto le coltri, il corridoio della corsia ed incontravo volti conosciuti, che si chiedevano cosa ci facessi io lì, che mi avevano visto 5 minuti prima entrare in ospedale con la borsetta e gli occhiali da sole, con i capelli vaporosi e qualche smorfia di dolore.

«Mi hanno ricoverato. Mi operano.»

«Ma... ma... ma...»

«Ci vediamo giù in sala!»

La sala operatoria profuma.

Sa di tensione, di freddo, di luci bianche, di bip di monitor, di teli verdi, camici bianchi. Sa di fili in ogni dove, sa di vene non trovate, di buchi rifatti, sa di disinfettante e propofol.
Sa di carezze sul viso di chi ti conosce. Ed io ho la fortuna di conoscerli.

«Adesso comincerai a sentirti rilassata.»

«D'accordo.»

«28 anni giusto?»

«Veramente sono ancora 27...»

«Ma quanto è alta, questa?»

«Questa è alta 1.75, Dottò!» , dice l'infermiere mentre mi guarda e mi fa l'occhiolino.

«Quanto ha detto che pesa? 70 kg?» , chiede il medico.

«Veramente no!»

«E tu che ci fai ancora sveglia?»

«Vigilo sulla veridicità dei dati sul mio conto.»

«Ma tu dovresti dormire adesso.»

«Datemi un cuscino almeno, io su sto coso freddo non ci riesco bene.»

«Allora sono 75 kg?»

«E alloraaa?! Io vi denuncio!»

«Si può sapere quanto pesa?  E perchè non è ancora sedata? Bambina cerca di stare tranquilla.»

«Come faccio a stare tranquilla mi hai detto che peso 75 kg!»

«Dormi.»

«No, adesso prendete una bilancia e mi pesate. 75 kg io? Ma stiamo scherzando?!»

«Fumi?»

«Se lo vedete uscire dalle orecchie è perchè mi sto incazzando!»

«Bevi?»

«Solo due vodka martini la mattina»

«Fai uso di droghe?»

«Non vi si può nascondere niente...»

«Ah no, abbiamo solo dimenticato di aprire la valvolina, ora arriva Morfeo!»

E' un nanosecondo. Mi viene in mente il post operatorio, eventuali medicazioni quotidiane, l'impossibilità di muovere la mano destra per almeno 10 giorni, un'infezione, un'irritazione, la mano che si staccava da sola durante la notte...

«Fermi tutti! Non mi voglio operare più!»

La mano dell'anestesista si blocca sulla valvolina, i portantini mi fissano, il chirurgo avrebbe voluto uccidermi, l'infermiere di cui sopra spalanca la bocca.


«Levatemi 'sto tubo dal braccio che voglio uscire. Prima che mi venga una crisi isterica, per favore.»

«Ma...ma....ma....»

«Non m'interessa. Se non volete morire tutti impiccati dalle garze fatemi uscire. Voglio andare a casa.»

«Ma...ma...ma...»

«Ma m'imbottirò di antinfiammatori e buona notte. Non voglio sapere niente.»

Mi rilasciano un foglio dove sostengono che mi hanno ricoverata e dimessa nel giro di poche ore.

Nome e Cognome: xxxxxx xxxxx
Età: 28 anni
Peso: 70kg
Reparto di degenza: chirurgia geriatrica.

Io li denuncio. TUTTI.

9 ott 2011

I will survive... Grazie alle chiavi della moto.

Non era un giorno di pioggia, nè Matteo e Giuliano incontrarono Licia per caso. Ma una gentil donzella doveva comunque recarsi in un posto che era solita frequentare, quando - per un periodo - si occupò di cronaca giudiziaria. Il tribunale di Napoli. Quello che sta al centro direzionale. Quello che ha i faldoni delle cause penali visibili a tutti. Quello che ha i pezzi d'intonaco che ti cadono in testa e le stanze dei magistrati coi posacenere colmi di cicche. I divieti per i giudici sono un'optional. I giornalisti (piccola premessa) fanno parte di una brutta razza. E vanno a braccetto con gli avvocati: sono tutti busciardi. Non dicono la verità neanche se li paghi, se si tratta di mentire per avere una cosa di soldi. Sono cinici, sarcastici e saccenti. Come la fanno loro, una cosa, non la fa nessuno. Camminano a testa alta sempre, con arroganza. S'arrabbattano correndo a destra e a manca e non ammetteranno mai che si devono fare il mazzo per guadagnare. Tu che hai il posto fisso e guadagni 1200 Euro al mese, è inutile che guardi con la faccia soddisfatta: non proverai mai l'ebbrezza di avere a che fare con i pluripregiudicati che potrebbero impalarti da un momento all'altro. Quindi hai la vita piatta. Gli avvocati e i giornalisti no. Detto questo, raccontiamo quel che accadde una mattina che la donzella di cui sopra, ancora con gli occhi abboffati di sonno, raggiunse il loco ameno entrando dalla parte dei pregiudicati e di quelli che avrebbero trascorso la mattinata in attesa di essere interrogati (lei, degna figlia di suo padre, sarà sempre dalla parte del popolo). Arriva in moto. Pagato l'euro alla zenghera onnipresente che parla un napoletano più stretto della vasciaiola che abita il vico di fronte al mio palazzo, m'avviai verso l'ingresso. Finalmente fu il mio turno per entrare. Consegnai la borsa alle guardie giurate, loro la fecero scorrere sotto il rullo che le fece la radiografia (e loro poterono appurare che avevano di fronte una che non ha tutta la casa appresso, in borsa. Ma Napoli e Piedigrotta...) e nel frattempo io mi avvicinai al metaldetector.

