La cardarella è poliglotta. Translate!

21 dic 2012

Una volta l'anno

 Caro Babbo Natale,

devo ammettere che è più comodo credere in un omone vestito di rosso, bonaccione e con la barba bianca, le gote rosse e magari la passione per i cicchetti anzichè cedere alla fede per un ingegnere laureato alla Bocconi, ma che di organizzativo ha ben poco. 
Molti lo chiamano Dio, forse esagerando. Il realtà è solo una speranza. 
Ecco, se io dovessi darle una forma, sarebbe la tua. E' una bella immagine quella di un vecchio energico che guida una slitta voltante. Ben più rassicurante di uno seduto in poltrona che fa solo lo spettatore. Adesso io dovrei chiederti qualcosa, come fanno tutti i bambini, per Natale. E non c'è niente di più imbarazzante del ricordarsi di qualcuno solo quando se ne ha bisogno. Ma tant'è. La faccia tosta è necessaria, quando si ha bisogno di aggrapparsi a una speranza. Io non lo so cosa fai in tutti gli altri mesi dell'anno, quando non lavori. Mi piace pensare che te ne stai spaparanzato su un'isola semi deserta e assolata a bere mojito da una mezza noce di cocco attorniato da ragazze più giovani di trent'anni. Che leggi i giornali, i libri, ma guardi pochissima televisione. E ti riempi la pancia di risate nell'osservare l'umanità che non bada più ai sogni, che evita di lasciarsi andare, che non da peso alle emozioni. Che lotta per un carrello della spesa, litiga furiosamente per un posto auto e poi si commuove per le vittime di un terremoto. Lo so che ridi, è naturale. 
Anche perchè quella stessa umanità è ambivalente, è come guardarla da una lente che ti consente di vederne due. Come se poi una sola non bastasse. Da un lato c'è quella che è presente nel corso dell'anno. Ipocrita e saccente. Dall'altro, quella (forse) più vera, che non si limita al buongiorno e al buonasera e lascia fiorire un cuore grosso così. Vorrei sapere tu a quale delle due versioni credi. Io resto un'ottimista e nonostante tutto, prediligo la seconda. Avrei potuto spedirtela, questa lettera. Ma sarebbe finita su una montagna di richieste di giocattoli. E, detto tra noi, per una donna non ricevere l'adeguata attenzione è piuttosto frustrante. Tutto quello che ti chiedo, è la capacità di godere del tempo prima della sua fine. Un po' come tentando di fare con i miei affetti più cari. Ogni giorno in più con loro è una conquista, una sorta di premio che mi porto a letto e conservo sotto il cuscino. Ogni volta che sorridono (lo fanno a modo loro, certo, ma impari a rendertene conto), sento il mio cuore scoppiare. Ecco, tutto quel che vorrei per Natale è la passione per la vita stessa, ogni giorno. E anche la forza, la stessa che ha avuto una rosa che era sbocciata nel mio giardino a Novembre. Ha superato tutto. Il primo freddo, la pioggia battente. L'ho vista assaporrare i raggi del sole quando c'erano e piegarsi al vento. Ha fatto di tutto per restare viva. Quel che mi serve, è tutta la forza di quella rosa. Sempre. Sono tuttavia consapevole del fatto che mi hai già dato tanto. C'erano ben altre cose che avrei dovuto affrontare per un pezzo del mio cuore, che è stato malato e stanco. Che adesso se la dorme sulla sua cuccia, aspettandomi, come fa ogni giorno. E che ho corso il rischio di non vederlo più. Non credo esista sollievo più felice del vedere chi ci è caro ricominciare a vivere con tutto l'amore di cui è capace. E tu questo me l'hai già dato. Ma la paura di perdere la consapevolezza che tutto quel che di bello ho, un giorno finirà e comportarmi di conseguenza, c'è. Vedi, noi umani siamo bislacchi. Abbiamo la costante paura di perdere qualcosa: le chiavi della macchina, l'ombrello, i guanti, le chiavi di casa. E non ci rendiamo conto che quel che dovremmo temere di perdere è la presa di coscienza che la vita è una soltanto. E quindi ci arretriamo tutto. Sentimenti, azioni, lacrime e gioie. Come se le occasioni tornassero sempre, ciclicamente. Come se avessimo sempre diritto a una possibilità che va oltre le nostre stesse capacità.
Cerca di fare in modo che io riesca ad apprezzare tutto, prima che sia troppo tardi.
Perchè solo così, se avrò modo di guardare i miei capelli bianchi, potrò dire che alla mia vita ho dato un sapore. E che ho fatto meglio che potevo per farla assaggiare anche a chi mi ha circondata.

Con affetto.

15 nov 2012

novembre 15, 2012 - No comments

Tweet hungry, tweet choosy

 Si potrebbe riassumere tutto in una frase che ho letto su Twitter tempo fa e che venne scritta da una delle pochissime persone che incontrerei nella vita reale: @ziacoca


 "Il numero di followers non è proporzionale al numero di neuroni."

E' tuttavia triste constatare come gente che davvero meriterebbe attenzione, viene invece oscurata da altra che, gira che ti rigira, scrive sempre le stesse cose. Concetti triti e ritriti che ormai non servono neanche più a condire il brodino invernale della sera. Quello che è quasi sconvolgente è che quelle stesse parole, quelle che sanno di muffa rattrappita, vengono anche riprese da colleghi e spiattellate a comodo su giornali cartacei o meno. Il meccanismo che si crea è qualcosa di stomachevole. L'autore del tuitt, quando scrive qualcosa che tappa un buco altrimenti vuoto sulla pagina di un settimanale o un quotidiano, si sente osannato. Crede di essere diventato indispensabile in qualsiasi Timeline. E effettivamente, cosa ancor più alienante se vogliamo, la gente lo segue. Vede il numero dei followes aumentare e, come pecora, si unisce al gregge. Forse pensando che se tutta quella gente segue tizio, è perchè tizio scrive cose interessanti. Tutto sulla base del concetto italiano "lo fanno tutti, lo faccio anch'io." Riflettere con la propria testa costa troppo, eppure è ancora esentasse. Ho letto persone meravigliose, su Twitter. Gente che non incontrerò mai, ma alla quale auguro una silenziosa buonanotte ogni sera, quando spengo il Pc o metto in stand by il cellulare. Nonostante la loro palese bellezza di cuore, il loro intelligente sarcasmo e tanta raffinata acutezza, non vengono prese adeguatamente in considerazione. E' un peccato pensare che la folla ha gli occhi oscurati da qualche morto di followers che se venisse letto ogni giorno, con la dovuta e critica attenzione, si rivelerebbe un palloncino sgonfio. Pregno di non so neanche cosa, ma che puzza di chiuso. Da Twitter si vede molto dell'Italia di oggi. Ma se manca la meritocrazia finanche su una puttanata come Twitter, come vogliamo sperare vega esercitata per l'intero Paese? 

I tuitt che fanno da tappabuchi (perchè fanno solo da tappabuchi, è inutile illudervi di essere il nuovo Montanelli. Se lo foste, non stareste su Twitter.) sono scritti sempre dalle stesse persone. Mai una volta che Francesca Castellano infili nel suo Twittgì su Panorama gente come @GigiGaudiano@Zziagenio78 tanto per citarne un paio. 
Mai una volta che abbia letto un'intervista di Andrea Delogu su Panorama fatta a un qualche povero Cristo che di followers magari ne ha 48, ma che scrive la verità, che magari ha realmente una vita interessante, e non tenta (e questa è una cosa che mi fa veramente incazzare, ma che su Twitter accade) di far credere alla gente di essere un giornalista quotato che dedica briciole del suo tempo libero al social network. L'unica intervista che ho letto su Panorama e che davvero è stata degna di nota, l'ha scritta @stellastrala. Un social è un gioco fine a se stesso, ma è anche una finestra sul Paese. 
Una sorta di squarcio che, in questo caso, mi fa capire che siamo pecore. 
E che la merda, ce la meritiamo tutta.

