La cardarella è poliglotta. Translate!

24 nov 2011

novembre 24, 2011 - No comments

Basterebbe un soffio

Va bene, guarda, cerchiamo di stare calmi. Respiriamo profondamente, sediamoci ognuno sul suo divano, distanti kilometri, tappezzati diversamente, di colori opposti, collocati in stanze differenti tra loro e ragioniamo. 
Ma non cominciare a ragionare prima che io abbia finito il mio sospiro: mi sentirei tradita e non vorrei più pensare insieme a te. Perchè il respiro, quando due ragionano anche se sono lontani, dev'essere unisonante. Come una specie di preludio, hai presente? Che poi magari la conversazione finisce anche, con un sospiro. Ma quella è un'altra cosa e noi per adesso non ci dobbiamo pensare. Ci deconcentrerebbe. 
Sei pronto, allora? 
Socchiudi la bocca, inspira forte e mentre espiri buttati sul divano. 
Sbuffa facendoti sentire. 
Comincia al mio tre. 
[...] [...]
Adesso possiamo parlare. Anzi, no: parlo io. Tu stai a sentire, per ora. Il respiro che hai fatto poco fa, sapendo che anch'io ho fatto la stessa cosa nello stesso momento ti ha portato a pensare semplicemente che siamo due coglioni o ti ha, in un certo senso, liberato da un peso? Lo sai che, per quanto mi riguarda, tutt'e due? Mi ha fatto pensare che siamo due imbecilli e mi ha fatto anche vomitare parte di quello che ho in corpo, dico. Ma tu, in corpo, a parte succhi gastrici e materia anfibia costipata, hai qualcosa? Qualcosa per me, intendo. Qualcosa che sia solo per me, che possa vedere io soltanto, che sia indirizzata esclusivamente a me. Come una specie di lettera scritta con l'inchiostro che ti macchia il lato esterno della mano. No, non dico scritta con una penna che non funziona bene. Ma il contrario. Con una di quelle penne costose, comprate apposta per scrivere a qualcuno se stessi compresi. E puntualmente sono quelle penne che ti macchiano la mano, c'hai mai fatto caso? Con una penna da due soldi non succede quasi mai. Però sai una cosa? Io amo le penne che macchiano. Perchè il giorno dopo, anche se sei rincoglionitamente appena sveglia, sei costretta a ricordare che qualche ora prima stavi scrivendo a una persona. E ci sono poche cose di pari importanza, se ci pensi bene. Se ti metti a scrivere a qualcuno gli hai dedicato del tempo. Se lo fai di notte la valenza del pensiero è amplificata. Oltre al tempo ci stai perdendo il sonno. E il sonno perso non torna indietro. Esattamente come il tempo. Hai occupato uno spazio, gli hai dato vita con un foglio bianco, hai investito il tuo tempo, sacrificato il tuo riposo e spiattellato su carta un po' di cuore. Se io venissi a sapere che da qualche parte c'è stato qualcuno che mi ha scritto una lettera di notte andrei a cercarlo. Perchè non c'è nulla di più maestoso. Non c'è mazzo di fiori, non c'è canzone, non c'è viaggio, regalo che possa compensare un gesto simile. Tipo come sto facendo io per te, adesso. No, aspetta: non mi sto autocelebrando. Non sono il tipo. L'ho scritto soltanto per farti capire quello che intendevo. Si, lo so che avevi già capito. Ma io sono una alla quale piace puntualizzare i concetti che esprime, tanto è insicura di se stessa.
Così come sono sicura che mi stai leggendo. 
Ma non so se hai capito che è con te, che sto parlando.

20 nov 2011

Le chiavi accanto alla porta



"Hai preso tutto, sei sicura?"

"Si, non dimentico niente." , ho risposto guardandomi intorno e contando gli scatoloni che avevamo appena finito di trasportare nella casa nuova. Li contavo, per essere sicura che non ne mancasse nessuno. Loro se ne stavano lì, inermi nel loro odore di cartone pressato che aveva già invaso l’ingresso e io li fissavo come inebetita.

"Ma può mai esserci la mia vita, lì dentro?" , mi chiedevo. "Possono mai, quelle scatole, contenere le parole degli ultimi dieci mesi, le emozioni, le delusioni, i giorni, le notti insonni, gli istanti di felicità che ho vissuto?” Più me lo domandavo, più restavo immobile davanti a loro. Sapevo che di lì a poco avrei dovuto aprirli e sistemare tutto negli spazi predefiniti, ogni elemento nella sua piccola stanza. Ma mi facevano quasi paura, come se stessi rischiando di non trovarci dentro le stesse cose che avevo imballato e traslocato. E’ incredibile il potere che possiede una scatola chiusa. Crea angoscia, stupore, gioia. Anche tutto insieme. Ti fa vivere il gusto violento dell’attesa, te lo fa assaporare.


“Oh, tutto bene?” , mi ha chiesto lui vedendomi ferma e silenziosa.

“Si, tutto bene”, gli ho risposto cominciando a guardarmi attorno senza però avere il coraggio di incrociare i suoi occhi. Avrebbe capito che c’era qualcosa che non andava, se lo avessi fatto. Ma tanto lui sapeva e io m’illudevo di poter controllare i suoi pensieri. La nuova casa è meno colorata della precedente. E’ spoglia, sembra più autunnale, quasi monocromatica. L’altra era paragonabile alla primavera. Vivace, colorata, frizzante, allegra, ma senza esagerare. Io avevo montato le tende color corallo e deciso di arredarla tutta da Ikea, con colori pastello che magari facevano un po’ a cazzotti col mio cinismo ma si adattavano bene al quartiere, tutto fiori e profumo.

