La cardarella è poliglotta. Translate!

24 dic 2025

Quando le parole tornano a casa



Ci sono luoghi che non smettono mai di appartenerti, anche quando li lasci in silenzio per anni.

Questo blog è uno di quei luoghi.

È nato molto tempo fa, in un’altra fase della mia vita, quando scrivere era il mio modo per respirare, per capire, per restare in piedi. Poi la vita ha preso strade complesse, intense, a volte durissime. E la scrittura si è fermata. Non perché non avessi più nulla da dire, ma perché stavo vivendo tutto sulla pelle.

In mezzo a tutto questo c’è stato anche il cancro.

Un tempo sospeso che mi ha insegnato quanto il corpo possa crollare e, allo stesso tempo, quanto la cura – quella vera – sia un atto quotidiano, concreto, ostinato.

Oggi il mio lavoro nasce anche da lì: dall’esperienza diretta della fragilità, dall’essere madre, dall’essere educatrice cinofila, dal credere profondamente che animali e persone possano sostenersi a vicenda quando il mondo diventa troppo.

Questo blog e A Casa di Ale sono due stanze della stessa casa: uno spazio di parole e uno spazio di gesti, entrambi nati dal bisogno di prendersi cura, senza rumore e senza scorciatoie.

Oggi questo spazio riapre, senza fretta e senza promesse perfette.
Riapre perché A Casa di Ale non è solo un progetto, ma un modo di stare al mondo: fatto di cura, di fragilità, di animali che salvano le persone, di bambini che insegnano più di quanto possano dire, di perdite che diventano seme.


Qui troverai pensieri, storie, appunti, riflessioni.

Non contenuti “giusti”, ma veri.

Non risposte, ma presenza.


Se sei arrivato fin qui, forse non è un caso.

Benvenuto.

Questa è casa.


Con questo ritorno, auguro a chi legge un Natale gentile, fatto di tempo, ascolto e piccoli gesti che curano davvero.

Buon Natale 





6 dic 2025

dicembre 06, 2025 - No comments

Imparare dai cani: il percorso cinofilo per i bambini nei campi estivi


Ogni estate porto nei campi estivi un progetto che per me è un piccolo miracolo: un percorso educativo pensato per avvicinare i bambini al mondo dei cani in modo sicuro, consapevole e divertente. È un laboratorio che unisce gioco, empatia e responsabilità, e ogni volta mi sorprende vedere quanto i bambini siano naturalmente predisposti a comunicare con gli animali, se qualcuno gli mostra la strada giusta.

Durante gli incontri impariamo insieme a leggere il linguaggio del cane, riconoscendo segnali di calma, posture e bisogni. I bambini scoprono che un cane “parla” continuamente, anche senza parole, e che capirlo è il primo passo per costruire un rapporto sereno e rispettoso.

Una parte molto importante del percorso riguarda la sicurezza, perché è fondamentale per loro crescere con le basi corrette: come avvicinarsi a un cane sconosciuto;
cosa fare e cosa evitare;
perché non disturbare mai un cane mentre mangia o dorme;
quali sono i segnali che indicano disagio o paura;
come accarezzare in modo appropriato per far sentire l’animale al sicuro.

Non sono lezioni teoriche: sono esperienze. Attraverso giochi, attività guidate e momenti di interazione diretta, i bambini imparano a rispettare i tempi dell’animale, a non imporsi, ad aspettare, ad osservare. E intanto, quasi senza accorgersene, sviluppano anche competenze emotive preziosissime: pazienza, empatia, fiducia.

Alla fine del percorso viviamo sempre un momento di festa: ogni bambino riceve un attestato di partecipazione, un piccolo riconoscimento che celebra non solo ciò che hanno imparato, ma anche la cura e la gioia con cui hanno preso parte al progetto.

E la verità è che sono proprio loro, i bambini, a regalarmi ogni volta la conferma che educare attraverso gli animali è un viaggio che trasforma tutti: loro, i cani… e anche me.

 







2 dic 2025

dicembre 02, 2025 - No comments

Ieri


Sto aspettando di fare la TAC/PET per la mia stadiazione oncologica.

Sono in sala d’attesa e la vita mi passa accanto come un fiume che non mi vede. C’è chi sbuffa, chi controlla l’orologio, chi si stringe la giacca sul corpo come se quel freddo non appartenesse solo all’aria. Oggi poi — stranamente — non vedo teste scoperte, non vedo chi come me ha perso i capelli. Eppure nell’aria c’è la stessa ansia che ci accomuna tutti, quella che non ha bisogno di segni per farsi riconoscere.

Negli ultimi mesi ho spesso pensato di scrivere qualcosa per chi sta per affrontare questo percorso doloroso e sorprendente che sono le cure oncologiche.

Poi mi fermavo.

Buttare nero su bianco quello che ho vissuto mi sembrava un modo per inchiodarlo lì, per ammettere che sì, è successo davvero. Forse temevo che scriverlo lo rendesse meno passato. O forse non ero pronta.

Ma oggi sì.
Oggi sento che serve dirlo.
Serve a chi non sa, a chi ha paura di chiedere, a chi pensa che “tanto è normale, lo dicono i medici”.