11 ott 2012

ottobre 11, 2012 - 1 comment

I ricordi e la polvere

Ti ricordi quando ti dissi che ero stanca e tu mi prendesti la testa tra i sogni, per farla riposare? 
Non sono mai più riuscita ad apprezzare lo stupore dell'incapacità di dormire. 
E ti ricordi quando andammo nella pace della montagna, ad ascoltare suoni sconosciuti alle città rumorose, alla gente presa da se stessa? Raccolsi un fiore. E tutt'ora mi fa da tenda tra la luce delle parole di un libro e il mondo esterno e saccente.
E poi quando corsi per venire a guardarti una volta soltanto, te lo ricordi? 
Ebbi il cuore in gola che batteva talmente forte da farmi avere quasi paura di morire. 
Di tutte le speranze spese a perdifiato, come gambe veloci l'una davanti all'altra. Tutte le illusioni, i sogni ad occhi aperti di cui abbiamo riso davanti a un bicchiere di desideri. 
Forse neanche questo riesci a ricordare. 
E ti ricordi quando mi regalasti la tua musica, in un cesto fatto di nodi e scampoli di vita passata? 
Lo conservo in una stanza buia, perchè alle cose davvero belle la luce non è necessaria. 
Quando mi hai abbracciata, stretta tanto da darmi tutta l'aria che mi è necessaria, te lo ricordi? 
Non ho più respirato a fondo, mai più avuto così tanta vita nei polmoni.
Quando abbiamo vissuto una vita di fragole, fiori e trasparenze d'acqua, tu non c'eri. 
Il mio cuore era solo, un avido, audace sognatore che combatteva contro silenzi reali e insopportabili. 
La mia anima gli somiglia.
E allora io costruisco un castello di ricordi inesistenti, anche troppo grande per me sola. 
Quando è sera e mi rifugio nella sua stanza più piccola, ci sono tutte le parole che non ti ho detto a farmi compagnia, a parlare con me con la voce del mio cuore. 
Mentre il coraggio, il mio, vecchio e stanco, sbuffa sotto la sua morbida barba bianca e mi guarda con la coda dell'occhio. 
Il coraggio che non hai il coraggio di esercitare, non da mai soddisfazione. 
È arrabbiato, deluso. Io mi vergogno ogni sera. Tutte le volte che lui c'è quando parlo con le pareti di casa fingendo sia il tuo petto, o tutte le volte che le parole si bloccano in un rigurgito di cuore, in un sospiro nervoso di egoismo. 
Poi arriva la paura che m'interrompe i sogni. È ben vestita e ha la faccia arcigna e sempre giovane. Ride, mi fissa con impertinenza. M'innervosisce. Ma a lei i miei sogni non piacciono e l'unico modo che ho per cacciarla via è ovattarmi in ricordi che non ho, ma ho saputo costruire dal niente. 
È solo in quel brevissimo istante che il coraggio mi guarda felice, perché ho dimostrato la sua concretezza. 
La paura va via stizzita, ma sappiamo entrambe che ritornerà ogni volta che non avrò fegato di dirti che sei qui con me, anche ora, che sei lontano.

6 ott 2012

ottobre 06, 2012 - No comments

Cinquanta sputacchiate di Gigi - Parte prima

 Questa è una storia semplice. Che va raccontata non per spiegare qualcosa, ma solo perché ci sono storie che come nascono, così vanno scritte. Quest'ultima frase mi fa seriamente sospettare della malvagità del mio sistema nervoso, ma scriviamo lo stesso. Così magari capisco che sono ancora mentalmente sana. O mi rassegno definitivamente all'assenza di me stessa. 


