La cardarella è poliglotta. Translate!

9 ago 2015

agosto 09, 2015 - No comments

Uno dei quattromila

 Abbandoniamo per un po' la faccenda della cessazione per raccontare un episodio (ancora in corso) che riguarda sempre il fanciullo biondo e ricciolino, ma è decisamente meno soddisfacente di successi sul vasino o coraggiose pipì senza pannolino. L'altro giorno figlio ha vomitato il pranzo poco dopo averlo ingurgitato. E dire che lui non è mai stato uno da nausea facile, quindi mi si sono drizzare le antenne. Oltre ai capelli, dato che mezzo stabilimento balneare mi ha vista mettergli le mani a cassetta sotto la bocca per farcelo vomitare dentro. Fatto una volta, è accaduto la seconda circa un'ora e mezza dopo. Le antenne sono quindi diventate rosse sirene spiegate. Il bimbo era vivace, correva, giocava come al solito. Ma sai quando sai che c'è qualcosa che non va anche se non si vede? Se sei una mamma lo sai. Ecco, lo sapevo. Chiamato il pediatra, mi ha detto di dargli alcune goccino per la nausea e mi ha avvisata: "Preparati. C'è mezza Italia con la gastroenterite." Le sirene spiegate sono diventate allarmi bomba. Vomita la terza volta, si prova con le gocce. Nulla. Il piccolo peggiora, fino a vivere lui ed io un bel nottatone. Personalmente pronta con asciugamano e salviette umidificate, lui con lo stomaco in mano. Le uniche due ore di sonno le abbiamo godute abbracciati, sullo stesso letto. Il mattino dopo vedo che la situazione coinvolgeva anche qualche dorso d'acqua (nel senso che non mi tratteneva manco quelli) e decido di portarlo in ospedale, ad 80 km di distanza. Viaggio tranquillo, tra un conato e l'altro. Arrivata e fatta pazientemente un'ora e tre quarti d'attesa in fila col piccolo in braccio solo per spiegare cosa avesse, lo hanno visitato. "È gastroenterite. Dobbiamo reidratarlo, ora lo mettiamo sotto flebo." Qualunque mamma si sarebbe aspettata di avere a che fare con un tarantolato nel momento in cui, estranei, avrebbero dovuto infilargli un ago in vena. Situazione altrettanto tragica quando il piccolo avrebbe dovuto tenersi la flebo attaccata per ore. E me l'aspettavo anch'io. E mi aspettavo male. Mio figlio si è lasciato curare senza ribellarsi. Ha pianto, sì. Ma non ha opposto resistenza. Finito il pronto soccorso me lo sono portato a casa, avvisata che se avesse vomitato ancora avrebbero dovuto ricoverarlo. È un lenzuolino, senza forze. Dorme spesso, beve a piccoli sorsi, mangia pochissimo, qualche volta rigurgita. 

Ho letto proprio stamattina che questo virus di chi gli è stramorto ha falcidiato lo stomaco di quattromila bambini. Lui adesso dorme. Io mi gongolo nella gastrite, nel nervoso, nella voglia di vederlo correre come prima. 
Secondo me, quando sarà finito tutto, mi siederò in un angolo e piangerò un po'.

