La cardarella è poliglotta. Translate!

20 dic 2023

Perle a chi ha il cancro (parte 2)



Come ho letto su uno scritto bellissimo, uno di quelli che mentre lo leggi ridi e piangi e ti arrabbi e poi piangi e poi ridi di nuovo: “Il cancro non zompa.” 

Quindi se vi capita di vedermi in giro, non guardate da un’altra parte e non giratevi di spalle sperando che io non vi abbia visto. 

Ho il cancro, ma resto un essere pensante. 

Ho il cancro, ma ci vedo benissimo.

Bacetti.

5 dic 2023

Biopsia ossea



Oggi abbiamo inaugurato la settimana con una bella biopsia ossea. Dico inaugurato perché per me è iniziata oggi, non ieri. Nonostante sia martedì. Fortunatamente oggi Enrichetta mi ha lasciata in pace, come se stesse dormendo. Io non la capisco tanto, perché potrebbe anche farsi viva ogni giorno ma in forma lieve. Invece mi deve cacare il cazzo tutto insieme all’improvviso, per poi crollare. Esausta. E io appresso. Ma andiamo avanti. Stamattina ho avuto il privilegio di viaggiare su uno dei treni nuovi che la nostra cara regione ha comprato e messo a disposizione di noi poveri cristi. Sono arrivata lì che diluviava, terrorizzata, consapevole che mi avrebbero trafitto fino all’osso con un agone da 11 o 15 cm, diametro sconosciuto e nun o’ voglio sapè. Quando arrivi incroci tanti occhi, già stanchi alle 8.45 del mattino, rassegnati, segnati e spenti. Li guardi e ti vergogni magari del pianto che hai fatto la sera prima, perché forse chi hai di fronte sta messo peggio di te e ha il viso asciutto. Prendi il tuo bel numeretto e aspetti. Ogni tanto ti affacci al distributore del caffè e un certo punto manco ti chiedi più quando ti chiameranno, sai che devi essere paziente. Ma paziente veramente. Allora ti culli nell’attesa, qualche volta scherzi con la guardia giurata del reparto (roba che persona più dolce lì non ce la potevano mettere), ridi per qualche battuta di qualche tuo collega di sventura, ne vedi altri che tirano fuori dalle borse cibo un po’ di tutti i tipi: “Volete favorireeee?”, non manca mai. 
Tanto che a un certo punto ti chiedi: “Ma sono venuta a fare Pasquetta e nun o sapev?” 
Vabbè, andiamo avanti. Sono entrata nella saletta per fare questo esame alle 14.30. Tre infermieri, la mia oncologa, il responsabile del reparto e io. Ho mostrato l’esito dell’istologico di Enrichetta per l’ennesima volta e poi mi sono stesa sul lettino. Il Dottore (non chiamatelo mai Professore perché s’incazza) mi infila un primo ago nell’osso a fa un’anestesia che avrebbe dovuto evitarmi il dolore. “Teresa la vuoi un po’ di cioccolata?” 
“No, grazie Dottò. Poi mi sento male” 
“Ah, non lo dire a me. M viene un bruciore di stomaco esagerato”. 
Mi fanno girare la testa dal lato opposto ai ferri del mestiere e mi infilano un coso credo conico in cui poi andrà infilato l’agone che bestemmierò fino alla morte. 
“Io vado, eh!” L’infermiera accanto a me mi tiene la mano e li capisco che la procedura non sarà esattamente come una camminata a Pompei. 
Poco dopo: “Dottò m fa mal!” 
“Lo so, resisti!” 
“Dotto si sta staccando la gamba!” 
“La azzecchiamo daccapo, stai tranquilla” 
“Dottò m fa mal!” 
“Tuo figlio, parlami di tuo figlio! Ho quasi finito, parlano di tuo figlio!” 
Io zitta. Tenevo solo gli occhi stretti e i pugni pure. L’infermiera accanto a me mi accarezzava la testa. “Ma tu hai partorito! E vuoi mettere i dolori del parto con una biopsia ossea? Allora il dolore non lo sopporti?” 
“No dottò, aspettate un attimo. Sono sopravvissuta a un ex compagno violento, alla demenza senile di mia mamma, a un post cesareo di merda perché tenevo la panza sguarrata, un neonato e nessuno mi guardava in faccia, sopravvivo ogni giorno sull’autismo di mio figlio. Non mi dite che non sopporto il dolore! Se dico che mi fa male, mi fa male!” 
“Eh no, allora sei una che sopporta bene il dolore. Dai che ho finito. Comunque questa è coraggiosa, eh. Sta qua sopra da sola, ma avete visto? Comunque che sei sopravvissuta a violenza domestica mi dispiace molto. Vabbè, ma tanto è ex no?”
“Dottò è MUORT!!!” 
“Il karma, il karma!!! Afammocc!!! Lo so, non si dice, ma ste cose mi fanno proprio male. Dai, ora davvero ho finito. Tolgo l’ago. Ferma, ferma.” 
Una volta libera e con un cerotto bello grosso sul buco, mi alzo dal lettino e iniziano a parlarmi di chemioterapia frammentaria perché “il cancro è raro (il 2% dei casi, 1/333.000), ma aggressivo. Tuttavia la chemio attacca lo stomaco e dobbiamo evitare che la lesione sanguini, altrimenti sono cazzi”. 
Vi giuro che ho cercato di essere il più riassuntiva possibile. Tuttavia, come ho detto alla mia oncologa e al primario, il 19 dicembre, quando presumibilmente sarà pronto l’esito della biopsia ossea e i risultati di tac e pet che farò tra una settimana, saprò se ho vinto il primo premio. Intanto ora come ora ho solo una consapevolezza: nella mia vita pure il cancro doveva essere strano. Una cosa normale, mai.

