La cardarella è poliglotta. Translate!

23 ago 2012

agosto 23, 2012 - No comments

Un posto dove il cuore riposa e la mente non chiede

 Magari un giorno avremo un posto solo per noi, dove raccontarci trent'anni. 

Dove sederci e avere ricordi solo nostri. 
Un posto dove il cuore riposa, la mente non chiede e le domande, i rimpianti, i rancori sono solo qualcosa che conosceremo a malapena. 
E sarà un posto che conosceremo solo io e te, perché nessuno avrà il coraggio di arrivarci. Perchè, vedi, vivere senza rancore, senza un capro espiatorio per il dolore, è da coraggiosi. E noi siamo coraggiosi. 
E tutte le gioie che abbiamo provato l'uno lontano dall'altra saranno comuni, come se non avessimo fatto altro che stare sempre insieme. 
E ne parleremo ridendo del momento in cui te ne sei andato e io mi sono sentita abbandonata un'altra volta. Ed è proprio così che è stato. 
Perché l'averti avuto accanto per così poco mi ha dato la triste consapevolezza di tutto il tempo che abbiamo perso. Mi ha dato in bocca il sapore amaro di tutti i ricordi che non abbiamo. Di tutte le volte che ho chiamato nel momento sbagliato, di tutte le volte che avevo da fare, di tutte le volte che ti cercavo ma non c'eri. Di tutte le volte in cui hai chiamato tu, ma io non ho risposto. 
E ci sarà il vento ad asciugare le lacrime dei giorni perduti. Le stesse che ho versato qualche giorno fa, quanto ti ho visto allontanarti. 
Avrei voluto avere una corda, in quell'istante. Tirarla forte e recuperare anni che ormai ho tutti nel cuore. Assieme alle parole rancorose di chi non ha fatto altro che allontanarmi da te. Certo, avrei potuto fermarmi da sola a pensare, a valutare, a capire. 
Avrei dovuto farlo, prima. Ma sono stata presa dalla vita, dalla sopravvivenza. E un po' anche da me stessa. 
Ho chiuso gli occhi. 
E tu lo sai, sì lo sai, che ancor peggiore della consapevolezza del tempo perduto, è la consapevolezza del chi ti ha sottratto quei ricordi dal niente. A prescindere. 
E' un tormento vivere con ricordi che non ho e pensare che arriverà il giorno in cui non ti guarderò più negli occhi, sapendo che non l'ho fatto mai abbastanza. 
Ma quel posto solo per noi c'è e un giorno sarà lì che ci rivedremo. 
E l'istante in cui potrò abbracciarti ancora, mi ripagherà di tutto il tempo andato. 
Intanto ti lascio questa. Quella che ascoltavi tu mentre ti preparavo il caffè. 
Tra poco vado a lavorare, papà. 
Ci sentiamo più tardi.

3 ago 2012

agosto 03, 2012 - No comments

Tre per uno

 «Io te l'avevo detto che avremmo fatto tardi.»