Lo scostumato suonò, facendomi guardare con sospetto dai presenti.

"Ha oggetti metallici addosso?" mi chiese una delle guardie.

"Ma veramente no. Ho tolto tutto prima di entrare." , risposi.

"Mah. Riprovi a passare."

Quel coso saputello suonò di nuovo. A quel punto stavo cominciando a innervosirmi.

"Ma lei è sicura di non avere nulla di metallico addosso? Chessò, baipass, ferri nelle gambe,  una placca in testa..."

"Non mi risulta. Cioè è vero che so' capa tosta, ma non ho ferri da nessuna parte."

"Ripassi."

Niente. Il metaldetector non smetteva di suonare e sinceramente non sapevo più come comportarmi. Ormai stavano marchiando a fuoco un simbolo, per etichettarmi come terrorista e preparando il rogo per farmi bruciare in mezzo al piazzale, ma una voce, dall'esterno, mi salvò pur mettendomi ancor di più in imbarazzo: "Signurì e spogliatevi, no? Così lo vediamo tutti che non avete coltelli addosso e stiamo più tranquilli..."

Calò il silenzio. L'aria per me divenne una torta che si poteva tagliare con un coltello o anche col wilkinson a due lame. L'avrei potuta appallottolare e usarla come palla da bowling, veramente. O anche per tirarla in fronte a tutti (avvocati - riconoscibili dal cravattone e dalla borsa diplomatica pezzotto comprata a piazza Dante -, guardie e astanti) quelli che avevano incrociato le braccia in attesa dello streep live. Il subconscio mi aiutò a difendere la mia virtù, ricordandomi che le chiavi della moto erano state accolte dal reggiseno. Ed è così sempre visto che, se le metto in borsa, poi mi vengono le rughe per ritrovarle. Infilai una mano dentro la maglietta e lo tirai fuori.

"Eccolo, eccolo! - esclamai - Era questo che faceva suonare 'sto coso!"

Ripassai e il metaldetector restò zitto. Nel contempo, però, sentii un monosillabico verso di  delusione, riassunto in un "Uah..." unisonante che tranciò l'aria con un rompighiaccio. Recuperai la borsa da Mary Poppins e m'avviai finalmente verso la stanza del Dott. Taldeitali. Senza sapere che, però, proprio quella mattina, in tribunale, non c'era.


Che poi, questo fatto, è stato inizialmente pubblicato su un altro blog dietro espressa richiesta del proprietario che ha ammesso, all'epoca, che le sue pagine facevano scendere la uallera.
L'ha detto lui, non io!

28 set 2011

Io non pubblico il 740. Ma il 750. Euri.

Nelle puntate precedenti

«Oh a me 'sto cambio non mi convince. Le marce entrano con difficoltà, guarda.»
«Si, c'ho fatto caso da un po'...»
«Embè a chi cazz' stamm' aspettando per portarla a vedè 'sta cosa?»
«Vabbè, ce la porteremo...»

Un po' di giorni fa, ore 21.30 circa

«Terè metti la mano un attimo sul cambio e vedi che fa» (Auto in movimento, in autostrada)
«Ma qua le marce non entrano proprio!»
«Eh. [...]»
«Mannagg' a chillu sang' e Giuda! S'è scassato il cambio!» Questa sono io. Ormai riconoscete lo stile.
«Eh, pare.»
«Fermati un attimo e proviamo con calma. Ma non la forziamo troppo che la frizione si brucia»