6 ago 2015

agosto 06, 2015 - No comments

Un cesso bellissimo - Quarto episodio

 Il 31 luglio, l'1 e il 2 agosto sono date che dovrei farmi tatuare nell'interno coscia. Proprio lì dove si sente un dolore immane, soffrire, come se fosse un marchio a fuoco. Per ricordare per sempre che per tre giorni di fila il nano ha mollato tre evacuazioni sul water. Col vasino ha chiuso (salvo poco fa, che in spiaggia ha deciso di battezzare quello portatile. Vai a capire: tre settimane fa sì, poi ha preferito il pavimento, poi di nuovo il vasino, poi il pavimento - con mio grande sconforto -.) ed è passato direttamente al riduttore, dando tra l'altro il meglio di sè col libro di Peppa pig tra le mani. Al prossimo giro gli comprerò play boy, se lo merita proprio. Ci sta seduto per un po', molto più volentieri che sul vasino. Io seduta accanto a leggergli una storia e aspetto. Aspetto qualsiasi cosa lui preferisca, ormai. Purché la faccia. Quando la noia ha preso il sopravvento, mi fa capire che vuole alzarsi. E allora mi preparo con straccio e scopettone. Ma tant'è: ha 22 mesi, tutti mi dicono che è piccino, ma qui non siamo gente che si arrende. Qualche volta lo fa la sua vescica, che è meno coraggiosa del resto. Ma questa è un'altra storia.

30 lug 2015

luglio 30, 2015 - No comments

Un cesso bellissimo - Terzo episodio

 Venuta madre a casa per due giorni. STOP.

Riaccompagnata ieri sera. STOP.
Nano in macchina per 16 km non ha mollato una plin plin. STOP.
Fermata strategica al ritorno in strada per fargliela mollare. Inutile. STOP.
Casa. Pipì un po' nel vasino e un po' (tanta) sul pavimento. STOP.

A diceci giorni senza pannolino direi che posso pure ritenermi sulla buona strada. 

Sempre con l'asciugamano sotto il culo, ovviamente.

28 lug 2015

luglio 28, 2015 - No comments

Un cesso bellissimo - Secondo episodio

 Alla fine ho deciso di scrivere step by step tutte le tappe dello spannolinamento del nano malefico qui sopra. Perchè ci piace farci del male; perchè siamo persone serafiche, convinte che tutto possa migliorare tra il dlin dlin di un campanellino e una cacata per terra. E poi perchè, quando mio figlio da adulto occuperà il cesso per ore lasciando me ed altri componenti della famiglia nella più completa disperazione, mi piacerà fustigarmi rileggendo queste pagine.

I progressi che inizialmente, tutto d'un botto, sembrava il pargolo avesse fatto, mollando plin plin a tutto spiano nel suo rinale (vasino, ndr.), si sono clamorosamente arrestati. Ora non solo non avverte quando sta per mollarla, ma la trattiene e aspetta che io scompaia dalla stanza per fare un lago o una cloaca in un angolo. A seconda di quello che deve svuotare.
Ho letto manuali e manuali su internet.
Scritti da tate famose o mamme con 10 figli all'attivo e tutte dicevano di non sgridare il bimbo in caso d'incidente: mai fatto. Mi sono sempre e solo limitata a dire:
"La prossima volta andrà meglio, dai. Avvisami bello di mamma, così ti siedi sul vasino e la fai, ok?" Dall'altra parte silenzio stoico.
Le suddette bibbie, ti raccomandano di non mollare. Di avere pazienza, di mettere in conto parecchie lavatrici e di non credere a quelle mamme che mentre giochicchiano con la collana di perle di fiume e la coscia accavallata, ti dicono che i loro figli hanno avuto un solo incidente durante lo spannolinamento. Novanta su cento le hanno viste pulire tutta casa scagazzata, ma loro non lo ammetteranno mai.
Ebbene io ho pazienza, non ho intenzione di mollare. Ma ho cominciato a chiedermi se sto sbagliando qualcosa. Magari lui è pronto e io no. Lui lo è sicuro, perchè tanto il pannolino se lo toglie da solo (ancora lo porta per la notte e proprio oggi gliel'ho tolto anche per la nanna del pomeriggio posizionando un'asciugamano strategica in caso di), riesce a trattenerla e se lo prende pure a schiaffi se lo stimolo è forte, come se volesse dirgli: "Aspetta, pisè. Non è il momento." Comanda lui, da sveglio. Quindi ha raggiunto quella famigerata maturazione fisiologica che mi porta a pensare che può farcela. Eppure ci sono momenti di sconforto, tipo questo, che quasi quasi mi fanno sospettare che a tre anni compiuti ancora me lo porterò in giro con i pantaloni bagnati. Un attimo fa - sì, perchè questo post è stato scritto in sette ore. Una cosa tipo: ho cominciato a scrivere, poi sono andata a fare la mamma, poi ho preso il vasino, poi ho giocato col nano, poi l'ho fatto sedere sul suo cesso dove non sta fermo neanche per un minuto di fila (che cazzo di speranze ho se non ci sta seduto sopra?!) , poi gli ho fatto la doccia, poi abbiamo pranzato, poi ho pulito pipì inenarrabili dal pavimento, poi lui si è addormentato e quindi ora concludo - ho pensato che magari mollo. Ma sì. Che se la sbrighino al nido a settembre. Me lo spannolineranno loro. Come quando porti al negozio di assistenza un prodotto col difetto e te lo ridanno nuovo di zecca. E siccome è ancora in garanzia, non devi pagare una lira.
E all'improvviso mi sono ricordata che ormai ci sono dentro, che i pannolini gli stanno a stento, che lui non li sopporta più e che nulla: vanno tolti.
Sì, ormai ci sono dentro.
Fino al collo.
Basta che qualcuno di buon cuore, mi dia poi una mano a pulire.