Come in ogni storia, c'è un protagonista. Il nostro si chiama Gigi. Luigi Francesco Gennaro Stantuffo, nato a Napoli, milite esente, automunito. Ma tutti lo chiamano Gigi. Non Giggì o Giggino. Gigi perché ce lo chiamava la buonanima di sua mamma, passata all'altro mondo quando il ragazzo aveva appena vent'anni compiuti. Chi si è permesso di chiamarlo Francesco si è ritrovato a gridare il suo nome per strada senza vederlo girarsi. Gigi è un soprannome a cui è troppo abituato, ne è meccanicamente sopraffatto. Un po' come quando ti chiami Massimo o Paolo, ma per tutti gli amici sei pesce d'oro e allora neanche tu, poi, ti ricordi più come ti chiami. Quindi non chiamatelo mai Luigi che manco capisce che state parlando con lui. Fa l'impiegato postale da 15 anni (adesso ne ha 35), ha avuto una fidanzata, la stessa, per 16 anni, che l'ha lasciato appena sei mesi fa perché diceva che non era speciale. Diceva che voleva di più, che voleva un uomo che sapesse cogliere le sfumature dell'animatutte le indecisioni del cuore. E che, soprattutto, riuscisse ad anticipare i suoi pensieri. Gigi non ha mai ben capito i motivi della loro separazione, ma si è adattato camaleonticamente agli eventi. Nonostante quella sia stata la donna del primo bacio, del primo sesso, la moglie mancata. Chè poi lo sanno tutti, dopo tutto quel tempo o ti sposi o ti lasci. E loro si sono lasciati. All'inizio per Gigi non è stato facile abituarsi all'assenza, vedeva lei ovunque come un automa. Sentiva la sua mancanza quando vedeva i piatti sporchi nel lavandino o l'ultimo rotolo di carta igienica finire quando non avrebbe dovuto, per ricordarsi improvvisamente che era l'ultimo. Si ritrovava spesso da solo a casa, a rimuginare sulla poltrona di fronte la televisione, a farsi venire l'ulcera quando riusciva a seguire Ballarò, a chiedersi dove aveva sbagliato se la macchia di sugo non veniva via dalla maglietta. Ma non è che se ne faceva un tormento. Voleva semplicemente capire. E trovare una scusa per cominciare la dieta, visto che nell'arco dei primi quattro mesi (complici le lasagne surgelate, amiche di cene disorganizzate) era ingrassato una cosa tipo quindici chili. Eppure aveva cercato di trattenerla, Silvana. Di dirle che avrebbe cercato di essere più acuto, di esserci di più. Ma a lei non bastava mai. Cos'era rimasto, a Gigi, di quella storia durata praticamente mezza vita? Un po' di foto delle loro estati in Calabria, libri mai letti, Cd consumati, qualche camicia smacchiata, calzini bucati nei cassetti e tanti colletti ingialliti dalla mancanza di esperienza. Nonostante tutti i dubbi però non si è mai pianto addosso, ha continuato a vivere la sua vita. Alzarsi ogni giorno e andare a lavorare alla posta. Qualche volta si concedeva una partita a calcetto con i colleghi, si lasciava sfottere con autoironia e tentava di essere sempre gentile col pubblico. Di Silvana, ormai, non aveva più notizie. C'era chi diceva che era scappata alle Bahamas con un tizio pieno di soldi, chi diceva che era incinta di un povero cassintegrato della Fiat e chi mormorava che si era rifugiata tra le monache di Santa Geltrude. Ma a lui non interessava sapere della vita della sua ex da terzi. Il suo numero era sempre lo stesso da anni, quindi se lei avesse voluto parlargli, avrebbe saputo come e dove rintracciarlo. Ogni tanto sì, a lei ci pensava. Ma, del resto, è difficile riuscire a non farlo di colpo, dopo tanti anni assieme. Quando gli amici comuni ti vedono e magari girano faccia perchè hanno deciso di frequentare ancora lei e non te. O t'incontrano e ti chiedono di lei, pur sapendo che vi siete lasciati. Una cosa buona dalla fine della storia, però, l'aveva ottenuta: poteva ruttare in libertà, dopo la birra. Grattarsi le chiappe quando gli pareva, uscire sul balcone anche con le mutande macchiate davanti, tornare a casa dalla partita di calcetto coi colleghi e non svuotare immediatamente il borsone, con la speranza di coltivarci dentro vermi che l'avrebbero aiutato, un giorno, a diventare un talent conosciuto in tutto il mondo per aver allevato potenziali anaconde. Aveva guadagnato un bel margine di libertà, e l'apprezzava. Eppure, il profumo di donna, in casa, mancava. Anche perché era stato sostituito dalla puzza di cesso a causa del malfunzionamento della colonna fecale del palazzo, cosa per la quale Silvana aveva sempre lottato furiosamente con l'amministratore alle riunioni di condominio. Un giorno solo, pianse. Quando il Giacomo, il ragazzo che abitava sul suo stesso pianerottolo ma di fronte, si sposò. Gigi stava uscendo per andare a lavorare e lo incrociò che si sistemava il vestito fuori la porta, intento a scendere per raggiungere la sua futura moglie. A quel punto ritornò in casa e non riuscì a trattenersi, pianse mentre era nascosto dietro la porta. Come quando ci poggi le spalle, ma ti pare che il mondo ti sta cadendo addosso. Prese il cellulare, compose #31# per anonimizzare il numero, e chiamò Silvana. Al quarto squillo che lei non rispondeva, lui già cominciava a darle della cagna-troia-puttana-bagascia (pendete fiato). Quando però sentì la sua voce non ce la fece, a parlarle. Ma neanche riagganciò. La scena era questa: lui in piedi dietro la porta a sentirsi sulle spalle tutti gli anni passati e, nello stomaco, tutti gli gnocchi di quattro salti in padella della sera prima, e lei intenta a trattenere il telefono tra collo e spalla mentre spalmava la Nutella sulla fetta biscottata, col nuovo compagno di fronte e il giornale sul tavolo. Tra il caffè e lo zucchero. Riagganciò lei, facendo spallucce. L'appartamento di fronte a quello di Gigi fu messo in affitto e la prima cosa che lui vedeva quando la mattina usciva di casa era quel cartello bianco e rosso sulla porta, su cui era scritto: "Fittasi appartamento, 80 mq, classe energentica A, luminoso con dopi servizzi (due bagni). Chiamare ore pasti." Non che Gigi fosse un cultore della grammatica, ma aveva sempre cercato di dare un senso al diploma in ragioneria e all'otto in italiano che si era sudato l'ultimo anno. Quel dopi servizi gli faceva drizzare i peli tutti i giorni, ogni mattina non poteva fare a meno di buttarci l'occhio. Un po' come quando vedi una cosa schifosa, sai che lo è, ma non puoi fare a meno di guardarla. Come se, fissandole, quelle lettere, potessero mettersi a posto da sole. Una sera, preso dalla disperazione e dalla noia apatica che gli faceva venire Giacobbo parlando del mistero dell'isola di Pasqua, uscì sul pianerottolo e strappò il cartello dalla porta. Sorrise soddisfatto quando rientrò in casa, convinto che la mattina seguente non si sarebbe dovuto concentrare su quello scempio. Ma soltanto sul colore marrone e uniforme della porta dell'appartamento di fronte. Tanto che anche il caffè sorseggiato il giorno dopo pareva avesse un sapore diverso. Eppure era sempre lo stesso, la stessa quantità, la stessa marca, la stessa moka. Quella comprata con Silvana dall'emporio in fondo alla strada. Aperta la porta di casa, la sorpresa. Lo stesso cartello era di nuovo fissato alla porta. Gli stessi colori, gli stessi errori. Scritto nella stessa maniera. Una bella bestemmia con lo stomaco venne interrotta dalla portiera, che si prendeva la briga - ma Gigi non lo sapeva - di sorvegliare la porta e far visionare l'appartamento ai potenziali affittuari. E aveva anche comprato cinque o sei cartelli affittasi uguali, scritti tutti insieme. Quindi identici l'un l'altro. 

"Neh Stantuffo, ditemi una cosa.", disse la portiera con la sua solita aria supponente e sospettosa.
"Stanotte è scomparso il cartello da faccia alla porta della casa di fronte alla vostra. Voi avete visto qualcuno?"
Ora il concetto è semplice: se era notte - pensò Gigi - io stavo in casa mia con la porta chiusa. O magari già dormivo. Non è che mi metto abituale sul pianerottolo a parlare con le macchie di muffa. A questo punto ancora non ci sono arrivato. Ma che sfaccimma di chi ti è morto mi vai chiedendo, con quelle braccia nei fianchi e gli occhi semi chiusi? Che vuoi dire, che sono stato io?
"No, signora. Non ho visto nessuno."
La portiera lo guardò dall'alto del suo metro e cinquanta, digrignando i denti a mò di sorriso sforzato. Lui intraprese le scale andando incontro ad un'altra meccanica giornata, durante la quale, sicuramente, avrebbe odiato tutti gli appartamenti liberi a seguito di matrimonio e messi in affitto.

16 set 2012

settembre 16, 2012 - No comments

Ricordi che non ci sono

 Ieri notte ho passeggiato da sola, sul lungo mare. Ero ad ascoltare il vento incresparsi tra onde assonnate e sabbia che sembrava immobile. A guardare la plastica che avvolge gli ombrelloni chiusi abbandonarsi all'umidità e al freddo della fine di un'estate che è stata solo nostra.  

Attorno a me, il deserto. Poche luci accese, nonostante non fosse già mattino. 
Era un silenzio malinconico, prematuramente invernale. La verità è che la gente è troppo convenzionale. E non ricorda, nonostante la pioggia dei giorni scorsi e qualche starnuto che accenna ad anticiparsi, che per qualche giorno è ancora estate. E da tale si comporta: è uno stereotipo con gambe e braccia, chiuso nel suo guscio. E non vuole saperne di romperlo, perchè sarebbe un atto di coraggio. E il coraggio è scomodo. Tu ieri notte eri con me, a guardare la strada dormire. Le finestre chiuse, la vita lontana attraverso lucine piccole e colorate all'orizzonte. Il passo era lo stesso. Un po' incerto, ma entusiasta. Come quello di un bambino che da poco ha lasciato appigli e non sa che, ad ogni movimento, rischia di cadere. L'inconsapevolezza è una cosa meravigliosa. 
Ed è stato come quando non si parla, perchè è come se si avesse paura di squarciare il momento. Come quando sei dipinto in una scenografia incantevole e le parole, vive ma qualche volta inutili, potessero essere il coltello che la apre a metà.
E la tua giacca sulle spalle, poggiata in silenzio, senza richieste o preoccupazioni, senza promesse, è stato il gesto che più di tutti mi ha fatto capire che l'affetto, quello vero, che non chiede, non ha bisogno di parole. E hai presente la spiaggia deserta, il mare calmo, i piedi nudi e il cielo tappezzato di stelle? E' parte di quel che abbiamo visto ieri notte. Quello che era una cornice della complicità, del silenzio più genuino e apprezzabile che io abbia mai vissuto. 
I ricordi erano musica, quei pochi che abbiamo. La stessa musica che poche ore prima io non ho saputo ascoltare. La stessa che ho riletto, che era nel mio cuore, ma che avevo chiuso dentro un cassetto col profumo di lavanda.
Ma tu ieri notte eri lontano, come sei tutt'ora. Eppure vicinissimo. 
Tanto che mi sono svegliata coprendomi pigra, pensando al lembo della coperta come parte della tua giacca.