«Lo so.»
«E quindi?»
«E quindi detesto quando mi dici che me l'avevi detto.»
«Ma accade spesso.»
«Infatti io lo detesto spesso.»
Silenzio.
«Invece io detesto le tue pause.»
«Ma quali pause se ci sono sempre?»
«Sì, ma a volte stai zitto. E questo non mi piace.»
«Non è che sto zitto. E' che evito di parlarti.»
«Perché?»
«Non capiresti.»
«Prova a spiegare lo stesso, vuoi?»
«Non capiresti neanche se mi sforzassi. Tu ed io siamo troppo dissimili, anche se apparteniamo alla stessa persona.»
«Io invece comincio a pensare che siamo quasi uguali. Solo che tu parli di sensazioni, io di pensieri. Tu di emozioni, io di opinioni. Ma l'anima è sempre quella. Lo spirito che ci unisce è uno soltanto.»
«Quando mi fai questi ragionamenti mi mandi in estasi. Si vede che t'impegni parecchio.»
«Non lo nego. Sai che cos'hai di bello, tu, invece?»
«No, cosa?»
«Che per essere perfetto non ti ci applichi neanche.»
«Io non sono perfetto.»
«Ma certo che lo sei. Instancabile, mai pigro, sempre pregno di sentimenti da regalare, sorrisi da far sbocciare. Cosa sono al tuo confronto, io?»
«Tu sei il mio motore. Senza di te non calerei il freno a mano come tanto spesso faccio. Perché, vedi, prima dell'emozione c'è l'idea di essa. E quella la crei tu. Il faccio solo il resto. Ma a volte mi sbaglio. E tu lo sai come fa il cuore, quando s'è sbagliato.»
«Hai visto che bella luna che c'è stanotte? E le stelle. »
«Cosa ti dicono?»
«Che domani il tempo sarà bello. E a te?»
«Che è già domani. E che a volte bisogna non dimenticare di provare gioia perché si è vivi.»
«Nonostante le preoccupazioni ricorrenti che suscitano alcune parti di me?»
«Ma certo.»
«Nonostante la nostalgia che puoi far nascere tu, di tanto in tanto?»
«Sì. E non fare così tante domande come al tuo solito. Adesso dovremmo dormire.»
«Ma sentilo. Lo dice lui che non dorme mai.»
«Infatti parlavo per te. Io non posso, tu sì. E sarebbe il caso che lo facessi.»
«Mi addormenterei se l'anima di chi mi appartiene non fosse così inquieta.»
«Cosa la turba?»
«Non so bene, dovresti dirmelo tu.»
«Ci sono cose sconosciute dell'anima, anche a me.»
«Allora? Vogliamo fare un po' di silenzio?»
«Eccola, la solita guastafeste.»
«Scusatemi, ma vista l'ora vorrei cercare di dormire.»
«Ma non puoi farlo se non trovi un accordo con i piani superiori, anima mia.»
Silenzio.
«Mente cara, potresti acquietarti per qualche ora?»
«Posso farlo solo se tu smetti d'inviarmi messaggi da elaborare.»
«Ecco, io ve ne sarei molto grato. Anche perché prima di arrivare al cervello quei messaggi passano attraverso me che di notte dovrei pensare solo a battere.» 
Silenzio.
«Proviamo a guardare questo spicchio di città che dorme. A sperare della felicità della gente. Sapere che qualcuno che non conosciamo è contento può essere un buon calmante, in una notte come questa.»
«Io ho dei dubbi.»
«Mente, sei la solita scettica.»
«Zitto tu, pensa a non fermarti o dovremo farlo tutti.»
Il corpo si alzò dalla scrivania avviandosi alla finestra. L'aprì e vide il buio di notti sconosciute. Immaginando baci ignari della vita a venire, baci abitudinari, affettuosi. Cuori stanchi, anime preoccupate, menti messe a ferro e fuoco da amori lontani. Vita vera, affetti, speranze, sogni estranei. Sorrise col cuore, con l'anima e con la mente. Accorpando qualsiasi aspettativa possibile. Si calmò e lasciò andare uno sbadiglio tanto profondo da far lacrimare gli occhi.
Si accasciò sul letto senza eleganza.
«Sta per dormire. Buonanotte, anima.»
«Buonanotte mente. Buonanotte, cuore.»
«Non prendermi in giro, stupida. Io non dormo mai. Pensate ad emozionarmi, piuttosto.»
«E come?»
«Con un sogno degno di essere ricordato, domani. Adesso smettete di fare domande. Sognate. Io posso farlo solo di giorno, solo con gli occhi già stanchi da troppe domande. Voi avete la fortuna di farlo rilassandovi, potete lasciarvi andare anche alla pigrizia. Io no. Regalatemi un sogno che mi faccia felice, anche se col tempo verrà dimenticato.»