Questo è ciò che ho scritto ieri, 28 luglio. Prima di sera, allo stremo di forze e speranze, quando mio figlio ha deciso di fare pipì nel vasino. Era l'ultimo tentativo della giornata, da parte mia. Se lo toccava, se lo tirava, lo torturava.
"Ale devi fare pipì?" Lo siedo sul cesso e la molla. Standing ovation. 

Ora basta, bagno, pannolino e nanna. 
E' proprio vero: le cose accadono quando non ci credi più.
Quindi la trama s'infittisce, il mistero continua, oggi è un'altra giornata e io comunque se rinasco, faccio il fravecatore.

21 lug 2015

luglio 21, 2015 - No comments

Un cesso bellissimo

 


Quello che avete appena visto in foto, tronfio di colori sgargianti e con l'espressione cupa poiché conscio della sua importanza, è il cesso di mio figlio. Quello in cui, oggi, ha mollato la sua prima plin plin. Mutandine abbassate, ruspa giocattolo in mano, io che continuavo a chiedere come un mantra: "Ale devi fare pipì?", tre paia di mutande nel cesto dei panni da lavare e lui l'ha mollata. Il cesso di cui sopra non è un vasino comune. Parte con le ovazioni ogni volta che la fa, incoraggiando il nano nelle sue performance artistiche. Nutrendo l'ego del bambino, i nervi della mamma si riposano un attimo e riprendono consapevolezza del fatto che la vita non è solo un "Devi fare pipì?" o "Devi fare cacca?". Si passa la palla al vasino, insomma. Il tutto tra spontanei baci e abbracci della genitrice orgogliosa di un goccio d'acqua. Da tre giorni ho spannolinato il papero e lui ha finanche detto - dopo mesi di mutismo generale, salvo farsi capire a gesti quando voleva qualcosa - che doveva farla (prima) avvisandomi che l'aveva fatta (due minuti dopo). È un tipo preciso. Si era in spiaggia, quindi tra borsa dei giochi e quella degli asciugamani, non era il caso di portarsi anche il vasino parlante - raccomandatomi e ordinato su internet la sera stessa -. Quindi come fare? Pannolino. Un solo incidente, che non sto qui a spiegarvi, ha reso mio figlio consapevole che non solo è possibile tenerla, ma pure che bisogna gridarlo ai quattro venti. E allora tra un succo di frutta, l'odore della crema solare, le zanzare che pizzicano me e non lui, la faccenda prosegue. Oh, sarà pure una pisciata, ma per me è stata quella più bella del mondo.


28 mag 2015

maggio 28, 2015 - No comments

Serena...mente.