2 dic 2023

22 nov 2023

La diagnosi

 Il giorno prima era giovedì ed ero seduta, come ogni giovedi pomeriggio, fuori il centro di riabilitazione dove mio figlio fa terapia. Mi ha squillato il telefono, era il gastroenterologo. 

"Pronto."

"Teresa sono il dottor Irlandese. Domani devi venire in ospedale perchè sono arrivati i risultati dell'istologico,"

Saltai dalla sedia e mi precipitai a comprare una bottiglietta d'acqua alle macchinette, come se bevendo avessi potuto lavare via quel momento, come se avessi potuto cancellarlo. 

"Brute notizie, è vero?"

"Teresa devi venire in ospedale domani."

"Uà, io o sapev!!!"

"Chi lo tiene lo sa sempre."

La mattina dopo alle 8.30 ero lì, entrai subito. "Purtroppo la lesione allo stomaco si è rivelata essere un linfoma, di quelli brutti. Tu devi iniziare subito le chemioterapie. Adesso ti do i numeri del cardarelli e ti devi attaccare al telefono, devono inserirti in ematologia. Se dal cardarelli non ti rispondono o vedi che ci vuole tempo, mi chiami e ti inserisco io al Loreto mare. Lì ci sono i nostri oncologi."

Il dottore parlava e l'unica cosa che mi domandavo io era "ma che cos'è un linfoma?" e poi "ma perché devo fare le chemioterapie?" e anche "ma è la mia vita, questa? Siamo sicuri?". Avrei pagato pur di sentirmi dire che fino a quel momento mi trovavo in una situazione tipo The Truman show e che avevano dato sta botta di colpo di scena. "Dottore ma il Pascale?" domandai in un attimo di lucidità.

"Il Pascale lascialo perdere che ha delle lista d'attesa lunghissime, tu devi iniziare subito."

Uscii da quella stanza credo volando, il contatto con la realtà non lo volevo. Arrivai giù in strada e ebbi la forza solo di appoggiarmi a peso morto a un palo della luce e piangere, come forse non ho mai pianto in vita mia. Telefonavo al cardarelli di continuo, come quando il medico ti dice di prendere tre compresse al giorno e tu lo fai senza nemmeno chiederti perché. L'ha detto lui, dev'essere vero per forza. Anche Roberto chiamava, disperatamente. La botta di culo la ebbi io. Risposero e mi diedero appuntamento per il pomeriggio di quello stesso giorno, alle 16.30. Visita al terzo piano in ematologia. La dottoressa guardò le carte e mi confermò che l'unica cosa da fare era organizzare le chemio e le immunoterapie. "Ma quindi devo fare quelle chemio che fanno perdere i capelli?" Si vide dall'espressione che non avrebbe mai voluto dirmelo, ma la realtà dei fatti era questa: "Ricresceranno più belli di prima. Ne avrai così tanti, riccioli e bellissimi." E lì piansi di nuovo. E poi chiesi: "E mò Alessandro come fa?" A quella domanda fatta all'etere ad alta voce la dottoressa, mi ricordo, ebbe un'espressione triste, chiuse gli occhi un secondo e mi guardò crollare. Ma la mia vita dove stava, chi se l'era presa? Perché mi è stato imposto di tirare il freno a mano? Che cos'è questo freddo che sento all'improvviso? E poi la domanda che qualsiasi paziente oncologico si fa e vale un milione di dollari: "Perché a me?" Ma dio come al solito ha troppo da fare per risponderti e ti lascia sola. La dottoressa chiamò al primo piano e parlò con quelli che, non lo sapevo, mi avrebbero salvato la vita. che per un anno che è durato un'eternità ho considerato la mia famiglia. Quelli che mi hanno accolta, rivoltata, abbracciata, consolata, rimproverata, ascoltata. Iniziai una settimana dopo. Il primo giorno di day hospital mi sentii come un pesce fuori dall'acqua, nonostante le mille certezze sulla mia condizione mi domandavo di continuo che cazzo ci facevo lì, chi era tutta quella gente, che c'erano quelle buste arancioni che arrivavano conservate in una teca di plastica sigillata e perché tutti gioivano quando le vedevano varcare la soglia del reparto. Poi ho imparato i nomi, le dinamiche, i tempi. E ogni volta che salivo le scale per arrivare il primo piano ero serena, perché stavo andando a casa. 