Perché aspettare un oncologo, a volte, è come aspettare la fata turchina e chiederle un attico a Dubai.
L’oncologo è lo stoico per eccellenza:

“Dottò, alla terza chemio sono uscita reggendo l’intestino.”

Risposta: “Eh, ma sono le chemio.”

“E quindi cosa posso fare…?”

Spallucce.

Sempre loro.

E allora ti chiedi se questo sia davvero il destino scritto per noi: soffrire in silenzio, perché “siamo nati per soffrire”. Ma io non sono un distributore di merendine, non sono un contenitore da svuotare e riempire.
Io sono una persona.
Una persona che vorrebbe solo riuscire a camminare senza lacrime agli occhi, alzarsi dal letto senza tremare, non vomitare addosso al mondo tenendo insieme la propria dignità con due mani.
Perciò cominciamo. Parliamone.

Durante le terapie potrebbe succedere che la pianta dei piedi diventi rosso fuoco.
Rosso fuoco per davvero, e così resterà.
Camminare diventa un percorso a ostacoli sul pavimento dell’inferno.
L’unica cosa che mi ha salvata: olio di mandorle dolci, due volte al giorno.
Non fa miracoli, ma restituisce un po’ di tregua.

Il naso dentro si brucia. Letteralmente. Respirare fa male, ogni respiro è un graffio.
La mia salvezza: olio di iperico, due volte al giorno. È acqua messa sul fuoco, un gesto piccolo ma potente.

Le sopracciglia e le ciglia… cambiano.
Diventano corte, dure, come peli bruciati su una candela.
Io lo sapevo, quindi a gennaio — prima dell’inizio del ciclo — ho fatto il microblading.
Per le ciglia: olio di ricino.
Ricrescono più forti, più folte. Ricordo ancora il giorno in cui ho rimesso il mascara: ho pianto.

I capelli resistono un po’. Poi no.
Alla seconda chemio ho rasato tutto.
E mi sono messa foulard di bamboo, orecchini grandi, trucco forte. Non per vanità: per ricordarmi che ero ancora io. Per la ricrescita: olio di rosmarino.
Alla quinta terapia già mi comparivano i primi peletti. Erano come piccole promesse.

La nausea. Se siete miracolati dallo zenzero, vi voglio bene e vi stimo. Io non ho avuto questa fortuna.
Le mie ancore sono state:

bibite gassate

ondansetron EG 8 mg

Funzionavano quel tanto da permettermi di respirare.

Acqua: sarà la cosa più bella del mondo. L'acqua. Da allora non bevo più acqua naturale, perché ormai a quella gassata che mi calmava la nausea mi sono abituata a tal punto che bere quella liscia mi da fastidio, come se stessi ancora in terapia. Acqua, almeno tre litri al giorno. 

Pelle: sarà sempre secca e allora ci compreremo una bella crema idratante e profumata e usciremo di casa. 

A volte (quasi sempre) la permanenza in ospedale si ruberà mattinate intere, l'attesa per la terapia sarà snervante, i colloqui con i medici insoddisfacenti e rapidi. La fame, se arriva, si combatte con qualcosa di salato. Dolce, antistaminico, chemio e cortisone non vanno d'accordo. 

E poi c’è la grande domanda: di che colore torneranno i capelli?
Nessuno lo sa. Possono tornare come prima, oppure bianchi. È una lotteria. Ma torneranno. Nel mio caso sono tornati biondissimi, poi sono diventati castani, biondi e bianchi allo stesso tempo. Poi biondi e ora ne ho più di quanti ne potessi immaginare. Torneranno, come i ricordi.

La pace di dentro, quella no. Non tornerà più. Nessuno è più la stessa persona di prima dopo il cancro. E nessuno potrà mai essere in grado di superare il lutto per la perdita della propria vita precedente. Si vive col dolore, un dispiacere costante. Ogni volta che si rivivono gli esami diagnostici per la stadiazione o anche le analisi del sangue, si ripercorre un intero anno daccapo. Anche in cinque minuti. Ogni tanto mi chiedo "ma è successo a me? Sicuro?" poi tocco il port che ho ancora sotto la clavicola destra e lui sta lì a ricordarmi quello che ho sopportato. Perché poi il dolore per il lutto si mischia all'orgoglio di essere sopravvissuta e allora diventa più sopportabile. 

E allora sì, scrivo tutto questo perché qualcuno lo legga e si senta meno solo.
Perché quando entri nel mondo del cancro ti sembra di cadere in un pozzo senza istruzioni.
E che fai se cadi in un pozzo? Urli, strilli, i capelli dalla testa te li strappi. Poi prendi un respiro e ti guardi attorno. Cominci a guardare dove puoi arrampicarti per uscire, se ci sono appigli. Mentre li cerchi qualcuno ti cala una corda, l'afferri e inizi a salire. Una volta fuori l'unica cosa che ti chiederai sempre è: "Come cazzo ho fatto a cadere"?

Ora io avrò il referto il 9 dicembre, un paio di settimane prima di Natale. Intanto mangio ansia, paura e bevo acqua frizzante per lavare via i ricordi. Poi tocco il port.  E sta ancora là.