 Che le persone dovrebbero farsi gli affari propri è risaputo. Ma per quanto riguarda i figli degli altri, dovrebbero farsi una badilata di affari propri, cioè quasi voltare la faccia dall'altra parte (salvo casi particolari, è ovvio). 

Questi due principi hanno da sempre accompagnato la mia vita. 
Il primo innanzitutto, il secondo da quando sono mamma. Ma talvolta il cuore diventa fragile, specie se 'toccano' la persona più importante della tua vita. 
Ieri l'altro vado al centro vaccinale che si è occupato di immunizzare il nano per farmi rilasciare il certificato attestante le vaccinazioni obbligatorie effettuate, necessario per l'iscrizione al nido comunale. Tralasciando i 3,5 km che devi farti a piedi - a meno che tu non voglia prendere un taxi o fare la muffa alla fermata dell'autobus - per arrivarci, più gli altri 3,5 km che devi sciropparti per tornare a casa (questo è l'ultimo dei problemi: io amo camminare), sono arrivata in loco a un minuto dalla chiusura del centro. Ho implorato e le dottoresse mi hanno dato il documento. Nel frattempo, una tizia in camice bianco che per comodità indicheremo con una S. che sta per 'sconosciuta' nel corso del racconto, o che potrebbe stare anche per 'samenta', fate voi - per chi non è napoletano, lo invito a googlare la parola samenta, che mi rompo il cazzo di spiegare - da confidenza al bimbo. 
Premessa: mio figlio ha l'aria snob. Uno di quei bambini che a vederlo non darti confidanza, voltarsi col visetto dall'altra parte, guardare altrove, scrutarti dall'alto in basso manco fossi una nutria sporca di merda (ma chissà da chi ha preso?!?) e poi ignorarti deliberatamente, è uno di quei nanerottoli che lo guardi e dici: "Ma comm' cazz' è antipatico 'stu criatur!". 
Salvo saperlo prendere o beccarlo in un momento di pace esistenziale. In quel caso è socievole, sorride, ti coinvolge. Un po' di puzza sotto al naso ce l'ha, ma la palesa solo in determinate circostanze. Detto questo, S. gli chiede come si chiama, quanto ha, di salutarla con la mano. O' criatur', manc' po' cazz'. Nel senso che neanche la guarda in faccia, tira solo il lembo della mia maglia come a dire: "Mà, ma ce ne vogliamo andare?!" 
Ha compiuto 20 mesi ieri, non parla, ma si fa capire benissimo. 
Notando quest'atteggiamento, S. inizia a farmi domande:
- "Ma non dice neanche una parola?"
Io: "No. Ha detto mamma e papà a 8 mesi. Un no! deciso alla nonna a 16 mesi, poi nient'altro."
S. inizia a scuotere la testa, poi aggiunge: "Ma lei nota altri comportamenti insoliti?"
Il fatto che mio figlio non spiccichi ancora una parola a me non ha mai preoccupato granchè. Ho sempre pensato (serenamente) che avrebbe cominciato a parlare quando se la sarebbe sentita, anche perchè un atteggiamento ansioso della mamma non aiuta il pargolo nei confronti della vita. 
"Ma veramente no, a parte che è un tipo molto preciso. Ad esempio se fa la torre impilando i cubi di gomma gli uni sugli altri, non la distrugge istericamente un attimo dopo. La lascia lì e se la guada, stimandosi parecchio."
S. scuote la testa. E aggiunge: "Ma io vedo che si estanea dalla nostra conversazione, che non partecipa. Poi questa cosa che non dice una parola... (sospiro). Ma ci sente?"
"Ma veramente quando ascolta una canzone che gli piace balla. In strada come a casa - una volta a piazza bellini uno di quei tizi che vanno girando con la fisarmonica me lo chiese in prestito perchè lui suonava e Alessandro ballava, facendo radunare una frotta di gente che lo guardava e rideva e mollava monetine a quel cristo in croce con lo strumento a tracolla -."
S. scuote la testa. E sentenzia: "Deve portarlo assolutamente a fare una visita dall'otorino del santobono (ospedale pediatrico napoletano, per i non partenopei). Se le diranno che ci sente bene, allora si dovrà cercare la causa del mutismo di suo figlio, in altre patologie. Facendogli fare una visita neuropsichiatrica infantile, per esempio. Tanto per iniziare, poi vedremo." 
Io sono sempre stata una pane al pane e vino al vino, ma in quel momento il cuore mi è finito sotto le scarpe. Perchè poi pensi: "Questa sta al centro vaccinale, chiossap' quanti bimbi vede ogni giorno, mica mi starà dicendo stronzate...Oh Dio, vuoi vedere che Alessandro ha qualcosa e io non me ne sono mai accorta?" E giù di mortificazioni e sensi di colpa. 
Io: "Appena arrivo a casa chiamo la pediatra di base e mi faccio fare le impegnative per le visite."