23 ago 2012

agosto 23, 2012 - No comments

Un posto dove il cuore riposa e la mente non chiede

 Magari un giorno avremo un posto solo per noi, dove raccontarci trent'anni. 

Dove sederci e avere ricordi solo nostri. 
Un posto dove il cuore riposa, la mente non chiede e le domande, i rimpianti, i rancori sono solo qualcosa che conosceremo a malapena. 
E sarà un posto che conosceremo solo io e te, perché nessuno avrà il coraggio di arrivarci. Perchè, vedi, vivere senza rancore, senza un capro espiatorio per il dolore, è da coraggiosi. E noi siamo coraggiosi. 
E tutte le gioie che abbiamo provato l'uno lontano dall'altra saranno comuni, come se non avessimo fatto altro che stare sempre insieme. 
E ne parleremo ridendo del momento in cui te ne sei andato e io mi sono sentita abbandonata un'altra volta. Ed è proprio così che è stato. 
Perché l'averti avuto accanto per così poco mi ha dato la triste consapevolezza di tutto il tempo che abbiamo perso. Mi ha dato in bocca il sapore amaro di tutti i ricordi che non abbiamo. Di tutte le volte che ho chiamato nel momento sbagliato, di tutte le volte che avevo da fare, di tutte le volte che ti cercavo ma non c'eri. Di tutte le volte in cui hai chiamato tu, ma io non ho risposto. 
E ci sarà il vento ad asciugare le lacrime dei giorni perduti. Le stesse che ho versato qualche giorno fa, quanto ti ho visto allontanarti. 
Avrei voluto avere una corda, in quell'istante. Tirarla forte e recuperare anni che ormai ho tutti nel cuore. Assieme alle parole rancorose di chi non ha fatto altro che allontanarmi da te. Certo, avrei potuto fermarmi da sola a pensare, a valutare, a capire. 
Avrei dovuto farlo, prima. Ma sono stata presa dalla vita, dalla sopravvivenza. E un po' anche da me stessa. 
Ho chiuso gli occhi. 
E tu lo sai, sì lo sai, che ancor peggiore della consapevolezza del tempo perduto, è la consapevolezza del chi ti ha sottratto quei ricordi dal niente. A prescindere. 
E' un tormento vivere con ricordi che non ho e pensare che arriverà il giorno in cui non ti guarderò più negli occhi, sapendo che non l'ho fatto mai abbastanza. 
Ma quel posto solo per noi c'è e un giorno sarà lì che ci rivedremo. 
E l'istante in cui potrò abbracciarti ancora, mi ripagherà di tutto il tempo andato. 
Intanto ti lascio questa. Quella che ascoltavi tu mentre ti preparavo il caffè. 
Tra poco vado a lavorare, papà. 
Ci sentiamo più tardi.

3 ago 2012

agosto 03, 2012 - No comments

Tre per uno

 «Io te l'avevo detto che avremmo fatto tardi.»

«Lo so.»
«E quindi?»
«E quindi detesto quando mi dici che me l'avevi detto.»
«Ma accade spesso.»
«Infatti io lo detesto spesso.»
Silenzio.
«Invece io detesto le tue pause.»
«Ma quali pause se ci sono sempre?»
«Sì, ma a volte stai zitto. E questo non mi piace.»
«Non è che sto zitto. E' che evito di parlarti.»
«Perché?»
«Non capiresti.»
«Prova a spiegare lo stesso, vuoi?»
«Non capiresti neanche se mi sforzassi. Tu ed io siamo troppo dissimili, anche se apparteniamo alla stessa persona.»
«Io invece comincio a pensare che siamo quasi uguali. Solo che tu parli di sensazioni, io di pensieri. Tu di emozioni, io di opinioni. Ma l'anima è sempre quella. Lo spirito che ci unisce è uno soltanto.»
«Quando mi fai questi ragionamenti mi mandi in estasi. Si vede che t'impegni parecchio.»
«Non lo nego. Sai che cos'hai di bello, tu, invece?»
«No, cosa?»
«Che per essere perfetto non ti ci applichi neanche.»
«Io non sono perfetto.»
«Ma certo che lo sei. Instancabile, mai pigro, sempre pregno di sentimenti da regalare, sorrisi da far sbocciare. Cosa sono al tuo confronto, io?»
«Tu sei il mio motore. Senza di te non calerei il freno a mano come tanto spesso faccio. Perché, vedi, prima dell'emozione c'è l'idea di essa. E quella la crei tu. Il faccio solo il resto. Ma a volte mi sbaglio. E tu lo sai come fa il cuore, quando s'è sbagliato.»
«Hai visto che bella luna che c'è stanotte? E le stelle. »
«Cosa ti dicono?»
«Che domani il tempo sarà bello. E a te?»
«Che è già domani. E che a volte bisogna non dimenticare di provare gioia perché si è vivi.»
«Nonostante le preoccupazioni ricorrenti che suscitano alcune parti di me?»
«Ma certo.»
«Nonostante la nostalgia che puoi far nascere tu, di tanto in tanto?»
«Sì. E non fare così tante domande come al tuo solito. Adesso dovremmo dormire.»
«Ma sentilo. Lo dice lui che non dorme mai.»
«Infatti parlavo per te. Io non posso, tu sì. E sarebbe il caso che lo facessi.»
«Mi addormenterei se l'anima di chi mi appartiene non fosse così inquieta.»
«Cosa la turba?»
«Non so bene, dovresti dirmelo tu.»
«Ci sono cose sconosciute dell'anima, anche a me.»
«Allora? Vogliamo fare un po' di silenzio?»
«Eccola, la solita guastafeste.»
«Scusatemi, ma vista l'ora vorrei cercare di dormire.»
«Ma non puoi farlo se non trovi un accordo con i piani superiori, anima mia.»
Silenzio.
«Mente cara, potresti acquietarti per qualche ora?»
«Posso farlo solo se tu smetti d'inviarmi messaggi da elaborare.»
«Ecco, io ve ne sarei molto grato. Anche perché prima di arrivare al cervello quei messaggi passano attraverso me che di notte dovrei pensare solo a battere.» 
Silenzio.
«Proviamo a guardare questo spicchio di città che dorme. A sperare della felicità della gente. Sapere che qualcuno che non conosciamo è contento può essere un buon calmante, in una notte come questa.»
«Io ho dei dubbi.»
«Mente, sei la solita scettica.»
«Zitto tu, pensa a non fermarti o dovremo farlo tutti.»
Il corpo si alzò dalla scrivania avviandosi alla finestra. L'aprì e vide il buio di notti sconosciute. Immaginando baci ignari della vita a venire, baci abitudinari, affettuosi. Cuori stanchi, anime preoccupate, menti messe a ferro e fuoco da amori lontani. Vita vera, affetti, speranze, sogni estranei. Sorrise col cuore, con l'anima e con la mente. Accorpando qualsiasi aspettativa possibile. Si calmò e lasciò andare uno sbadiglio tanto profondo da far lacrimare gli occhi.
Si accasciò sul letto senza eleganza.
«Sta per dormire. Buonanotte, anima.»
«Buonanotte mente. Buonanotte, cuore.»
«Non prendermi in giro, stupida. Io non dormo mai. Pensate ad emozionarmi, piuttosto.»
«E come?»
«Con un sogno degno di essere ricordato, domani. Adesso smettete di fare domande. Sognate. Io posso farlo solo di giorno, solo con gli occhi già stanchi da troppe domande. Voi avete la fortuna di farlo rilassandovi, potete lasciarvi andare anche alla pigrizia. Io no. Regalatemi un sogno che mi faccia felice, anche se col tempo verrà dimenticato.»