“Cominciamo a lavorare? Tu mi dai una mano, giusto?” Il lavoro esorcizza i pensieri, li mette a bada. Li fa stare accucciati in un angolo e, se sei fortunato, gli da anche un paio di schiaffi sulla collottola affinché non si muovano per un po’.

“Ma certo che ti aiuto. Sto qui apposta.”

Abbiamo scartato tutto. Sistemato ogni cosa in silenzio. Non c’era bisogno di parlare. Lui sapeva. E io pure. Abbiamo sballato, aggiustato, collocato, spostato, eliminato, adattato. Tre ore di lavoro per ritrovarmi una sistemazione che, alla fine, mi sembrava vuota comunque. La mia insoddisfazione riempiva l’aria. La tranciava in due, come un macete. E ho lasciato che la spaccasse a metà, buttandomi a peso morto sul divano mentre lasciavo andare un gemito di stanchezza e noia. Lui era in piedi davanti a me, con uno straccio tra le mani e le faccia un po’ sporca di polvere. Mi guardava e sorrideva, con tenerezza. Come se ci fosse qualcosa che lui sapeva, un’ovvietà palese che io non notavo e che mi avrebbe aiutata, se fossi stata un po’ meno presa da me stessa, a non sentirmi un pesce fuor d’acqua.

“Ce lo facciamo un caffè?”, mi ha chiesto spezzando l’imbarazzo che mi dipingeva la faccia.

“Si, ora vado.” , ho replicato cercando di alzarmi dal soporifero divano nel quale ero sprofondata.

“No, stai. Lo faccio io.”

Lo stavamo bevendo, tutti e due seduti al tavolo della cucina, in silenzio. Ad ogni sorso che portava alla bocca vedevo i suoi occhi illuminarsi, sorridermi fino a non poterne più. Mi ha fissata ancora una volta ed è scoppiato in una risata fragorosa, potente, contagiosa. Gli chiedevo continuamente perché stava ridendo così, ma lui non riusciva a rispondermi tanto era preso dalla comicità della situazione che, per me, era solo ridicolizzata dal suo comportamento. Io ho un difetto che li batte tutti: se c’è una persona o un contesto che mi sta sulle palle, non riesco a fingere che vada tutto bene. Mi si legge in faccia, il fastidio. Ho provato a recitare, veramente. Ma non ci posso, è più forte di me. E preferisco non fingere perché altrimenti sbotto di colpo e poi esagero. L’espressione seccata è stata puntuale,anche in quell’occasione. Lui l’ha vista. Vede sempre tutto di me. Talvolta ancor prima che io stessa me ne renda conto. Continuando a sorridere si è alzato dalla sedia sulla quale si era ciondolato un attimo prima ridendo, ha fatto due passi verso la tapparella, l’ha alzata ed ha aperto un’enorme vetrata che non sapevo nemmeno ci fosse. Dalla vetrata si accede a un’accogliente terrazza dalla quale si vede anche il mare.

“Ogni cosa ha i suoi pro e i suoi contro. L’importante è avere la pazienza di accorgersene…”, mi ha sussurrato all’orecchio mentre ammiravo con le braccia poggiate sulla ringhiera la vista meravigliosa che mi avrebbe fatto compagnia nei giorni a venire.

“E poi questa è casa tua, eh! Mica cotica! ...Ma le chiavi dell’altra? Sono l’unica cosa che non abbiamo sistemato da nessuna parte. Dove le metterai?”

Ci ho pensato un po’ e poi gli ho risposto: “Appese con un gancetto alla parete della porta, ben visibili. Se le chiudo in un cassetto me ne dimentico e non mi va.”

“Ok, io vado. Se hai bisogno chiama. Non farti problemi. Comunque verrò a trovarti appena posso.”

Ogni volta che ci vediamo il mio AlterEgo mi saluta così: “Verrò a trovarti appena posso.”

E ogni volta mi regala un pezzetto di cuore in più.