25 giu 2016

giugno 25, 2016 - No comments

Appunto

 Utilizzo qualche riga scritta su facebook poco tempo fa, che meglio rende l'idea della situazione attuale circa l'ultimo post riportato sul blog. Altrimenti dovrei raccontare tutto dall'inizio. O meglio: da appena dopo l'inizio. Ed è lungo, divertente, in totale evoluzione. Ne capita una al giorno quindi, col cuore gonfio di gioia, davvero non saprei da dove cominciare.




"Dopo che mio figlio è stato collocato nello spettro autistico cinque mesi fa dopo una valutazione di 45 minuti e che la sottoscritta l'ha reso noto (perché non c'è nulla di male, perché non abbiamo rubato niente a nessuno, né calunniato qualcuno), molte persone non ci hanno cercato più. Gente - a questo punto non persone - che prima periodicamente chiedevano come stavamo, se Ale cresceva bene complimentandosi fino allo spasimo circa il mio essere mamma. Non mi sono fermata a quella valutazione. Nessun genitore di buon senso lo avrebbe fatto. Recuperato il senno (e metabolizzare la botta non è stato semplice) ho reagito. Come ha fatto anche mio figlio, che adesso ha due anni e mezzo. Attualmente è seguito mensilmente da una dottoressa di cui non faccio il nome e che mi ha sconsigliato qualsiasi tipo di terapia comportamentale, cognitiva o logopedica per mio figlio. La quale, mesi fa, si ritrovò davanti solo un bimbo stressato, incazzato con la vita che per lui era reflusso gastrico e nient'altro. Lei ha usato le sue competenze, senza abusarne come forse qualcun'altra ha fatto. L'ultima volta mi ha detto: "Bisogna vedere se quel che le hanno detto a dicembre è vero, perché questo bimbo col contatto oculare non sta messo affatto male." Ora io vorrei farlo vedere a chi è sparito quando è con gli altri bimbi o quando ride con gli sconosciuti. Quando si lascia prendere in braccio o da baci a chi non aveva mai visto prima. Quando mi chiama mamma o mi stringe fino a farmi mancare l'aria. Stiamo lottando per dimostrare che quella valutazione è stata sbagliata, ogni giorno. Vorrei farvelo vedere, ma da lontano. Non sia mai che vi prendiate qualcosa che, nel nostro caso, alla faccia vostra, non esiste. Dimenticavo, tanto per fare un esempio: se vedete un povero cristo zoppo che magari non riesce ad attraversare la strada, offriteglielo un braccio. Sarà un gesto che non vi toglierà niente, ve lo assicuro. Saluti."

Potrei raccontare del senso di colpa che mi porto dietro per non essermi accorta a suo tempo della patologia di Alessandro, del fatto che conviveva con lo stomaco in bocca e che questa cosa infame lo ha portato a soffrire parecchio anche psicologicamente. Potrei raccontare che si sta mettendo gradualmente in pari e che guai se mentre fa una cosa cerchi di aiutarlo a meno chè non sia lui a chiedertelo. S'incavola e se ne esce con un "Io! Io!" E vabbuò, fai tu. Quindi sarebbe inutile. Perchè ora si è svegliato, mi sorriderà tra poco e io mi dimenticherò di tutto il resto.