2 lug 2012

luglio 02, 2012 - No comments

Io mi penso addosso

 «Adesso ti racconto un sogno. Così usciamo dalle bozze del blog e cominciamo a scrivere qualcosa di serio, vuoi?»

«Sì, ma non metterci troppo. E' già tardi. E domani c'ho da fare. Comincia. Io mi stendo sul divano col ventilatore puntato sui piedi che mi fa fresco.»
Il mio AlterEgo è venuta a trovarmi all'improvviso, anche stanotte. Si è arrampicata ed è entrata dalla finestra. Tutta affannosa e trafelata, non mi sembrava neanche lei. Appena arrivata è corsa in cucina e ha bevuto golosamente un bicchiere d'acqua. Tanta era la sete e la velocità con cui lo ingurgitava che si è bagnata la maglietta, il collo e i lati delle labbra. Si è pulita la bocca col bordo della manica e poi è venuta da me. 
«Cazzo fai ancora sveglia?»
«Penso.»
«Te l'ho sempre detto. Il tuo problema è che ti pensi addosso.»
Da parte mia, silenzio. Non sono mai stata in grado di contraddirla, quando aveva ragione. Anche perchè mentirei e lei se ne accorgerebbe. Una sola volta ho tentato di dirle una bugia. Scoppiò a ridere e venne a darmi uno scoppolone sulla nuca. Dopodichè, per lungo tempo, non venne a trovarmi. Mi mancò come ci si può mancare solo a se stessi. Quando me la ritrovai seduta accanto, che neanche l'avevo sentita arrivare (e stava pure per prendermi un infarto,  tipo quando stai pensando a centouna cose diverse e all'improvviso ti ritrovi qualcuno alle spalle)  mi disse solo: «Non farlo più.»
«Allora, questo sogno me lo racconti?»
«Hai ragione, scusa.»
Lei è ancora stesa sul divano, in attesa della fine delle mie divagazioni.
«Che tipo di sogno vorresti?»
«Non lo so. Sarei banale se ti dicessi di raccontarmene uno che mi tolga il sonno?»
«Credo di no. Solo mi chiedo una volta che non avrai più sonno che cosa farai.»
«Ti terrò compagnia.»
«Fino all'alba?»
«Bugiarda. Non ti svegli mica all'alba.»
«No, infatti. Domattina suonerà alle 7.30, quella maledetta.»
«E tu lasciala suonare.»
«Come sarebbe a dire?»
«Hai capito. Molla, per una volta. Molla la presa, attacca la spina. Quella che vuoi, non quella che ti fanno attaccare per forza.» 
«Magari fosse così facile. Lo sai che ho dei doveri.»
«Ma cristo di un dio! - Io la adoro quando bestemmia. Tanta è la sincerità con cui lo fa che mi sembra quasi vera. Vera per tutti, dico. Non solo per me. - Ti sei convenzionata a tal punto?»
«Non è che mi sono convenzionata, è che ho una vita.»
«Vuoi farmi ridere? La vita è quella che uno si sceglie, non quella che ti obbligano a fare.»
«E adesso come dovrei comportarmi, secondo te? Fare una  cosa tipo partire all'improvviso alla Muccino, alla soglia dei trent'anni e andare in Africa o fare il giro del mondo in camper?»
«Certo che no. Dico solo che dovresti ricordarti che esisti anche tu.»
«Ma io so di esistere. Sono qui, seduta sulla mia panchina in ferro battuto e tu stai stravaccata sul divano.»
«Errore. Io non sono stravaccata sul divano. Tu credi che io lo sia. Tu mi vedi. Il resto del mondo no. Cominciamo a dire le stronzate, mi  raccomando.»
«Va bene, e allora? Cosa cacchio dovrei fare?»
«Vivere. Ricordarti di te. Anche per un'ora al giorno. Giocare, gonfiarti il cuore di cose belle, fare il possibile per trovarle e infilartele a forza nel petto. Sentirlo scoppiare ridendo, tentare di essere. A volte basterebbe un caffè, guarda.»
Si è alzata dal divano, ha messo i pugni puntati sui fianchi con le braccia piegate e mi ha chiesto: «Ne hai?»
«Ma de che?»
«Di caffè.»
«Ma cazzarola, sono le 3.00 passate e tu vuoi un caffè?»
«Sì. Lo beviamo mentre mi racconti il sogno. Io lo sto ancora aspettando, ti faccio notare.»
«Ma non sarebbe meglio un tè freddo, con questo caldo?»
«No, fa venire la cistite. Dai, andiamo in cucina.»
Le ho fatto il caffè. A lei piace con molto zucchero. Io lo preferisco amaro.
Al primo sorso, fatto con la punta delle labbra per non scottarsi, mi ha detto: 
«Lo stai facendo un'altra volta.»
«Cosa?»
«Pensarti addosso.»
«Finiscila.»
«E' la verità, guarda. Hai tutti i pensieri sparsi sul pavimento di casa. Mi sei diventata incontinente.»
Per darle soddisfazione guardai per terra e effettivamente i nostri pedi erano in una pozza di parole. Ce n'erano ovunque. E si allargavano come una macchia d'olio. Ed erano parole di tutti i tipi, ma veloci come l'acqua che scorre. Percorrevano il pavimento della mia cucina come un fiume in piena. Non c'era modo di fermarle, erano come piccole piume al vento ed erano tutte leggibili. Alcune più grandi, altre più piccole. Ma erano lì, a bagnarmi la notte e a farmi camminare come in un'enorme pozzanghera. 
«E ora come faccio?», le ho chiesto.
«Ma a far che? mi chiese a sua volta dando l'ultimo sorso al caffè.»
«A riprendermi tutti questi pensieri che sono per terra!», ho esclamato disperata.
«Non puoi più. Non avresti dovuto pensarti addosso.»
«Ora vado, è tardi. E domani c'ho da fare.»
«Ma il sogno che avrei dovuto raccontarti?»
«L'hai già fatto. Ma impegnata com'eri con tutti questi pensieri rumorosi, presa come stavi dal chiederti come avresti potuto riprenderteli e rificcarteli in quella testa anzichè liberartene per sempre, neanche te ne sei accorta.»
«E' stato bello, almeno? Ti è piaciuto?»
«Era tuo, era sentito. Era insonne. Era bellissimo.»



2 giu 2012

giugno 02, 2012 - No comments

Sola andata per uno

 Questa è una di quelle storie che vuoi pure raccontare, di quelle che hai provato a far uscire dalle dita parecchie volte. Ma che, ogni volta, è rimasta incastrata in un rantolo di cuore che ti ha tolto il respiro. 