14 nov 2011

novembre 14, 2011 - No comments

Mi salvò la cazzimma

Fino a ieri notte non avevo internet in casa. E neanche il telefono. Non credevo che m'avrebbe preso così, ma ero letteralmente disperata. Anche perché pensavo che avrei dovuto sorbirmi una tre giorni con mia madre in casa e, vi assicuro, non è così semplice. Quantomeno internet non mi avrebbe istigata al suicidio, sarebbe stato una distrazione nei momenti di apoteosi biliare. Era zompato tutto. Non potevo nè chiamare, nè ricevere telefonate. Il computer, era ridotto a un soprammobile.  
Anche per sfogarmi un attimo, ieri ho chiamato mio padre. Gli ho spiegato la situazione e lui, subito: «Ma mò se stai con Telecom io con qualcuno potevo provare a parlare - Giggino lavora al centro direzionale nel palazzo di quei piecuri e ha avuto il pocone di farsi voler bene dall'ultimo spazzino, al primo dirigente. Lo chiamano tutti per cognome e si telefonano anche alle feste comandate. La cazzimma, che grande cosa... - per vedere di fargli muovere un po' più presto il culo, che quelli tengono già la capa nel capitone, ma cu Fastweb io cu chi parlo appapà? Jamm' jà, vedi che si aggiusta tutto..» 
Ho telefonato a Fastweb circa 10 volte in meno di 24h e tutto ciò che gli operatori sapevano dirmi era che occorrevano 72 ore per sistemare tutto. Prendevano tempo, insomma. Tutti. Tranne l'ultimo. Quello che ieri sera, quando ho chiamato giurando che avrei pianto se fosse stato necessario, mi ha detto che si trattava di un problema tecnico dovuto a qualche cavo che s'era scassato. E che doveva essere riparato o sostituito nella centralina. E che, quindi, doveva essere Telecom ad intervenire. Il cervello recepisce il messaggio. I neuroni iniziano a ballare la samba. La lampadina si accende. Richiamo mio padre e gli dico quel che poco prima mi è stato detto. 
Risposta: «Mò m'o bbec' ije!» 
Questo ieri sera. Stamattina, ore 7.00 circa. Nel meglio del sonno. Il telefono di casa squilla e io non riesco immediatamente a capire che avrei dovuto già cominciare a fare l'hula hula in ringraziamento perchè se il telefono squillava, 90 su 100 anche la connessione era tornata. Rincoglionita, rispondo: «Pronto?» 
Dall'altra parte una voce di uomo: «Sì signò sono il tecnico della Telecòm (l'accento non è un errore di battitura, ma una fedele riproduzione della cronaca)!» 
 «A me non serve Telecom. Ho Fastweb. Grazie, buongiorno.» E metto giù.  
Tre secondi dopo il telefono risquilla. La stessa voce dall'altra parte: «Nun attaccat' Signò, song' o tecnico d'a Telecòm! Sentite un attimo...» 
«Ma vi ho già detto che non mi serve Telecom. Ho Fastweb. E adesso fatemi dormire un altro poco, per piacere...» E metto giù.  
Cinque minuti dopo un'altra telefonata. Sempre sul telefono di casa. «Pronto?» 
Dall'atra parte: «Terè!» Era mio padre tutto incazzato. «Ma che sang' e chit'è muort' 'e passat! Ci sta un amico mio che ti sta chiamando a casa per vedere se ti sente bene che ti hanno aggiustato il telefono e tu o' ttacc' a chiammata 'nfacc?!» 
Guardo la cornetta che avevo in mano. Realizzo. Mi faccio piccola, piccola. Muoio di scuorno. «No, è che stavo dormendo..»
 «Vedi che mò ti richiama. Verimm' e nun fa figur' e merd'!» 
Il tecnico, effettivamente, mi ha richiamata. Mi ha chiesto di accendere il router wiifii, controllare le lucine, verificare che la connessione procedesse bene e compagnia bella. In sostanza, guasto riparato. Mò non è che mio padre sia il pataterno. Stamattina ha solo fatto una telefonata, questo madonna è andato alla centralina col mio numero di telefono di casa tra le mani, ho sostituito il cavo e poi hanno eliminato la prenotazione della riparazione dal database, credo. 

Morale uno: fatevi gli amici in tempo di pace, che vi possono servire in tempo di guerra. 

Morale due: sono salva. E questo dovrebbe interessarvi più di ogni altra cosa. 

Morale tre: il pensiero di avere internet e mia madre in casa allo stesso tempo quasi mi mette di buon umore, la verità. 

Morale quattro: la cazzimma di Giggino mi salva sempre il culo.