2 lug 2012

luglio 02, 2012 - No comments

Io mi penso addosso

 «Adesso ti racconto un sogno. Così usciamo dalle bozze del blog e cominciamo a scrivere qualcosa di serio, vuoi?»

«Sì, ma non metterci troppo. E' già tardi. E domani c'ho da fare. Comincia. Io mi stendo sul divano col ventilatore puntato sui piedi che mi fa fresco.»
Il mio AlterEgo è venuta a trovarmi all'improvviso, anche stanotte. Si è arrampicata ed è entrata dalla finestra. Tutta affannosa e trafelata, non mi sembrava neanche lei. Appena arrivata è corsa in cucina e ha bevuto golosamente un bicchiere d'acqua. Tanta era la sete e la velocità con cui lo ingurgitava che si è bagnata la maglietta, il collo e i lati delle labbra. Si è pulita la bocca col bordo della manica e poi è venuta da me. 
«Cazzo fai ancora sveglia?»
«Penso.»
«Te l'ho sempre detto. Il tuo problema è che ti pensi addosso.»
Da parte mia, silenzio. Non sono mai stata in grado di contraddirla, quando aveva ragione. Anche perchè mentirei e lei se ne accorgerebbe. Una sola volta ho tentato di dirle una bugia. Scoppiò a ridere e venne a darmi uno scoppolone sulla nuca. Dopodichè, per lungo tempo, non venne a trovarmi. Mi mancò come ci si può mancare solo a se stessi. Quando me la ritrovai seduta accanto, che neanche l'avevo sentita arrivare (e stava pure per prendermi un infarto,  tipo quando stai pensando a centouna cose diverse e all'improvviso ti ritrovi qualcuno alle spalle)  mi disse solo: «Non farlo più.»
«Allora, questo sogno me lo racconti?»
«Hai ragione, scusa.»
Lei è ancora stesa sul divano, in attesa della fine delle mie divagazioni.
«Che tipo di sogno vorresti?»
«Non lo so. Sarei banale se ti dicessi di raccontarmene uno che mi tolga il sonno?»
«Credo di no. Solo mi chiedo una volta che non avrai più sonno che cosa farai.»
«Ti terrò compagnia.»
«Fino all'alba?»
«Bugiarda. Non ti svegli mica all'alba.»
«No, infatti. Domattina suonerà alle 7.30, quella maledetta.»
«E tu lasciala suonare.»
«Come sarebbe a dire?»
«Hai capito. Molla, per una volta. Molla la presa, attacca la spina. Quella che vuoi, non quella che ti fanno attaccare per forza.» 
«Magari fosse così facile. Lo sai che ho dei doveri.»
«Ma cristo di un dio! - Io la adoro quando bestemmia. Tanta è la sincerità con cui lo fa che mi sembra quasi vera. Vera per tutti, dico. Non solo per me. - Ti sei convenzionata a tal punto?»
«Non è che mi sono convenzionata, è che ho una vita.»
«Vuoi farmi ridere? La vita è quella che uno si sceglie, non quella che ti obbligano a fare.»
«E adesso come dovrei comportarmi, secondo te? Fare una  cosa tipo partire all'improvviso alla Muccino, alla soglia dei trent'anni e andare in Africa o fare il giro del mondo in camper?»