E le parole ne hanno preso il posto. Riempiendo a caso lo spazio bianco. Qualcosa di indicibile. Ma è una storia che va detta, va spiegata. E che è solo per me. 
Anche perché, vedi, se storia ci fosse stata, avremmo saputo entrambi raccontarla. Ma inventarla dal niente è come creare un gomitolo di lana fatto di parole. Che si sgretolerà non appena qualcuno che non siamo tu o io, si metterà a leggere. 
Ma i sogni sono fatti anche di questo, forse. Di aspettative andate in frantumi per un'arditezza di troppo.
Ed è quando credevi di poterti permettere il peggiore dei lussi, che perdi. 
Con la stupidità di chi avrebbe voluto solo essere ascoltata durante un viaggio in treno. E quel viaggio c'è, ogni volta che mi approprio in silenzio di parole che non sono per me, ogni volta che le leggo salgo su quel treno. 
E ogni volta, sono senza biglietto.
E tu mi dici: "Sei la solita sbadata. Alla prossima stazione te lo compro io."
Ma io resto quella che osa, che va oltre la linea gialla mentre aspetta. Quella che si fa spettinare i capelli dall'arrivo del treno, che ama correre a nascondersi ogni volta che quell'uomo con la giacca blu e l'espressione annoiata fa il giro degli scompartimenti chiedendo i biglietti a tutti. 
E tu, tu sei quello che mi ha corso dietro fino a stancarsi. E' così. Tutti prima o poi di me si stancano. Perché a lungo andare anche l'adrenalina da noia. 
"Ma è la mia natura", disse lo scorpione. "E non posso farci niente."
"No, non comprare nessun biglietto. Voglio viaggiare senza."
"Ma guarda che a Milano così non riesci mica ad arrivarci."
"Devo mettermi alla prova, è più forte di me. Ti prego, assecondami."
"L'ho fatto così tanto che neanche me lo ricordo. Ma sappi che la libertà di far quel che cavolo ti pare, ha un costo. Se ti faranno scendere, non scenderò con te."
Ho accettato le condizioni con l'aria spavalda di chi ha creduto di averle addirittura dettate e mi sono seduta di fronte a te. 
E c'è stato un attimo, ricordo, uno solo, in cui ho creduto davvero di morire. Quando mi hai passato un dito sulla faccia e mi hai detto che dovevo scappare di nuovo, che l'uomo con la giacca blu stava venendo ancora a cercarmi. 
E quindi, niente. 
Neanche ho fatto in tempo ad annusarti la mano, che mi sono ritrovata nuovamente in fuga. 
E più mi salvavo, più mi allontanavo da te. Che eri rimasto seduto lì, dove ti avevo lasciato. 
La promessa era semplice. Tu non ti saresti mosso. Se fossi riuscita a tornare ti avrei trovato dov'eri. Ma se fossi scesa, mi sarei ritrovata da sola. 
Non c'è stato un bacio, non una carezza regalata come si è dovere, neanche la tua faccia sulla mia pancia ho potuto avere l'orgoglio di infilare nel baule dei ricordi. 
L'unico momento di beatitudine l'ho ottenuto quando ti ho visto seduto di fronte a me, pronto ad ascoltare le mie sciocchezze o a parlarmi del tuo affliggere un'emotività delicata. Dell'accanirti insensatamente contro te stesso, come ad espiare una colpa. 
E quel che non ho fatto in tempo a dirti è che colpa non c'è. Che colpa non c'è mai stata, se non nel tuo considerarti la persona peggiore al mondo.
Quando il destino mi ha catturata ed ha scoperto la mia mancanza, avrei solo voluto gridare con tutto il fiato che avevo in corpo il tuo nome sperando non mantenessi la promessa. 
Sperando che saresti venuto a prendermi, a sottrarmi dalla tua insopportabile assenza, da quel vuoto che avevo di fianco.
E invece sei rimasto seduto, a brontolare la mia stupidità.
Sono stata invitata a scendere ad una stazione della quale non ricordo il nome. 
Faceva caldo, l'aria era grigia. Pioveva malinconia. E neanche l'ombrello, avevo. 
Mi fissavi attraverso il vetro del finestrino scuotendo la testa, rimproverandomi con gli occhi di non essere riuscita a comportarmi come tu stesso, raramente, sei riuscito a farmi fare.
Il treno è ripartito lentamente e l'ultima cosa che ho visto è stata la tua faccia rabbuiata di rancore, pronto a guardare volti sconosciuti, a giocare con quelle stesse parole che prima mi ostinavo a rubare e conservare solo per me. 
Nessuna consapevolezza ha accompagnato il mio viaggio di ritorno. 
Nessuna carezza ha saputo ancora lenire la mia diffidenza.
E allora sono rimasta nascosta tra la folla. Sperando solo di non essere notata con la certezza di essere comunque nella tua stessa stanza. 
Piena di fumo, di gente chiacchierona, di inutilità utili allo scorrere del tempo. 
Ma che non servono a un cazzo, se vuoi destinarle a dimenticare un viaggio che non abbiamo mai fatto.

17 mag 2012

maggio 17, 2012 - No comments

Donne e motori donne con l'arteteca

 Nelle puntate precedenti.



«Ma da quanto tempo non andiamo tu ed io a bere una birra senza gente intorno?»
«Uà, 'na cifra.»
«E' troppo tempo. Dobbiamo rimediare.»


Al telefono, Roberto. Qualche ora prima del fattaccio.


«Stasera usciamo? Con le moto. Andiamo a bere una cosa e facciamo due chiacchiere, ti va?»
«Sì, andiamo che c'ho bisogno.»
«Allora vengo sotto casa tua all'ora x. Fatti trovare pronta.»
«Sto già giù.»


Aldilà di quel che voi astanti potete pensare, io non sono una di quelle femmine che impiega tempo per prepararsi. E non amo arrivare in ritardo. Piuttosto, preferisco aspettare. Il punto è che Roberto, il mio migliore amico, non l'ho mai aspettato. E' sempre stato puntuale. Forse è anche per questo, che andiamo così d'accordo.  A parte il palesare continuamente la mia mascolinità, s'intende. Citofono. Scale. Moto. Libertà.
Si sceglie un posto tranquillo, ma che abbia la più vasta varietà di birre. Non vi aspettate che vi scriva di cosa abbiamo parlato. Anche se so che anelate dalla curiosità di farvi i cazzi miei. Perché ho parlato quasi sempre io, ma è una cosa facilmente immaginabile.


Strada del ritorno, entrambi sobri. Ognuno sulla propria moto. Posto di blocco dei carabinieri. Penso immediatamente: "Vabbè, ho bevuto poco. Se mi fanno l'acool test non mi dovrebbero scassare la minchia più di tanto. Se lo fanno a Roby, idem. Quindi stiamo quieti." Paletta alzata. Metto la freccia, mi fermo. Roberto, dietro di me, si ferma anche lui. 


«Buonasera. Patente e libretto, per favore.», dice uno dei due uomini con la striscia rossa al lato dei pantaloni.
Prendo la patente e gliela consegno. Il libretto, non aveva ancora deciso di spuntare fuori. Mi tasto dappertutto, pensando di averlo infilato chissà in quale tasca del giubbetto. Scendo dalla moto, tolgo il giubbetto, controllo ovunque. Niente. Realizzo di averlo dimenticato. Dal punto di vista legale, nulla di grave. Si procede con una contravvenzione e con la presa visione presso la caserma tal dei tali il giorno dopo. Per quei due scacati che mi hanno fermato ieri sera, avevo come minimo ammazzato tutta la DC ancora esistente e fatto piazza pulita di qualsiasi piazza di spaccio che loro ben conoscono. Una tragedia, comunque la si giri. 