11 nov 2011

Un ventricolo parlante

No, ma dico: lo vedi che ore sono?
Eh, l'hai visto no?
Io non riesco a dormire.
Gli occhi mi bruciano, le mani tremano, le gambe non riescono più a starsene quì sedute, ballozzolanti tra un sì, ora mi alzo e vado e un no, resta e scrivi.
Eppure prima a letto ci sono andata.
Ma non appena ho messo la testa sul cuscino mi sentivo sveglia, vispa, viva.
Come se la giornata fosse appena iniziata e io avessi già milleuna cose da fare.
Ti è mai successo? Ti sei mai incazzato con te stesso perchè non riesci a dormire?
E' una brutta sensazione, se ci pensi bene.
Ti senti impotente verso te stesso e, cinicamente parlando, è un brutto fatto.
Ho gli occhi sbarrati, il cervello attento e il lobo frontale preso a cazzotti dalla realtà che continua a ripetergli che no, si sta sbagliando. Che ha sbagliato tutto fin dall'inizio.
E' un po' come se ci fossero due entità a svolazzargli attorno: il bene (dolce, affettuoso, gentile, amorevolmente insopportabile) e il male (cinico, sarcastico, infame, realisticamente vero). E ognuno dei due da il proprio parere sulla faccenda. Ognuno dei due parla, straparla. Uno, per esempio, dice una cosa tipo: "Ma guarda che non ti stai sbagliando. Dai ascolto al tuo cuore, all'istinto. Pensa, ricorda. Metti insieme i pezzi e vedrai che non hai torto. No, non ti stai sbagliando..." , facendomi lievitare in un sogno ad occhi aperti dove ci siamo io e te, a parlare, davanti a una tazza di caffè mentre la città si sveglia.
L'altro, il realista stronzo, dice invece: "Sei la solita illusa del cazzo! Sbagli sempre tutto e commetti continuamente errori di valutazione. Sei un'idiota che da troppa importanza alle parole. Esistono le coincidenze, cosa credi? E poi perchè tu e non un'altra? Cos'avresti tu che altre mille non hanno anche più di te? Ma vai a dormire, povera debosciata!"
Quale faccenda, chiedi?
Eh, lo vedi?
Non esiste nessuna faccenda!
Il mio liquido meningico s'è mischiato a due litri di grappa e s'è inventato tutto.
E non ha capito un cazzo.
Mi succede spesso questa cosa.
Ma ancora non c'ho fatto l'abitudine.
Di non capire un cazzo, dico.
Questa volta però ho toppato alla grande. E non c'è ago, non c'è filo, non c'è maestrìa di mano che possa ricucire. Avrei preferito una figura di merda in pubblico, che una deplorevole investigazione personale. Sul piano emotivo, poi...
E' devastante. Ti fa sentire piccola e sola. Però sono sicura che pure a te è successo. Tu mi somigli.
Cazzo! Sono quasi le 4.30 del mattino e tu certo non stai seduto lì, a contemplare un monitor di merda...No, tu stai dormendo. Si, vabbè. Magari ti sveglierai tra poco, ma adesso dormi. E per quanto la mia parte razionale (ne ho una, stai tranquillo. E' un po' afflosciata, ma c'è. E' ancora viva, non l'hai ancora fatta fuori e ti prego...oh ti prego. Non farlo. Lasciala stare, seppur agonizzante. No, non farlo. Non sparare. Non avrei più speranza di guarigione. Mi lasceresti nel limbo dell'affezione, dell'affetto e resterei affetta dal virus del sogno ad occhi aperti per sempre.) sa che è così, sa che quella grappa era di un'ottima annata e che quel miscuglio ha sbrindellato ogni neurone ancora consapevole, io sto quì. E tu non ci sei.
Adesso avrei voglia di ascoltare della musica.
O forse no.
No, meglio di no.
Magari mi metterei a piangere e non scriverei più.
Che se adesso continuo e butto fuori parte di quello che ho in corpo, quando tutto questo sarà finito e lo rileggerò tra un po' di tempo, potrò anche farmi una sonora risata alla faccia tua.
E godermela. E pensare con presunzione che chi l'ha preso nel culo sei stato tu, non io.
Hai mai fatto caso a quanto ci si difende, talvolta, con la presunzione?
Si diventa immuni a qualsiasi offesa, anche se viene perpetrata senza malizia o intenzione.
E io mò questo devo fare. Lo devo a me. Vorrei farlo. Provo a farlo.
Guarda, non so se c'hai fatto caso, ma non sto nemmeno cercando le parole per esprimermi.
Non me ne frega un cazzo di cercarle. Sto scrivendo a due persone, adesso.
A te e a me. O forse a me e poi a te.
Porco cristo. Ho letto il tuo nome così tante volte che l'ho consumato. Ho sempre pensato che il tuo nome è una delle cose più belle del mondo. E' musicale, ti riempie la bocca, ti da gioia. E' un'accozzaglia di vocali e consonanti così perfetta da sembrare surreale. Ma lo sai che se t'avessero chiamato anzichè come ti chiami, ad esempio, Francesco Maria Fornari, non avresti sortito sulle mie tempie lo stesso effetto?
Non che il nome in una persona sia importante, per carità. Non lo penso.
Ma credo che il tuo sia la sintesi della completezza e dell'eleganza.
Se ci penso intensamente riesco quasi a visualizzare delle scene, ma ti rendi conto?
Può venirmi in mente un evento di folklore come un prato verde o anche una distesa di neve, tanto è ineccepibile quando lo si pronuncia.
No, non ti sto pigliando per il culo, credimi.
E' vero.
Lo sai che il ventricolo sinistro del mio cuore è un pochino più grande rispetto a quello che sta a destra? Forse è per questo che sono così. Ma è come una maledizione. Però a volte penso che vivere disillusi è tremendo. Se non avessi la capacità d'illudermi per qualcosa avrei già la vita desertificata. Dal punto di vista emozionale, dico.
Diciamoci la verità: con le ultime due frasi cercavo di consolarmi.
Oggi mi è venuta in mente una cosa che feci quando avevo circa quindici anni.
Mi innamorai di un ragazzo. Ero cotta proprio. Lui aveva otto anni più di me.
Io sentivo, sapevo che anche lui provava per me lo stesso interesse se non di più. Anche se non mi era stato mai detto nè fatto capire in alcun modo. Eppure lo sapevo. Non mi chiedere perchè o per come. Se ti fa piacere pensa che si tratta di sesto senso femminile o tutte quelle puttanate che propinano i settimanali rosa di terz'ordine. Tornando al fatto, presi coraggio e una sera gli raccontai che m'ero pigliata una scuffia per un tipo. Che poi era lui, ma glielo dissi senza dirgli che era lui. Lo feci per vedere che tipo di reazione avrebbe avuto e appurare se le mie sensazioni erano fondate o costruite su un castello di biscotto. Dall'espressione che ebbe, capii che non mi sbagliavo. Che il mio intuito mi aveva risparmiato un abbaglio. O almeno così mi sembrò.
Durante la discussione, che da parte sua assunse a un tratto toni freddi e distaccati, mi chiese se avevo detto a questa persona cosa avevo in corpo.
Senza battere ciglio gli dissi: "Lo sto facendo in questo momento."
Siamo stati insieme un anno e mezzo circa poi, per vicissitudini che non sto a raccontarti, ognuno ha preso la sua strada.
Mò questa cosa te l'ho raccontata per due motivi.
Il primo, facilmente immaginabile: ho bisogno di convicermi che non è nato tutto nella mia testa. Anche se, effettivamente, non è nato un beneamato cazzo.
Il secondo, per riallacciarmi al discorso della presunzione.
Io fui come non mai presuntuosa, in quell'occasione.
Presuntuosa e supponente.
Però avevo ragione.
E non c'è quasi niente di più bello, diciamocelo.
Non amo puntualizzare l'ovvio, ma quando elabori un pensiero (che si basi aulla scorta di un qualcosa di vissuto, di una sensazione, di qualcosa di visto o anche semplicemente ragionato - il ragionamento, secondo me, richiede meno sforzo dell'avere la sensazione di qualcosa -) e poi la vita ti conferma che così era, beh, può anche essere meglio di una scopata.
Oh dio, magari meglio di una scopata no. Però siamo lì.
Mò ammesso che io abbia ragione, ammesso che le mie impressioni, sensazioni, siano corrette, potrei sapere perchè non accade qualcosa che possa farmelo capire?
E' un tormento, credimi. E io mi sento come un elastico tra due dita.
La cosa peggiore che tu potresti dire adesso è che di tutto questo sproloquio non hai capito una ceppa. Affermazione che andrebbe soltanto a confermare la mia presumibile stupidità.
E il fatto che, ora come ora, scrivendoti, non avrei fatto nulla di più sbagliato.
Il cuore di una donna, una che tende ad utilizzarlo con scarsa ragionevolezza, che involontariamente ne percepisce ogni battito, è come un libro.
E tu, nel caso in cui tutto quel che ho scritto ti sembrasse solo una serie di scempiaggini con poco senso, questo devi far conto di aver letto: una pagina.
Di un cuore qualsiasi.





