La cardarella è poliglotta. Translate!

28 feb 2012

febbraio 28, 2012 - No comments

Il cartello appeso al collo

 Sapete cosa vi dico?

Voglio restare quello che sono.
Con i miei guasti.
Sono stanco del senso di colpa in sottofondo, di pensare che c'è sempre qualcosa di sbagliato in me, qualcosa che dovrei fare e non faccio, qualche treno che ho perso, qualcosa d'importante che non ho ancora risolto.
Questo sono, va bene?
Sono fatto così, e non posso farci niente.
Nessuno può farci niente con se stesso e questo è quanto.
Io non mi piaccio, ma non voglio cambiare, okay?
Lasciatemi in pace.

(Diego De Silva - Mia suocera beve)

27 feb 2012

febbraio 27, 2012 - No comments

Nenia...mente.

 Ma sai che c'è? 

Che mi sono rotta il cazzo di fare l'adulta.
Mi sono scartavetrata i coglioni per stare appresso ai capricci di chi neanche avrebbe dovuto farne.
Sono stanca. Stanca fisicamente e con l'emotività a pezzetti.
E' come un'accozzaglia di brandelli di carne, che solo come spezzatino è buona da mangiare.
Mi sono scocciata. E non sto scherzando.
Ho le scatole piene di ascoltare i lamenti altrui, quando io non mi lamento mai.
Non mi va più di risolvere i vostri problemi, quando i miei neanche li vedete.
Sono stufa di inseguire le esigenze altrui, quando neanche te ne torna qualcosa. 
Neanche un grazie.
Non che si faccia per un tornaconto, ma manco essere poi trattata come l'ultima idiota o (ancor peggio) un sacco leggero
sul quale sfogarsi periodicamente.
Basta.
Ho le palle piene.
Il vaso è colmo.
La pazienza è finita.
Ho 28 anni e m'avete spremuta fino a farmene sentire 40.
Ora voglio provare a essere stronza.
Una bastarda taglia gole che se ne fotte di chiunque.
Anche di chi non mi ha fatto mai del male.
Tanto prima o poi me ne farà, è matematico.
Ora è arrivato il momento del sadismo. Di rasentare la cattiveria. 
E' arrivato il momento di chiudersi a riccio e fottersene.
Perchè così vi fottete voi.
Sai cosa?
Quando hai a che fare con due persone che dovresti prendere ad esempio perchè sono le prime che vedi in vita tua e poi
sono proprio quelle che ti deludono più di tutte, e quando poi passi dall'avere a che fare con loro, all'aver a che fare con 
chi non fa altro che piazzarti sulle spalle carichi di responsabilità, insicurezze, sfruttando il tuo innato senso del dovere, e se le cose
vanno male è solo colpa tua e quindi diventi soltanto un capro espiatorio o una valvola di sfogo delle frustrazioni, poi dici basta.
Prima o poi ti stanchi.
E io mo' mi sono rotta il cazzo.
Anzi, me l'avete rotto voi.
Fottetevi. Voi e i vostri bisogni di merda.
Se ai miei non badate affatto.
Da oggi sono tornata bambina.
Capricciosa, arrogante e stupida.
Voi fate quello che volete.
Per quanto mi riguarda potete anche buttarvi dal ponte.
Ma non sperate che io vi paghi il funerale.
Morite. Quando avete cinque minuti.
Non che io abbia intenzione di rompere le palle al prossimo, per carità.
Però, da oggi, io penso ai cazzi miei.

22 feb 2012

febbraio 22, 2012 - No comments

La cardarella a Carnevale

 Ieri, passeggiando, ho incontrato l'uomo della mia vita. 

Uno che ha capito i veri valori e si accinge a metterli in pratica. 
Uno che da senso immediato alle cose. 
Uno che sa cosa vuole e come ottenerlo. 
Uno che alza la cardarella. 
Uno che ancora quasi non è manco nato e già fa il fravecatore.

Ditemi: come posso non giurargli amore eterno?





Il bimbo raffigurato in foto si chiama Christian, ha compiuto due anni il sedici febbraio. 
L'idea di mascherarlo da fravecatore in occasione del Carnevale, è stata della nonna. 
Un genio. Idea economica, sublime, intelligente. 

Ringrazio tantissimo la mamma di Christian e le zie, che mi hanno permesso di caricare sul blog fotografie un attimino più decenti di quelle che gli ho scattato ieri sera, mentre era nel fravecatorcarrozzino.

Comunque ne sono sempre più convinta: se rinasco faccio il fravecatore.

14 feb 2012

febbraio 14, 2012 - No comments

Quando resti senza parole

 E che una come me resta senza parole, è tutto dire...