«Certo che no. Dico solo che dovresti ricordarti che esisti anche tu.»
«Ma io so di esistere. Sono qui, seduta sulla mia panchina in ferro battuto e tu stai stravaccata sul divano.»
«Errore. Io non sono stravaccata sul divano. Tu credi che io lo sia. Tu mi vedi. Il resto del mondo no. Cominciamo a dire le stronzate, mi  raccomando.»
«Va bene, e allora? Cosa cacchio dovrei fare?»
«Vivere. Ricordarti di te. Anche per un'ora al giorno. Giocare, gonfiarti il cuore di cose belle, fare il possibile per trovarle e infilartele a forza nel petto. Sentirlo scoppiare ridendo, tentare di essere. A volte basterebbe un caffè, guarda.»
Si è alzata dal divano, ha messo i pugni puntati sui fianchi con le braccia piegate e mi ha chiesto: «Ne hai?»
«Ma de che?»
«Di caffè.»
«Ma cazzarola, sono le 3.00 passate e tu vuoi un caffè?»
«Sì. Lo beviamo mentre mi racconti il sogno. Io lo sto ancora aspettando, ti faccio notare.»
«Ma non sarebbe meglio un tè freddo, con questo caldo?»
«No, fa venire la cistite. Dai, andiamo in cucina.»
Le ho fatto il caffè. A lei piace con molto zucchero. Io lo preferisco amaro.
Al primo sorso, fatto con la punta delle labbra per non scottarsi, mi ha detto: 
«Lo stai facendo un'altra volta.»
«Cosa?»
«Pensarti addosso.»
«Finiscila.»
«E' la verità, guarda. Hai tutti i pensieri sparsi sul pavimento di casa. Mi sei diventata incontinente.»
Per darle soddisfazione guardai per terra e effettivamente i nostri pedi erano in una pozza di parole. Ce n'erano ovunque. E si allargavano come una macchia d'olio. Ed erano parole di tutti i tipi, ma veloci come l'acqua che scorre. Percorrevano il pavimento della mia cucina come un fiume in piena. Non c'era modo di fermarle, erano come piccole piume al vento ed erano tutte leggibili. Alcune più grandi, altre più piccole. Ma erano lì, a bagnarmi la notte e a farmi camminare come in un'enorme pozzanghera. 
«E ora come faccio?», le ho chiesto.
«Ma a far che? mi chiese a sua volta dando l'ultimo sorso al caffè.»
«A riprendermi tutti questi pensieri che sono per terra!», ho esclamato disperata.
«Non puoi più. Non avresti dovuto pensarti addosso.»
«Ora vado, è tardi. E domani c'ho da fare.»
«Ma il sogno che avrei dovuto raccontarti?»
«L'hai già fatto. Ma impegnata com'eri con tutti questi pensieri rumorosi, presa come stavi dal chiederti come avresti potuto riprenderteli e rificcarteli in quella testa anzichè liberartene per sempre, neanche te ne sei accorta.»
«E' stato bello, almeno? Ti è piaciuto?»
«Era tuo, era sentito. Era insonne. Era bellissimo.»