10 nov 2011

novembre 10, 2011 - No comments

Un ventricolo parlante

 No, ma dico: lo vedi che ore sono?

Eh, l'hai visto no?
Io non riesco a dormire.
Gli occhi mi bruciano, le mani tremano, le gambe non riescono più a starsene quì sedute, ballozzolanti tra un sì, ora mi alzo e vado e un no, resta e scrivi.
Eppure prima a letto ci sono andata.
Ma non appena ho messo la testa sul cuscino mi sentivo sveglia, vispa, viva.
Come se la giornata fosse appena iniziata e io avessi già milleuna cose da fare.
Ti è mai successo? Ti sei mai incazzato con te stesso perchè non riesci a dormire?
E' una brutta sensazione, se ci pensi bene.
Ti senti impotente verso te stesso e, cinicamente parlando, è un brutto fatto.
Ho gli occhi sbarrati, il cervello attento e il lobo frontale preso a cazzotti dalla realtà che continua a ripetergli che no, si sta sbagliando. Che ha sbagliato tutto fin dall'inizio.
E' un po' come se ci fossero due entità a svolazzargli attorno: il bene (dolce, affettuoso, gentile, amorevolmente insopportabile) e il male (cinico, sarcastico, infame, realisticamente vero). E ognuno dei due da il proprio parere sulla faccenda. Ognuno dei due parla, straparla. Uno, per esempio, dice una cosa tipo: "Ma guarda che non ti stai sbagliando. Dai ascolto al tuo cuore, all'istinto. Pensa, ricorda. Metti insieme i pezzi e vedrai che non hai torto. No, non ti stai sbagliando..." , facendomi lievitare in un sogno ad occhi aperti dove ci siamo io e te, a parlare, davanti a una tazza di caffè mentre la città si sveglia.
L'altro, il realista stronzo, dice invece: "Sei la solita illusa del cazzo! Sbagli sempre tutto e commetti continuamente errori di valutazione. Sei un'idiota che da troppa importanza alle parole. Esistono le coincidenze, cosa credi? E poi perchè tu e non un'altra? Cos'avresti tu che altre mille non hanno anche più di te? Ma vai a dormire, povera debosciata!"
Quale faccenda, chiedi?
Eh, lo vedi?
Non esiste nessuna faccenda!
Il mio liquido meningico s'è mischiato a due litri di grappa e s'è inventato tutto.
E non ha capito un cazzo.
Mi succede spesso questa cosa.
Ma ancora non c'ho fatto l'abitudine.
Di non capire un cazzo, dico.
Questa volta però ho toppato alla grande. E non c'è ago, non c'è filo, non c'è maestrìa di mano che possa ricucire. Avrei preferito una figura di merda in pubblico, che una deplorevole investigazione personale. Sul piano emotivo, poi...
E' devastante. Ti fa sentire piccola e sola. Però sono sicura che pure a te è successo. Tu mi somigli.
Cazzo! Sono quasi le 4.30 del mattino e tu certo non stai seduto lì, a contemplare un monitor di merda...No, tu stai dormendo. Si, vabbè. Magari ti sveglierai tra poco, ma adesso dormi. E per quanto la mia parte razionale (ne ho una, stai tranquillo. E' un po' afflosciata, ma c'è. E' ancora viva, non l'hai ancora fatta fuori e ti prego...oh ti prego. Non farlo. Lasciala stare, seppur agonizzante. No, non farlo. Non sparare. Non avrei più speranza di guarigione. Mi lasceresti nel limbo dell'affezione, dell'affetto e resterei affetta dal virus del sogno ad occhi aperti per sempre.) sa che è così, sa che quella grappa era di un'ottima annata e che quel miscuglio ha sbrindellato ogni neurone ancora consapevole, io sto quì. E tu non ci sei.
Adesso avrei voglia di ascoltare della musica.
O forse no.
No, meglio di no.
Magari mi metterei a piangere e non scriverei più.
Che se adesso continuo e butto fuori parte di quello che ho in corpo, quando tutto questo sarà finito e lo rileggerò tra un po' di tempo, potrò anche farmi una sonora risata alla faccia tua.
E godermela. E pensare con presunzione che chi l'ha preso nel culo sei stato tu, non io.
Hai mai fatto caso a quanto ci si difende, talvolta, con la presunzione?
Si diventa immuni a qualsiasi offesa, anche se viene perpetrata senza malizia o intenzione.
E io mò questo devo fare. Lo devo a me. Vorrei farlo. Provo a farlo.
Guarda, non so se c'hai fatto caso, ma non sto nemmeno cercando le parole per esprimermi.
Non me ne frega un cazzo di cercarle. Sto scrivendo a due persone, adesso.
A te e a me. O forse a me e poi a te.