«Allora, questo libretto?»
«Eh, l'ho dimenticato. Scusate. Ve lo porto in visione domani.»
Uno dei due, sbotta: «Ma che domani e domani! Mò siquistriamo la moto!» 
Non è un errore di battitura. Quello così parla, tutt'ora.
Io, calma: «Ma guardi che la Legge non dice questo. Se mi sequestrate la moto, vi denuncio.»
L'incazzato si avvicina oltremodo. C'è stato chi ha abbuscato per molto meno.
«Maaa...maaaa...Ma tu e' bbbevuto!»
«Prima di tutto calma cu 'stu tu, che io non la conosco. E poi ho bevuto una birra. Che è, un reato?»
«Pascà! - Esclama l'incazzato all'altro, più calmo, evidentemente sposato o comunque con una vita sessuale soddisfacente - Lo teniamo il coso per fare l'acool test 'a a signurin?»
«Veramente no. Siamo solo usciti per riempire il broglio di radiomobile, Maresciallo.»
Quello mi guarda schifato. Ma veramente come se stesse guardando una baldracca buttata su un letto fetente con le cosce aperte e la vagina putrida. Poi credo smetta di trattenersi e puntandomi il dito contro, dice: 
«Ma po' io nun capisc'. 'Na femmena, 'ngopp a 'na moto accussì...In giro a quest'ora. Sì foss' figlma sai quanti sganassoni 'n faccia?» 
E si allontana verso la macchina a fare non so che.
In un attimo ho capito cosa vuoleva dire Michele Misseri con l'espressione ho avuto un calore alla testa.
«Neh coso! Sient' nu poc'. Ma ppcchè nun te faje 'na spasell' e cazz' tuoje?!»
I due carabinieri, attoniti. Roberto, ricordo, ha portato le mani al viso, coprendolo completamente come a dire: "Mò a questa se la portano."
Infatti, mezz'ora dopo, ero in caserma. Seduta con Roberto accanto, aspettando di conoscere la mia sorte. «Se m'incarcerano, è la volta buona che magno e bevo alle spese dello Stato, afammocc!»
«Forse è il caso che telefoni ad Alberto, Terè.», precisa giustamente Roby pensando al mio avvocato.
Lo chiamo, gli spiego brevemente la situazione, lo ascolto urlare e avere qualche rantolo per riprendere fiato e poi dirmi: «Richiamami se la situazione degenera.»
«Ma degenera in che sens...tutututututtu.» Aveva già attaccato.
Restiamo lì seduti senza sapere niente un'ora e mezza. Senza sapere niente dai carabinieri. Perché dalla bocca di Roberto ne ho sapute. Uuuhh se ne ho sapute.
«Sei sempre tu! Non potevi stare zitta? Quello ha esagerato e siamo d'accordo. Però, Terè, pure te...Vai a dire a un carabiniere di farsi una spasella di cazzi suoi, ma ti rendi conto? Già una volta ti ho salvato il culo perché ho avuto la lungimiranza di chiedertelo prima, che cosa gli avresti detto. Questa volta, non potevi fermarti un attimo a riflettere, prima di parlare? L'altra volta stavi 'mbriaca. Ma adesso no, e che cazzo.»
Roberto ha fatto riferimento a parecchio tempo fa, quando eravamo in macchina e a 200 mt c'era un posto di blocco. Io, completamente marcia di vino. Roberto accostò e con molta calma mi disse: «Teresa, lì c'è un posto di blocco. Se ci fermano, che gli dici?»
Io, senza colpo ferire: «Carabiniè! T' fetn' e carn'!!!» 
Ovviamente conseguì inversione, che te lo dico a fare. Con la stessa espressione che credo aveva Gesù Cristo all'ultima cena quando spezzò il pane, esce uno dei due carabinieri che ci aveva fermato da una porta con la mia patente in mano. Quello calmo, diciamo. D'istinto ci alziamo entrambi. Si avvicina, mi restituisce il documento e dice che possiamo andare. Precisando che avevano messo in stato di fermo me, non Roberto. E che devo ritenermi fortunata ad avere un amico così. 
«Sì però il suo collega se la potrebbe pure dare, una calmata!»
Roberto mi gela con un'occhiata. E io resto zitta.
«Il libretto che dobbiamo fare? Portarvelo in visione domani?», chiede Roby al madonna che tutto voleva, tranne che stare buttato la dentro. Ve lo assicuro. Età apparente trent'anni. Età del Maresciallo incazzoso, circa sessantacinque. Insomma, voi capirete.
«Ma no, non importa. Comunque la signorina non ha tutti i torti - bisbiglia avvicinandosi -. Il mio collega è un po' su di giri perchè l'ha lasciato la moglie. E anche lei è appassionata di moto. E somiglia pure vagamente alla signorina.»
«E vist', Robè? Quello non fotte. Te l'avevo detto.»
«Vabbbbeeeneeee! - Esclama Roby, interrompendomi. - Andiamo va'!»
Salutiamo e andiamo a recuperare Bruno (la mia moto) rimasta ferma sul ciglio della strada.
Torniamo a casa. Ma mai come ieri sera, non so perché, non ho bestemmiato la mia stessa bocca.

15 mag 2012

maggio 15, 2012 - No comments

Il cartello del non vedente

 Un giorno un uomo non vedente stava seduto sui gradini di un edificio con un cappello ai suoi piedi ed un cartello recante la scritta: "Sono cieco, aiutatemi per favore".

Un pubblicitario che passeggiava vicino si fermò e notò che aveva solo pochi centesimi nel suo cappello. Si chinò e versò altre monete.
Poi, senza chiedere il permesso dell'uomo, prese il cartello, lo girò e scrisse un'altra frase.
Quello stesso pomeriggio il pubblicitario torno dal non vedente e notò che il suo cappello era pieno di monete e banconote.
Il non vedente riconobbe il passo dell'uomo: chiese se fosse stato lui ad aver riscritto il suo cartello e cosa avesse scritto.
Il pubblicitario rispose: «Niente che non fosse vero. Ho solo riscritto il tuo in maniera diversa.» Sorrise e andò via.
Il non vedente non seppe mai che sul suo cartello c'era scritto: 
"E' primavera. Ed io non la posso vedere."
Il racconto non è mio.
Mi è capitato di leggerlo tra le tante cazzate, quando m'intalleo su Internet.
Ho solo pensato che fosse il caso di condividerlo perché chiunque, con un po' di arditezza, coraggio e fede nel cambiamento, merita di vedere la Primavera.

2 mag 2012

maggio 02, 2012 - No comments

Sprecosa...mente

 Vedi Mario, ti do del tu perchè potresti essere mio nonno. E io un nonno dignitoso non l'ho mai avuto. L'unico col quale andavo d'accordo è morto che avevo quattro anni. E poi scrivo qui perchè lo spazio che hai furbamente concesso attraverso il modulo da compilare per segnalare gli sprechi è minimo. Pare di stare su Twitter. E a me gli spazi piccoli non piacciono molto, se ci devo stare da sola. In quel modulo chiedi di scrivere innanzitutto nome e cognome. 

Mi pare ragionevole.

Teresa Pinto
trs.pnt@gmail.com
via (te la lascio in privato, semmai) Napoli, 80135

Oggetto: ma che merita attenzione, dici?