S: "Mi raccomando, non è normale che a 20 mesi un bambino non parli ancora e che si estranei completamente. Deve approfondire! Io poi sono solo un'infermiera, ma da mamma non tralascerei."
Io: "Grazie per i consigli e per il tempo che mi ha dedicato."
Sono arrivata a casa con lo stomaco in subbuglio. Osservavo i comportamenti di mio figlio come se si fosse trattato di un altro bambino, il cuore da sotto le scarpe cercava di tornare al suo posto, ma non riusciva. Chiamo la pediatra, ascolta il problema e anche lei ci mette il suo bel carico da 100: "MA NON DICE PROPRIO NIENTE?!?". E poi mi fa trovare le ricette dalla segretaria. Chiamo l'ospedale pediatrico per prenotare innanzitutto la visita dall'otorino e me la piazzano il 17 luglio. "Un po' troppo lontana", penso. Tralasciando l'aspetto vergonoso della tempistica, qualsiasi genitore si sarebbe indebitato per portare quindi il figlio da un otorino privato e non dover aspettare quasi due mesi. Telefono quindi al pediatra privato di Alessandro. Personaggio che tiene appesa la gigantografia de "Il quarto stato" di Giuseppe Pellizza da Volpedo, di fronte la porta del suo studio. Così, non appena entri, sai con chi hai a che fare. Solo da questo particolare potete immaginare quanto quell'uomo abbia la mia stima. Clinicamente non ne ha mai sgarrata una, mai. Miracolosamente risponde al telefono. Gli chiedo se conosce un otorino pediatrico per bambini. E lui, ovviamente: "Sì. Ma ppcchè, che è succies?"
Io: "Stamattina sono stata all'ASL per tale ragione e poi così, così, così e così." Gli racconto tutto (in breve, non ama le lungaggini). Non l'avevo mai sentito incazzarsi, ma l'altro giorno ha urlato come se lo stessero scannando: "MA FATT' 'E CAZZ' TUOJE NON GLIEL'HAI SAPUTO DIRE?!?! MA 'A GENT' E' SCEM, GESùCRì!!! Comunque non buttare soldi. Se vuoi sapere se tuo figlio ci sente bene, portamelo domani mattina che gli faccio io l'audiometria tonale (esame non invasivo di circa 30 secondi, durante i quali il pediatra infila nelle orecchie del bimbo una specie di pistola laser misurando una serie di parametri)." 
Io: "Grazie, a domani."
Visto che in qualche occasione mi ha risolto i problemi al telefono, rinunciando quindi al compenso, la volta precedente gli avevo promesso una parmiggiana di melenzane. Mi metto quindi in cucina e gliela preparo. Mò non per dire, ma io so cucinare. Ieri vado da lui con figlio che poco se ne fotteva di dove stavamo andando. L'importante per lui era l'ascensore della metropolitana, come ogni volta che la prendiamo. Alessandro ci vivrebbe, negli ascensori. Fatta l'audiometria. Risultato: sente in maniera normalissima. 
Commento del pediatra: "Tu a chi ti dice questo o quello su tuo figlio, lo devi prendere culo e colletto e lo devi scaraventare da un quinto piano. Conosco questo bimbo da quando è nato e ti dico, senza falsa modestia, che se avesse avuto un problema me ne sarei accorto. Ieri ho compiuto 36 anni di clinica peditrica. Tra le mie mani sono passati 25.000 bambini. Belli come questo, ne avrò visti una decina ed è da verificare. Tuo figlio cresce benissimo, tu sei una mamma attenta che non trascura niente. Se Alessandro si estranea da una conversazione tra adulti, molto semplicemente, è perchè non gli interessa. Se non da confidenza, è perchè non ne vuole dare. E' tale e quale a te. Stai serena. Ti farò vedere che quando inizierà a parlare gli dovrai dire di stare un po' zitto perchè t'ha fatt' na capa tant!"
Io: "Quindi la visita neuropsichiatrica infantile è inutile?"
Lui: "Assolutamente sì. Vedi, un bimbo autistico (detto col tono di chi ti guarda e dice: "Perchè non ci pigliamo per il culo, tu lì vuoi andare a parare") è un bimbo che rifiuta il contatto fisico, che non incrocia la sguardo, che fissa il vuoto. Tuo figlio non è assolutamente così. E' orgoglioso, polemico, capatost', ma non autistico santoddio!"
Io (che intanto volavo letteralmente): "Quanto le devo?"
Lui: "Niente, te ne devi andare."
Io: "Ah, grazie. Allora mi porto pure la parmiggiana?"
Lui: "No, no! Quella la voglio, posa qua!"
Tornata a casa ho strappato le ricette, chiamato mio padre per fargli un'inenarrabile cazziata visto che stressa me e Ale circa il fatto che non parla ancora, mi sono seduta accanto al nano sul divano a guardare i cartoni. 
Fuori pioveva. 
E io mi godevo il mio piccolo mondo.