Porco cristo. Ho letto il tuo nome così tante volte che l'ho consumato. Ho sempre pensato che il tuo nome è una delle cose più belle del mondo. E' musicale, ti riempie la bocca, ti da gioia. E' un'accozzaglia di vocali e consonanti così perfetta da sembrare surreale. Ma lo sai che se t'avessero chiamato anzichè come ti chiami, ad esempio, Francesco Maria Fornari, non avresti sortito sulle mie tempie lo stesso effetto?
Non che il nome in una persona sia importante, per carità. Non lo penso.
Ma credo che il tuo sia la sintesi della completezza e dell'eleganza.
Se ci penso intensamente riesco quasi a visualizzare delle scene, ma ti rendi conto?
Può venirmi in mente un evento di folklore come un prato verde o anche una distesa di neve, tanto è ineccepibile quando lo si pronuncia.
No, non ti sto pigliando per il culo, credimi.
E' vero.
Lo sai che il ventricolo sinistro del mio cuore è un pochino più grande rispetto a quello che sta a destra? Forse è per questo che sono così. Ma è come una maledizione. Però a volte penso che vivere disillusi è tremendo. Se non avessi la capacità d'illudermi per qualcosa avrei già la vita desertificata. Dal punto di vista emozionale, dico.
Diciamoci la verità: con le ultime due frasi cercavo di consolarmi.
Oggi mi è venuta in mente una cosa che feci quando avevo circa quindici anni.
Mi innamorai di un ragazzo. Ero cotta proprio. Lui aveva otto anni più di me.
Io sentivo, sapevo che anche lui provava per me lo stesso interesse se non di più. Anche se non mi era stato mai detto nè fatto capire in alcun modo. Eppure lo sapevo. Non mi chiedere perchè o per come. Se ti fa piacere pensa che si tratta di sesto senso femminile o tutte quelle puttanate che propinano i settimanali rosa di terz'ordine. Tornando al fatto, presi coraggio e una sera gli raccontai che m'ero pigliata una scuffia per un tipo. Che poi era lui, ma glielo dissi senza dirgli che era lui. Lo feci per vedere che tipo di reazione avrebbe avuto e appurare se le mie sensazioni erano fondate o costruite su un castello di biscotto. Dall'espressione che ebbe, capii che non mi sbagliavo. Che il mio intuito mi aveva risparmiato un abbaglio. O almeno così mi sembrò.
Durante la discussione, che da parte sua assunse a un tratto toni freddi e distaccati, mi chiese se avevo detto a questa persona cosa avevo in corpo.
Senza battere ciglio gli dissi: "Lo sto facendo in questo momento."
Siamo stati insieme un anno e mezzo circa poi, per vicissitudini che non sto a raccontarti, ognuno ha preso la sua strada.
Mò questa cosa te l'ho raccontata per due motivi.
Il primo, facilmente immaginabile: ho bisogno di convicermi che non è nato tutto nella mia testa. Anche se, effettivamente, non è nato un beneamato cazzo.
Il secondo, per riallacciarmi al discorso della presunzione.
Io fui come non mai presuntuosa, in quell'occasione.
Presuntuosa e supponente.
Però avevo ragione.
E non c'è quasi niente di più bello, diciamocelo.
Non amo puntualizzare l'ovvio, ma quando elabori un pensiero (che si basi aulla scorta di un qualcosa di vissuto, di una sensazione, di qualcosa di visto o anche semplicemente ragionato - il ragionamento, secondo me, richiede meno sforzo dell'avere la sensazione di qualcosa -) e poi la vita ti conferma che così era, beh, può anche essere meglio di una scopata.
Oh dio, magari meglio di una scopata no. Però siamo lì.
Mò ammesso che io abbia ragione, ammesso che le mie impressioni, sensazioni, siano corrette, potrei sapere perchè non accade qualcosa che possa farmelo capire?
E' un tormento, credimi. E io mi sento come un elastico tra due dita.
La cosa peggiore che tu potresti dire adesso è che di tutto questo sproloquio non hai capito una ceppa. Affermazione che andrebbe soltanto a confermare la mia presumibile stupidità.
E il fatto che, ora come ora, scrivendoti, non avrei fatto nulla di più sbagliato.
Il cuore di una donna, una che tende ad utilizzarlo con scarsa ragionevolezza, che involontariamente ne percepisce ogni battito, è come un libro.
E tu, nel caso in cui tutto quel che ho scritto ti sembrasse solo una serie di scempiaggini con poco senso, questo devi far conto di aver letto: una pagina.
Di un cuore qualsiasi.