Niente. Restava inchiommata di terza e non si smuoveva. Non potevo restare lì, anche perchè mancava poco e sarei arrivata a casa di mammà. Botta di culo improvvisa: entra la prima. Si parte. Seconda, terza. Resta di nuovo di terza. Arriviamo al paesello e la macchina affronta una salita in terza. La frizione bestemmia e si comincia a sentire un odore acre, oltre alla mia disperazione. Continuavo a ripetere che avevamo bruciato la frizione, mentre mi sentivo rispondere che, invece, era solo lo sforzo affrontato dal veicolo. Arriviamo al cancello di mammà. Citofono a Giggino che scende con le infradito e i jeans. Comincio a piagnucolare tirando sù col naso in maniera frenetica, per ispirare pena e compassione. Che Giggino quando faccio così si squaglia sempre. Il tutto intercalato da un «Oh...Papà...» più o meno continuo, con le mie braccia attorno al suo collo. Lui continuava a ripetere: «Belladipapà ma ch'è successo?»
E io, ancora: «Oh...Papà...»
E lui: «Zitt', ja...che tutto s'aggiusta. Ma mò me lo dici perchè mi hai fatto alzare dal letto?»
Tutto sempre con voce dolce e calma, tenera, amorevole.

Continuando a piagnucolare ho preso coraggio e gli ho detto: «Papà s'è scassato il cambio.»
Lui, che a quella macchina è affezionatissimo e l'ha prima data a mio zio e poi ha convinto mio zio a darla a me (evidentemente per averla sempre sotto controllo), la considera ancora sua. E quindi potete immaginare qual è stata la reazione.
«CHE COSA?!»
«Oh...Papà...»
Silenzio di lutto. Poi Giggino chiede: «Ma chi guidava?»
Io, subito: «Lui!» indicando il compagno, povero cristo, rendendolo quasi responsabile di un incidente che prima o poi sarebbe successo. Stiamo parlando di una vecchia signora bianca che ha ormai gli acciacchi suoi. La macchina, dico.
Giggino prende coraggio e afferra il toro per le corna, come suo solito dopo aver metabolizzato una brutta notizia.

E dice: «Ma cumm'è, le marce non trasono proprio?»
«No. Resta di terza e non si muove.»
«Ma che è 'sta fetamma?!»
Silenzio
«Avit' appiciat' a frizion?!?!»
Mio padre aveva gli occhi color rosso sangue. E' rimasto qualche manciata di secondi immobile ad annusare l'aria come se quell'odore avesse potuto fargli capire se la frizione era o meno fottuta per sempre. Intanto io, per calmarlo, continuavo a piagnucolare anche se meno insistentemente. E allora lui fa il padre. Mi accarezza la testa, mi abbraccia e trappanamente mi consola: «Jà bell'appapà non ti preoccupare, mò papà vede di pezzottarla. Mal che vada ti porto io a casa, ma mò non piangere più, okkè?»
Smetto di frignare, altrimenti l'avrei fatto solo innervosire. E lui si trasforma in "Giggino, il meccanico pezzottino."
Apre il cofano e s'arrampica, s'infizza, si sporca, afferra, tira, molla, sbatte e rimette il cambio a posto. Pezzottando.
«Mò entrano la prima, la seconda e la terza. Almeno così tornate a casa e domani la fate vedere dal meccanico. Però non dovete forzare il cambio. Altrimenti ciao core
C'avviamo e l'odore acre sentito in precedenza diventa più forte. Fino a che la macchina non esala l'ultimo respiro lasciandoci in balìa del buio, in autostrada.
Fermi con le quattro frecce accese, il triangolo posizionato e tanta disperazione, aspettiamo il carro attrezzi. Poco prima si ferma un'auto, davanti a noi, poco distante. Era Giggino. «Stavo troppo col pensiero e vi sono venuto a scortare. Ma mò è morta proprio? Avete chiamato il carro attrezzi? Ti serve una cosa di soldi, appapà?»
Soldi non ne ho accettati. Aveva già fatto troppo. Così come ha fatto tanto anche il carrista, che mi ha scucito 200 Euri per portare me, il compagno e i canotti fino a garage. Dall'autostrada a Napoli. Poi dal garage a casa ci siamo arrivati noi, con le borse pesanti in spalla che dopo la cena da mammà saremmo dovuti andare in località marina.
Fortuna che c'è stato Roby che è venuto a prenderci due giorni dopo per permettere almeno a me (che la cicciobombolone's leg, the infinite history non è ancora finita quindi per lui niente ammollo) di mettere un po' le pacche nell'acqua e vivere qualche momento felice a dispetto di mesi estivi di merda. Pacche nell'acqua in senso letterale.
Con le pacche nell'acqua in senso figurato mi ci ha lasciato il meccanico, alcuni giorni dopo il blocco: 750 Euri per la riparazione. Non era solo la frizione, ma anche i freni e anche il freno a mano e poi il cambio eccetera.
Che noi, qui, non ci facciamo mancare niente!

Intanto, per la cicciobombolone's leg, si comincia a parlare di terzo innesto. Si sta procedendo per tentativi e la cicatrizzazione è lentissima. Troppo lenta in un soggetto giovane. E ancora mi chiedete perchè non scrivo quasi più?