26 apr 2015

aprile 26, 2015 - No comments

eppi eppi bhrdei

 No so se anche ad altri ha preso così, ma ieri notte, prima di andare a dormire, quando era già oggi, mi sono chiesta se qualcosa di buono lo avevo fatto e se non erano stati 31 anni jettati a mare. Escludendo periodi della mia vita per i quali ho solo un buco nero al posto dei ricordi (ci sono cose che il cervello si rifiuta di ricordare ed è meglio così), ho concluso che sì, posso ritenermi abbastanza soddisfatta. Mi alleno ogni giorno con un cross fit level 1 sollevando un nano di circa 20 kg, bello cicciotto, alto 88 cm, che mi consente di allenare i muscoli pettorali (riesco a muovere le tette a scatti senza usare le mani. No, non vi faccio vedere); trasporto il suddetto sù e giù per 18 scalini o 30 a seconda se devo portarlo nel suo letto o davanti la porta di casa e lo stronzo si muove pure, alimentando la mia sciatalgia, ma facendomi bruaciare grasso sulle cosce. Lo prendo da terra a peso morto e lo poggio piano (!!!) su un tavolotto morbido per combattere con pannolini ingombranti e questo mi ha fatto venire i bicipiti di big gim. E il bello viene quando il fasciatoio si sporca e dopo aver tenuto la trota salmonata in bolico su un braccio solo per lavargli il culo, devo continuare a tenerlo, prendere della carta, pulire, buttare la carta nel cesso, tirare l'acqua e solo dopo poggiarlo (sempre piano!!!) riposando membra e nervi. Ho imparato ad andare controcorrente, a fottermene se qualcuno di cui non ho stima mi giudica, ma ad appizzare la recchia se quelle due o tre persone cui voglio bene mi dicono qualcosa. Ho una memoria di ferro (per cui attenti a voi). Ho un brutto carattere, ma passamm' appriess'. Non m'incazzo quasi più, volto la faccia dall'altra parte. Ho spirito di sacrificio e di adattamento, ma sono ottimista. Quindi il mondo di merda che ci circonda, secondo me può migliorare. Anche perchè peggio di così nun po' esse. Faccio finta di non ascoltare alcune cose ogni giorno e questo mi ha fatto venire valori epatici che ormai se mangiassi tracchiulella e bevessi due litri di vino, se fossi un'oca da patè, mentre estraggono la bile, io mi limerei le unghie. Con i ricordi che fingo elegantemente di non avere ci si potrebbe costruire un'altra vita. Qualcuno che mi vuole bene c'è. Ma non un bene come s'intende il ti voglio bene gnerico. Bene vero, nonostante il resto. Ho i miei fantasmi, ma ci vado a letto la sera senza problemi e mi faccio pure rimboccare le coperte. Ho un lavoro che richiede coraggio, ma che tutto sommato mi ripaga facendomi campare abbastanza dignitosamente. Come potete leggere, finoa d ora ho pittato il bicchiere sempre mezzo pieno. A che serve piangersi addosso se le lacrime non fanno da antirughe? Non ho neanche un capello bianco! E questo mi fa sperare in un futuro da leader di forza italia. Alla fine, analizzando tutto, e modestia a parte, non sono stati 31 anni buttati nel cesso. Ho imparato un sacco e altro imparerò se ne camperò altri 30. Notate con quanta eleganza affronto l'avvio verso i 40? Suvvia, sono da manuale! So campare. E lo dico non per sembrare presuntuosa, ma perchè sono grata a tutte le volte che l'ho preso in quel posto.