8 nov 2011

Dialoghi generazionalmusicali. Sergio Endrigo vs Pink Floyd 1 a zero.

Dovete sapere che nell'ameno e ridente luogo in cui mi trovo, poco distante, abita un vecchio. Cioè, no...Non è proprio un vecchio. E' una persona anziana, ecco. Sta sui sessantacinque, tra le altre cose portati una mezza latrina. Involontariamente e anche un po' per forza di cose, quando porto i canottoli a passeggio, passo e spasso sotto il suo balcone chè io so' guagliona. La spiaggia è raggiungibile soltanto passando lungo il viale e, quindi, davanti casa sua. La stradina adiacente, idem. I contenitori della monnezza che i canidi amano particolarmente, pure. Insomma, io aggia passà a forz' davanti alla casa di questo. E spesso, molto spesso, lo incontro. Anche lui aveva un'amica a quattro zampe. Una cacciuttella sciancata che è campata fino a 16 anni ed è venuta meno qualche mese fa (una prece). Il vecchio ha fatto amicizia con i miei ciucciarielli. Grossi, sì. Ma molto socievoli. Specie se si tratta di ricevere un grattino sulle zampe posteriori o una carezza in fronte. Col passar del tempo il dialogo tra me e 'sto vecchio è passato da quattro monosillabi a
frasi complete e di senso compiuto; discussioni inframmezzate da battute sarcastiche, frecciatine e vabbè chevelodicoaffare... L'altro giorno lo vedo. Coi suoi soliti occhiali da sole nonostante la fitta
nuvolosità e la polo a righe gialle e blu. Io saluto per prima. Fino a prova contraria so essere anche una persona educata.


«Buongiorno.»
«Buongiorno» , risponde lui facendo il gesto di togliersi un cappello immaginario. Queste movenze, non so a voi, ma a me fanno una tenerezza infinita. Non è rattusamma.
E' galanteria, quello che voi non capite.
Il vecchio non si perde d'animo e sbotta subito dicendomi una cosa che, secondo me, deve aver pensato almeno il giorno prima tanto era ben articolata la frase, ben dosato il tono della voce, ricercata l'espressione: «Quando ti vedo sai che mi viene in mente?»
«No, cosa?», rispondo per dargli soddisfazione.
«Sergio Endrigo. E in particolare una sua canzone: Teresa.»
Senza darmi il tempo di fiatare il vecchio inzia a cantare in mezzo alla strada, gesticolando ampiamente con le mani, a tipo semicerchio avete presente?


«Teresaaaa... quando ti ho dato quella rosaaaa..Rosaaaa rossaaa..Mi hai dettooo prima di teeee io non ho amato maiiii...La conosci?» mi ha chiesto subito dopo.
«No. Purtroppo no.» , gli ho risposto.
«E qual è la musica che conosci e che ti piace?», mi ha chiesto incuriosito.
«Mah...così su due piedi non saprei. Gli U2, Winston, i REM, Mirabassi, Springsteen, gli Stereophonics, Galliano, i Pink Floyd...»
Mentre elencavo orgogliosamente i nomi della musica che fa parte del mio iPod ho visto il vecchio calarsi gli occhiali sul naso e guardarmi senza, con la testa leggermente abbassata, l'espressione accigliata e le braccia nascoste dietro la schiena.
«Uh marò. Mò questo mi vatte», ho pensato.
Paraculamente mi sono corretta lungo il sentiero, come quando sterzi all'improvviso per non andare a sbattere: «...Luigi Tenco, Sergio Bruni, Modugno, Orietta Berti...» e nel contempo la faccia del vecchio si distendeva, come un lifting. Quando l'estenuante e vigliacca menzogna è finita, l'ho salutato lasciandolo lì che aveva ripreso a cantare quella che dice essere la mia canzone.


«...Non sono mica nato ieriiiiii..Per te non sono stato il primoooooo..Nemmeno l’ultimo lo sai lo so maaaaa..Teresaaaaaa...Di te non penso proprio nienteeeee...Propriooooo nienteeeee...Mi bastaaaaa...Restare un pocooooo accanto a te a teeeee..

7 nov 2011

Solo la cera

Dice che era stato uno di quei sogni travagliati.

Di quelli che vanno raccontati, di quelli che sono esasperati, sfiniti, infiniti, iti.

Uno di quei sogni in cui lei sono io, ma potresti essere anche tu, perché Lei è il soffio della primavera appena arrivata, mentre lui, Lui, è l’autunno del cuore.

Le stagioni si rincorrono, ma primavera ed autunno non si incontrano mai.

E questo è il sogno di due che non avrebbero dovuto incontrarsi mai. Perché l’autunno rimane cupo, con l’estate fra i capelli ed il gelo nelle mani.

La primavera invece...

La primavera si spoglia lentamente.

La primavera è infreddolita e ha bisogno di calore.

La primavera si trucca di raggi di sole.

E si concede poco alla volta. Ma giorno per giorno sempre di più.

La primavera può scottare. Ma è la PRIMA, e vorrebbe essere unica, ma soprattutto è VERA, e che resti fra di noi, non è ubriacona come l’estate. La primavera è un po’ preziosa, un po’ frizzante,  ineffabile ed intangibile. L’estate la puoi far tua sempre. L’estate è forse un po’ zoccola.