2 giu 2012

giugno 02, 2012 - No comments

Sola andata per uno

 Questa è una di quelle storie che vuoi pure raccontare, di quelle che hai provato a far uscire dalle dita parecchie volte. Ma che, ogni volta, è rimasta incastrata in un rantolo di cuore che ti ha tolto il respiro. 

E le parole ne hanno preso il posto. Riempiendo a caso lo spazio bianco. Qualcosa di indicibile. Ma è una storia che va detta, va spiegata. E che è solo per me. 
Anche perché, vedi, se storia ci fosse stata, avremmo saputo entrambi raccontarla. Ma inventarla dal niente è come creare un gomitolo di lana fatto di parole. Che si sgretolerà non appena qualcuno che non siamo tu o io, si metterà a leggere. 
Ma i sogni sono fatti anche di questo, forse. Di aspettative andate in frantumi per un'arditezza di troppo.
Ed è quando credevi di poterti permettere il peggiore dei lussi, che perdi. 
Con la stupidità di chi avrebbe voluto solo essere ascoltata durante un viaggio in treno. E quel viaggio c'è, ogni volta che mi approprio in silenzio di parole che non sono per me, ogni volta che le leggo salgo su quel treno. 
E ogni volta, sono senza biglietto.
E tu mi dici: "Sei la solita sbadata. Alla prossima stazione te lo compro io."
Ma io resto quella che osa, che va oltre la linea gialla mentre aspetta. Quella che si fa spettinare i capelli dall'arrivo del treno, che ama correre a nascondersi ogni volta che quell'uomo con la giacca blu e l'espressione annoiata fa il giro degli scompartimenti chiedendo i biglietti a tutti. 
E tu, tu sei quello che mi ha corso dietro fino a stancarsi. E' così. Tutti prima o poi di me si stancano. Perché a lungo andare anche l'adrenalina da noia. 
"Ma è la mia natura", disse lo scorpione. "E non posso farci niente."
"No, non comprare nessun biglietto. Voglio viaggiare senza."
"Ma guarda che a Milano così non riesci mica ad arrivarci."
"Devo mettermi alla prova, è più forte di me. Ti prego, assecondami."
"L'ho fatto così tanto che neanche me lo ricordo. Ma sappi che la libertà di far quel che cavolo ti pare, ha un costo. Se ti faranno scendere, non scenderò con te."
Ho accettato le condizioni con l'aria spavalda di chi ha creduto di averle addirittura dettate e mi sono seduta di fronte a te. 
E c'è stato un attimo, ricordo, uno solo, in cui ho creduto davvero di morire. Quando mi hai passato un dito sulla faccia e mi hai detto che dovevo scappare di nuovo, che l'uomo con la giacca blu stava venendo ancora a cercarmi. 
E quindi, niente. 
Neanche ho fatto in tempo ad annusarti la mano, che mi sono ritrovata nuovamente in fuga. 
E più mi salvavo, più mi allontanavo da te. Che eri rimasto seduto lì, dove ti avevo lasciato. 
La promessa era semplice. Tu non ti saresti mosso. Se fossi riuscita a tornare ti avrei trovato dov'eri. Ma se fossi scesa, mi sarei ritrovata da sola. 
Non c'è stato un bacio, non una carezza regalata come si è dovere, neanche la tua faccia sulla mia pancia ho potuto avere l'orgoglio di infilare nel baule dei ricordi. 
L'unico momento di beatitudine l'ho ottenuto quando ti ho visto seduto di fronte a me, pronto ad ascoltare le mie sciocchezze o a parlarmi del tuo affliggere un'emotività delicata. Dell'accanirti insensatamente contro te stesso, come ad espiare una colpa. 
E quel che non ho fatto in tempo a dirti è che colpa non c'è. Che colpa non c'è mai stata, se non nel tuo considerarti la persona peggiore al mondo.
Quando il destino mi ha catturata ed ha scoperto la mia mancanza, avrei solo voluto gridare con tutto il fiato che avevo in corpo il tuo nome sperando non mantenessi la promessa. 
Sperando che saresti venuto a prendermi, a sottrarmi dalla tua insopportabile assenza, da quel vuoto che avevo di fianco.
E invece sei rimasto seduto, a brontolare la mia stupidità.
Sono stata invitata a scendere ad una stazione della quale non ricordo il nome. 
Faceva caldo, l'aria era grigia. Pioveva malinconia. E neanche l'ombrello, avevo. 
Mi fissavi attraverso il vetro del finestrino scuotendo la testa, rimproverandomi con gli occhi di non essere riuscita a comportarmi come tu stesso, raramente, sei riuscito a farmi fare.
Il treno è ripartito lentamente e l'ultima cosa che ho visto è stata la tua faccia rabbuiata di rancore, pronto a guardare volti sconosciuti, a giocare con quelle stesse parole che prima mi ostinavo a rubare e conservare solo per me. 
Nessuna consapevolezza ha accompagnato il mio viaggio di ritorno. 
Nessuna carezza ha saputo ancora lenire la mia diffidenza.
E allora sono rimasta nascosta tra la folla. Sperando solo di non essere notata con la certezza di essere comunque nella tua stessa stanza. 
Piena di fumo, di gente chiacchierona, di inutilità utili allo scorrere del tempo. 
Ma che non servono a un cazzo, se vuoi destinarle a dimenticare un viaggio che non abbiamo mai fatto.

17 mag 2012

maggio 17, 2012 - No comments

Donne e motori donne con l'arteteca

 Nelle puntate precedenti.