- La ministra Elsa Fornero che sposta quattro auto blu e dieci uomini di scorta per andare a comprare un paio di scarpe, tanto per cominciare, mi sembra uno spreco perpetrato alla faccia di quelle persone che le scarpe nuove non possono neanche andare a comprarsele. E non fare finta di niente, nonno Mario. Lo sai che Elsa l'ha fatto. Mi domando solo come sono le scarpe che ha comprato e quando potrò vedere tutti camminare in un paio di scarpe nuove.

- Tu che compri 400 auto blu m'è sembrato un altro spreco, con gli aumenti che hai imposto al gasolio. Sai un macchinone del genere quanto beve, Mario? 'Na cifra. Senza contare che necessita di manutenzione. Tutte cose che avremmo potuto risparmiare. Evitando gli sprechi.

- Al Governo, quindi intorno a te, ci sono 630 deputati e 315 senatori. Questo vuol dire 945 tra gonnelle e cravatte. Cioè 945 stipendi d'oro. Con relative pensioni pari a 3.000 Euro al mese anche per soli 30 giorni di lavoro. Taglia, Mario. Taglia. Sono troppi, 945 cervelletti che tentano di starti dietro. E poi con la prostatite che rischi di avere da un momento all'altro vista l'età, non puoi certo star ad ascoltare tutti. 

- I sindacati esistono. Sono sempre esistiti per dare un'alibi al malcontento del paese. Dal punto di vista lavorativo e sociale, almeno. Ma non mi sembra che quelli attuali lo facciano. Pare più che palesano la presa per il culo. Perchè non li togli da mezzo e lasci che sia il popolo a parlare con te di quello che non gli va giù? Non fare come Maria Antonietta, Marittiè. Non ci consigliare di mangiare brioches se non abbiamo pane.

- In palamento sedete su poltrone la cui comodità non sarà mai saggiata da un lavoratore medio. Venderle e sotituirle con delle carinissime sedie Ikea, non ti sembra 'na genialata? Dareste anche un po' di colore, un'ondata di gioventù nell'aria.

- Ti ricordi quando Elsa pianse? Anche quello, fu uno spreco. Spreco di energie ed espressività. Inutile quanto deleterio. Confesso che, sul momento, provai anche un po' di compassione per questa signora elegante che sapeva già cosa ci aspettava. Ma poi se rileggi il punto uno, capisci perchè ho rimangiato tutta la pena provata.

- La figlia della Fornero, ha due lavori. Non sta a me giudicare se sia stata segnalata o spinta da mammà, per carità. E' certamente tutto merito suo. Ma non ti pare uno spreco, sapere che c'è un tasso di disoccupazione pari al 36%, in Italia, quando Silvia Deaglio, di posti fissi ne ha due? Jamm', Mario. Facciamo le persone serie.

-  Ma lo spreco più grande, quello che più mi fa incazzare e che m'intristisce è quello che riguarda il tempo. Ne stai perdendo, nonno Mario. E non lo dico io. Lo dicono i suicidi che si sono verificati dall'inizio dell'anno. Non ricordo alla perfezione le cifre, in questo momento. Lo confesso. Ma se la memoria non m'inganna, siamo a quota 50 operai (leggasi padri di famiglia) e poco meno di 30 imprenditori. Tirare le stime del proprio lavoro, con questi dati alla mano, è molto semplice. Non c'è tempo, nonno Mario. E non posso manco dirti che non deve scapparci il morto.



Fiduciosa nel fatto che mi leggerai poco prima di dormire quando io avrò già mangiato gli avanzi di ieri a cena, ti porgo i miei più distinti saluti

26 apr 2012

aprile 26, 2012 - No comments

Anche il 26 aprile è festa nazionale!

 Visto che sono una persona che non ama mettersi in mostra, e le manifestazioni di pubblico affetto mi mettono sempre un po’ in imbarazzo, sottovoce e a pochi intimi vorrei sussurrare che oggi è…



IL MIO COMPLEANNO!


In sintonia col mio status di persona umile ed acqua e sapone, non disturbatevi di donarmi (solo) i vostri auguri, ma procuratevi un bel regalo possibilmente sostazioso e costoso.


Grazie!


Anche se c’è già chi ha già pensato ad un regalo speciale, donandomi la possibilità di ritrovarmi in un libro. Come autrice. Tra altri dieci autori. "Gli Schizzati", Photocity edizioni. Acquistabile qui, se non volete una mortiata scagliata con estrema potenza, ogni giorno. Un'antologia di racconti pulp, con la copertina gialla e tante parole ben appiccicate, dentro.



22 apr 2012

aprile 22, 2012 - No comments

Qualcosa arriverà

 Pioggia fino a martedì. Poi arriverà il gran caldo. Poi l'arcobaleno e la pignatta piena d'oro impossibile da trovare. La neve da spalare, i fiori, l'inverno, la spiaggia bagnata e poi il Natale. 

E le speranze per il nuovo anno, le aspettative, l'emozione nel cuore. 
E poi Gennaio, l'acidità di stomaco, l'aria della Primavera, le farfalle con la vita troppo breve, gli antistaminici, il naso chiuso, il polline, la voglia d'innamorarsi e la paura di farlo. Guardando un San Valentino solo, che se la cammina sul lungomare.
Ci saranno i remi e una barca colorata. Il mare piatto e calmo. Blu. Tanto blu che col cielo sarà tutt'uno. Tanto bello che il freddo sarà persino piacevole. Le labbra screpolate e un paio di guanti da perdere con l'ombrello scuro.
Poi, Pasqua. I colori vividi ed esageratamente contrastati per rendere piacevoli le sciocchezze. Arriveranno le risate. Tanto fragorose quanto improvvise. Ci saranno lacrime per lavare gli occhi e una cintura per tenere ferma la vita. Che se la lasci correre, senza riuscire a starle dietro, non lo sai mica dove ti porta. 
Poi arriveranno nuove spazzole per i capelli, nuova acqua nella quale bagnarsi, un paio di occhi da guardare. Un cervello da carpire, capire. Una spolverata di tolleranza sui rimorsi. I sensi di colpa da incorniciare. Carezze, battiti e un paio di jeans strappati. Un paio di auricolari da snodare, ricordi da stringere.
Poi Ferragosto, il vento invernale assieme allo scirocco, caldo e leggero. 
Le montagne da scalare, un tramonto da fotografare. Un fuoco acceso sulla spiaggia anche se piove. Un bagno a mezzanotte, una spina di pesce in mezzo al cuore.  
E poi vino, tanto vino per bagnare le labbra. Bianco e ghicciato. 
I solchi che il tempo e i malumori lasciano sul viso, le ansie. Tanto contagiose quanto vive. 
La musica per ballare fino all'alba, parole da sputare. 
Poi tornerà l'autunno e si porterà via tutto tra il rosso e il marrone delle foglie secche, con un soffio di vento e una pioggia settembrina. 
Poi arriverà l'estate, la sete. Un ghiacciolo con la panna sopra, la centrifuga di una lavatrice appena riparata, la morbidezza da accarezzare, una sedia con un cuscino blu. 
Un camino davanti al quale spogliarsi. Tasti da battere, pagine da riempire.
Il bianco di un foglio macchiato d'inchiostro. Poi ancora la Primavera, i profumi, le iniziative, una sorpresa che aspettavi. Poi pioggia fino a martedì. Poi arriverà il gran caldo. Poi i fiori, l'inverno, la spiaggia e poi Natale.
Siate pronti.