La primavera sono io, ed ho incontrato l’autunno, mio malgrado.

L’ho rincorso, l’ho cercato e non l’ho afferrato mai. 

In realtà non lo volevo, non del tutto. Uscivo dall'inverno, non volevo l'autunno.

Ho urlato, scalciato, strepitato, danzato. Fatto di tutto per somigliare all'estate e farmi notare, lasciando svolazzare tutte quelle farfalle nel mio stomaco, dando ascolto solo al mio intuito, stupidamente.

Adesso nella mia testa ci sono solo i segni dell’ultima volta che autunno ha abitato casa mia.

E non l'abiterà mai più.






5 nov 2011

Colla pazza

«Non toccare», mi ha detto. «Perché?», ho domandato. «È colla. Una colla speciale, super adesiva». «E perché l’hai comprata?». «Mi serve, ho un sacco di cose da incollare». «Ma non c’è niente che abbia bisogno di essere incollato» mi sono spazientito, «non capisco perché tu compri tutte queste scemenze». «Per lo stesso motivo per cui ti ho sposato» ha risposto lei stizzita, «per passare il tempo». Non volevo litigare, perciò sono rimasto zitto. Anche lei è rimasta zitta. «È efficace questa colla?» ho domandato. Lei mi ha mostrato la confezione con la fotografia di un uomo appeso al soffitto a testa in giù dopo che gli avevano spalmato di colla le suole delle scarpe. «Nessuna colla riesce a fare una cosa simile» ho detto, «questo signore è stata fotografato normalmente, in realtà sta in piedi su un pavimento. Hanno soltanto capovolto un lampadario in modo da dare l’impressione che il pavimento fosse il soffitto. Lo si capisce dalla finestra. Vedi? La maniglia è montata al contrario». Ho indicato la finestra che appariva nella foto, ma lei non l’ha guardata. «Sono le otto» ho detto, «devo scappare». Ho preso la borsa e l’ho baciata sulla guancia. «Oggi torno tardi perché...» – «Lo so» mi ha interrotto, «fai gli straordinari».

Ho telefonato a Mihal dall’ufficio. «Oggi non posso venire» ho detto, «devo tornare a casa presto». – «Perché?» ha domandato, «è successo qualcosa?» – «No... cioè, a dire il vero sì. Penso che lei abbia dei sospetti». C’è stato un lungo silenzio all’altro capo del filo, potevo sentire i respiri di Mihal. «Non capisco perché restiate insieme» ha sussurrato alla fine, «non fate niente voi due, non litigate nemmeno più. Non riesco a capire, non riesco proprio a capire cosa vi tenga uniti. Non capisco» ha ripetuto ancora, «davvero non capisco...». Si è messa a piangere. «Non piangere Mihal» le ho detto, «è arrivato qualcuno, devo riattaccare», ho mentito. «Verrò domani e ne parleremo. Promesso».

Sono tornato a casa presto. Appena entrato ho salutato ad alta voce ma non ho ottenuto risposta. Sono passato da una stanza all’altra. Lei non c’era. Sul tavolo della cucina ho trovato il tubetto della colla completamente vuoto. Ho cercato di spostare una sedia. Non si è mossa. Ci ho riprovato. Neanche di un millimetro. L’aveva incollata al pavimento. Il frigorifero non si apriva, aveva incollato anche quello. Non capivo il perché di tutte quelle assurdità, lei era sempre stata assennata, non capivo cosa le fosse successo. Mi sono diretto verso il telefono in salotto. Forse era andata da sua madre. Non sono riuscito a sollevare il ricevitore, aveva incollato anche quello. Ho preso rabbiosamente a calci il tavolino del telefono e mi si è quasi distorto un piede. E il tavolino non si è nemmeno spostato. Allora l’ho sentita ridere. La risata arrivava da qualche parte sopra di me. Ho alzato lo sguardo e lei era lì, appesa a testa in giù, attaccata a piedi nudi al soffitto del salotto. L’ho guardata allibito. «Dì un po’» ho domandato, «sei impazzita?». Non ha risposto, si è limitata a sorridere. Il suo sorriso pareva talmente naturale, ora che stava appesa così, all’incontrario, come se le labbra si tendessero da sole grazie alla forza di gravità. «Non ti preoccupare, ti tiro giù io» ho detto sfilando dei libri dagli scaffali. Ho impilato alcuni volumi dell’enciclopedia e mi ci sono arrampicato. «Forse ti farà un po’ male» ho spiegato cercando di mantenermi in equilibrio in cima ai libri. Lei ha continuato a sorridere. Ho tirato con tutte le mie forze ma non è successo niente. Sono sceso con prudenza dai libri. «Non ti preoccupare» l’ho rassicurata, «vado dai vicini a telefonare, a chiamare aiuto». «Va bene» ha riso lei, «io non mi muovo». Ho riso anch’io. Era così bella e insensata appesa così, all’incontrario. I suoi capelli lunghi ondeggiavano, i seni sembravano due gocce d’acqua cadenti sotto la maglietta bianca. Era così bella. Mi sono arrampicato sulla pila dei libri e l’ho baciata. Ho sentito la sua lingua toccare la mia, la pila dei libri è crollata e mi sono ritrovato a dondolare nell’aria, senza nessun appoggio, appeso solo alle sue labbra.

Etgar Keret