«Ma da quanto tempo non andiamo tu ed io a bere una birra senza gente intorno?»
«Uà, 'na cifra.»
«E' troppo tempo. Dobbiamo rimediare.»


Al telefono, Roberto. Qualche ora prima del fattaccio.


«Stasera usciamo? Con le moto. Andiamo a bere una cosa e facciamo due chiacchiere, ti va?»
«Sì, andiamo che c'ho bisogno.»
«Allora vengo sotto casa tua all'ora x. Fatti trovare pronta.»
«Sto già giù.»


Aldilà di quel che voi astanti potete pensare, io non sono una di quelle femmine che impiega tempo per prepararsi. E non amo arrivare in ritardo. Piuttosto, preferisco aspettare. Il punto è che Roberto, il mio migliore amico, non l'ho mai aspettato. E' sempre stato puntuale. Forse è anche per questo, che andiamo così d'accordo.  A parte il palesare continuamente la mia mascolinità, s'intende. Citofono. Scale. Moto. Libertà.
Si sceglie un posto tranquillo, ma che abbia la più vasta varietà di birre. Non vi aspettate che vi scriva di cosa abbiamo parlato. Anche se so che anelate dalla curiosità di farvi i cazzi miei. Perché ho parlato quasi sempre io, ma è una cosa facilmente immaginabile.


Strada del ritorno, entrambi sobri. Ognuno sulla propria moto. Posto di blocco dei carabinieri. Penso immediatamente: "Vabbè, ho bevuto poco. Se mi fanno l'acool test non mi dovrebbero scassare la minchia più di tanto. Se lo fanno a Roby, idem. Quindi stiamo quieti." Paletta alzata. Metto la freccia, mi fermo. Roberto, dietro di me, si ferma anche lui. 


«Buonasera. Patente e libretto, per favore.», dice uno dei due uomini con la striscia rossa al lato dei pantaloni.
Prendo la patente e gliela consegno. Il libretto, non aveva ancora deciso di spuntare fuori. Mi tasto dappertutto, pensando di averlo infilato chissà in quale tasca del giubbetto. Scendo dalla moto, tolgo il giubbetto, controllo ovunque. Niente. Realizzo di averlo dimenticato. Dal punto di vista legale, nulla di grave. Si procede con una contravvenzione e con la presa visione presso la caserma tal dei tali il giorno dopo. Per quei due scacati che mi hanno fermato ieri sera, avevo come minimo ammazzato tutta la DC ancora esistente e fatto piazza pulita di qualsiasi piazza di spaccio che loro ben conoscono. Una tragedia, comunque la si giri. 