Ho i miei sogni nel cassetto, che ormai spettegolano con autoreggenti che non indosso o con mutande dei tempi d'oro. E ci sono cose che non vale la pena aspettare (persone comprese), come ce ne sono altre che devono restare sempre in attesa. Perchè la vita finisce quando non hai più aspettative, non hai più speranze. Ve l'immaginate che noia quando hai fatto tutto, hai visto tutto e poi non ti rimane più niente da aspettare? Per aspettare non intendo mettersi con le braccia conserte, che dal cielo arrivano solo cacate in testa. Ma agire e intanto pregustare il momento. In effetti sì, in 31 anni mi sono costruita bene. E dopo questa bella botta di autostima, posso augurarmi eppi, eppi bhrdei.

26 feb 2015

febbraio 26, 2015 - No comments

Il destino ha verso

 Sono sempre stata una brava a trovare i titoli. Per un articolo, per un racconto, anche solo per un post sul blog. Talvolta analizzo il fatto e gli di un titolo, come se fosse un nome. E solo dopo lo racconto; perché fa un po' tristezza un fatto senza nome, come se si trattasse di una persona. Perché in effetti i fatti, le storie sono come le persone e le persone sono fatte di storie. Ognuno ha le sue e ne conosce i titoli. Non lo dice, magari manco è consapevole di essere un agglomerato di eventi, ma lo sa come si chiamano. E talvolta sono nomi fatti di altri nomi. Tutti destini che s'incontrano in metropolitana, in treno andando a lavorare, al supermercato. Il destino ha verso. Il punto è che è un verso tutto suo, non controllabile dalle storie che genera. È come se le sputasse in direzioni a cazzo senza darti il tempo di pensare. Eppure poi ti accorgi che tra i fatti c'è un senso, come un capello sottile. "Se non fosse successo questo, non sarebbe successo quest'altro e sarebbe stato un peccato.". C'è gente che al destino non ci crede. Forse perché non si è mai fermata a pensare alla correlazione tra gli eventi o semplicemente perché non ha voglia nè tempo di dare sfogo a quel barlume di romanticismo che tanto ancora serve nel mondo. Ci sono messaggi che ho desiderato di leggere anni fa, ma sono arrivati adesso. Voci che avrei voluto riascoltare dando in cambio un pezzo di cuore, ma che si sono fatte vive quando ormai non ci pensavo più. Mani che avrei voluto rivedere più di qualsiasi altra cosa, ma che mi hanno passato le dita sul viso quando ormai guardavo da un'altra parte. Gesti di cui ho pianto la mancanza, ma che si sono decisi ad arrivare solo quando avevo già indurito le aspettative. Il destino ha verso. Una sua logica, completamente lontana dalle speranze, dai desideri. È un po' come se ci guardasse e prendesse nota. Il punto è che i desideri sono così tanti che li mette in lista d'attesa. Quando poi arriva il tuo turno magari neanche te ne ricordavi. Pensandoci solo così si ha il coraggio di se stessi. Se una cosa accade quando la vorresti non c'è libero arbitrio, o è comunque ridotto al minimo. C'è solo il cuore che parla e quello veramente ti può portare a fare scelte inconsapevoli. L'onda dell'emotività, la soddisfazione della speranza realizzata, tangibile, può modificati la vita. Il punto è accettare di poter toccare con mano quando ormai, in apparenza, non c'è più interesse. Solo in apparenza, visto che anche il cuore ha i suoi archivi. Allora sì che subentrano la scelta, la ragionevolezza, i sorrisi compiaciuti ma maturi.