Guardate qua e non dite più che la neve non è utile. (ilbloggererrante.wordpress.com)




7 feb 2012

Ciò a cui nel cuore ben poco assomiglia

Non avrei potuto scriverlo in pochi caratteri o in uno spazio angusto. 
Che poi, a me, gli spazi stretti non sono mai piaciuti molto. 
Vedi, il punto è molto semplice. Ma articolato come un nodo da sciogliere. 
Non è tanto chi mi ha fatto così male da scalciarmi sullo stomaco come un mulo. Ma perché. 
Perché, visto che avrebbe solo dovuto proteggermi, abbracciarmi quando ne avevo bisogno, esserci anche in silenzio, anche da lontano. 
Avrebbe dovuto farmi vivere sapendo che era lì, per me. 
Ad accogliermi. Come una carezza sulla testa o una coperta da riscaldare col proprio corpo. 
Lei doveva esserci. Per scacciare via i cattivi pensieri. Non per cacciare via me dalla sua vita. 
Non per mettermi le mani addosso e scaricare come un macigno sulle mie spalle i suoi fallimenti. 
Lei doveva essere viva per me. Perché non le ho chiesto io, di vivere. 
E invece ieri mi ha lasciata cadere. 
Sono rimasta aggrappata al ciglio per troppo tempo, a parlare con lei che invece su quello stesso ciglio ci stava comodamente seduta. A fumare e guardare la Tv. Lei era al sicuro e questo mi bastava. Le avevo creato io, quel rifugio. L'ho voluto, l'ho pagato col sangue e l'amore. Solo per lei. L'ho mantenuto.
Era il saperla al riparo da qualsiasi problema, che mi manteneva in equilibrio. 
E non mi aspettavo di certo che a schiacciarmi le nocche sotto i tacchi, sarebbe stata proprio lei...
Però l'ha fatto. E non mi ha trattenuta. Anzi, mi ha guardata precipitare come se stesse osservando la scena di un reality pulp e di seconda serata. 
Quando mi sono rialzata, ho cercato di farla ragionare. Ho tentato disperatamente di farle capire che tento di aiutarla, per quanto posso. E invece lei ha preso la carcassa che restava del mio affetto filiale e l'ha scaraventata di nuovo via, come se fosse stato un rifiuto maleodorante e datato. 
Avresti dovuto vedermi, sembravo una bambina col mal di gola che l'unica parola che sa dire quando sta male è: "Mamma..." 
Non ripetevo altro. 
Ma non parlavo con lei. Parlavo con quel che credevo lei fosse per me.
E allora ho guidato fino a sfiancarmi, come se avessi avuto una meta da raggiungere o qualcuno da cercare. Con quelle parole che mi risuonavano nella testa, senza interruzione. 
Si da troppo per scontato, negli affetti. 
Se un giorno mi avessero detto: "Tua madre una sera ti dirà di andartene e non farti più vedere." forse avrei riso con un po' di angoscia. Ma non c'avrei creduto completamente.
Perché davo appunto per scontato che lei si sarebbe comportata da madre e non da essere umano. E' vero, hai ragione. Una madre è un essere umano, ma riesce a mettere da parte il proprio ego, i propri egoismi e a tener conto del fatto che anche una figlia, è un essere umano?
Ora tutto quello che vorrei dirle è che mi dispiace. Ma che non ho potuto far di più, fino ad ora.
Ho provato, ma ho fallito.
E che se in quel rifugio è entrata qualche goccia d'acqua per una crepa al soffitto della quale non mi sono accorta, mi sento pericolosamente in difetto.
Con la consapevolezza che, ora, non ho veramente più nessuno, al mondo.
Chi banalizzerà penserà che si tratta di una bufera che lascia del fango per terra e un cielo chiaro da guardare. Ma chi subisce se le porta nello stomaco, quelle lame. 
Che un giorno faranno ruggine, ma saranno sempre lì. 
A ricordati che anche chi credi debba amarti gratuitamente, si assenta. 
Ed è quell'amore che ancora provi, che non sopporti, perché se riuscissi ad odiare con cinica indifferenza sarebbe decisamente più semplice, ad averti disarmata. Ad averti portata a subire, a guardare con sconcerto chi ti graffiava il cuore. 
E allora decidi che quel soffio di vento resta l'unica cosa dolce vissuta ieri. 
E gli vai incontro, lasciando che ti accarezzi la faccia.
Ed è l'unica compagnia capace di rassicurarti. 
Paradossalmente così vicina, da sembrare l'abbraccio che ieri non hai avuto.