«Allora, questo libretto?»
«Eh, l'ho dimenticato. Scusate. Ve lo porto in visione domani.»
Uno dei due, sbotta: «Ma che domani e domani! Mò siquistriamo la moto!» 
Non è un errore di battitura. Quello così parla, tutt'ora.
Io, calma: «Ma guardi che la Legge non dice questo. Se mi sequestrate la moto, vi denuncio.»
L'incazzato si avvicina oltremodo. C'è stato chi ha abbuscato per molto meno.
«Maaa...maaaa...Ma tu e' bbbevuto!»
«Prima di tutto calma cu 'stu tu, che io non la conosco. E poi ho bevuto una birra. Che è, un reato?»
«Pascà! - Esclama l'incazzato all'altro, più calmo, evidentemente sposato o comunque con una vita sessuale soddisfacente - Lo teniamo il coso per fare l'acool test 'a a signurin?»
«Veramente no. Siamo solo usciti per riempire il broglio di radiomobile, Maresciallo.»
Quello mi guarda schifato. Ma veramente come se stesse guardando una baldracca buttata su un letto fetente con le cosce aperte e la vagina putrida. Poi credo smetta di trattenersi e puntandomi il dito contro, dice: 
«Ma po' io nun capisc'. 'Na femmena, 'ngopp a 'na moto accussì...In giro a quest'ora. Sì foss' figlma sai quanti sganassoni 'n faccia?» 
E si allontana verso la macchina a fare non so che.
In un attimo ho capito cosa vuoleva dire Michele Misseri con l'espressione ho avuto un calore alla testa.
«Neh coso! Sient' nu poc'. Ma ppcchè nun te faje 'na spasell' e cazz' tuoje?!»
I due carabinieri, attoniti. Roberto, ricordo, ha portato le mani al viso, coprendolo completamente come a dire: "Mò a questa se la portano."
Infatti, mezz'ora dopo, ero in caserma. Seduta con Roberto accanto, aspettando di conoscere la mia sorte. «Se m'incarcerano, è la volta buona che magno e bevo alle spese dello Stato, afammocc!»
«Forse è il caso che telefoni ad Alberto, Terè.», precisa giustamente Roby pensando al mio avvocato.
Lo chiamo, gli spiego brevemente la situazione, lo ascolto urlare e avere qualche rantolo per riprendere fiato e poi dirmi: «Richiamami se la situazione degenera.»
«Ma degenera in che sens...tutututututtu.» Aveva già attaccato.
Restiamo lì seduti senza sapere niente un'ora e mezza. Senza sapere niente dai carabinieri. Perché dalla bocca di Roberto ne ho sapute. Uuuhh se ne ho sapute.
«Sei sempre tu! Non potevi stare zitta? Quello ha esagerato e siamo d'accordo. Però, Terè, pure te...Vai a dire a un carabiniere di farsi una spasella di cazzi suoi, ma ti rendi conto? Già una volta ti ho salvato il culo perché ho avuto la lungimiranza di chiedertelo prima, che cosa gli avresti detto. Questa volta, non potevi fermarti un attimo a riflettere, prima di parlare? L'altra volta stavi 'mbriaca. Ma adesso no, e che cazzo.»
Roberto ha fatto riferimento a parecchio tempo fa, quando eravamo in macchina e a 200 mt c'era un posto di blocco. Io, completamente marcia di vino. Roberto accostò e con molta calma mi disse: «Teresa, lì c'è un posto di blocco. Se ci fermano, che gli dici?»
Io, senza colpo ferire: «Carabiniè! T' fetn' e carn'!!!» 
Ovviamente conseguì inversione, che te lo dico a fare. Con la stessa espressione che credo aveva Gesù Cristo all'ultima cena quando spezzò il pane, esce uno dei due carabinieri che ci aveva fermato da una porta con la mia patente in mano. Quello calmo, diciamo. D'istinto ci alziamo entrambi. Si avvicina, mi restituisce il documento e dice che possiamo andare. Precisando che avevano messo in stato di fermo me, non Roberto. E che devo ritenermi fortunata ad avere un amico così. 
«Sì però il suo collega se la potrebbe pure dare, una calmata!»
Roberto mi gela con un'occhiata. E io resto zitta.
«Il libretto che dobbiamo fare? Portarvelo in visione domani?», chiede Roby al madonna che tutto voleva, tranne che stare buttato la dentro. Ve lo assicuro. Età apparente trent'anni. Età del Maresciallo incazzoso, circa sessantacinque. Insomma, voi capirete.
«Ma no, non importa. Comunque la signorina non ha tutti i torti - bisbiglia avvicinandosi -. Il mio collega è un po' su di giri perchè l'ha lasciato la moglie. E anche lei è appassionata di moto. E somiglia pure vagamente alla signorina.»
«E vist', Robè? Quello non fotte. Te l'avevo detto.»
«Vabbbbeeeneeee! - Esclama Roby, interrompendomi. - Andiamo va'!»
Salutiamo e andiamo a recuperare Bruno (la mia moto) rimasta ferma sul ciglio della strada.
Torniamo a casa. Ma mai come ieri sera, non so perché, non ho bestemmiato la mia stessa bocca.