Invecchiati nell'attesa.
Il destino ha verso. 
E tentare di seguirlo è completamente inutile. Tanto vale continuare a immaginare le vite di emeriti sconosciuti che magari ti siedono accanto sull'autobus o che sono in fila davanti a te per pagare alla cassa.
Chissà se anche nella loro vita, i sogni sono così in ritardo.

6 gen 2015

gennaio 06, 2015 - No comments

Il gigante buono

 C'era una volta un gigante buono. Non era come tutti i giganti che il mondo delle favole ha fino ad ora conosciuto, di quelli con il naso grosso e rosso, il pancione da vino, pochi capelli e il sorriso sempre stampato in faccia. Lui un panciotto da commendatore ce l'aveva pure, ma a suo favore aveva il fatto che camminava su quattro zampe anzichè su due gambe; non parlava e per questo non poteva dire tutte le cattiverie da cui gli esseri umani restano schiacciati; aveva una coda che agitava quando era felice e che alzava al cielo per dire a tutti che lui c'era. Aveva il muso umido, sempre pronto a regalare baci e amicizia anche a chi conosceva poco. Aveva occhi espressivi e con quelli, a suo modo, parlava. Il suo corpo era ricoperto di peli corti, cortissimi, come una pelle di un marrone rossiccio e un testone che mai gli avrebbe fatto fare qualcosa se non gli andava. Quindi era un gigante atipico, lontano dagli schemi fiabeschi. Eppure aveva un nome da fiaba, si chiamava Fauno. Come il dio dei boschi. Mai nome per lui fu più azzeccato, lui che amava boschi, alberi, campagne e stava sempre attento a non calpestare i fiori. Ma una cosa aveva in comune con quelli, umani o no, che convivono con una grossa stazza da trascinare ogni giorno in balìa del mondo: il cuore. Aveva un cuore bellissimo, puro, pronto alla goliardia, ma altrettanto attento alle esigenze di chi amava. Perchè lui viveva per chi amava, in maniera incondizionata. E se proprio gli si voleva far perdere la pazienza bisognava far soffrire la sua famiglia. Non viveva in un castello e non aveva uova d'oro da difendere, tuttavia si comportava come se fosse il guardiano del cuore dei suoi affetti. Mai del suo. Gli piaceva oltremodo dormire, ma questo non gli impediva di essere vigile. Sempre attento, pronto a mettersi da parte o ad esporsi con la stessa facilità. Era questione di cuore e lui quello ce l'aveva. Viveva con una ragazza che era vittima di un brutto incantesimo perpetrato da una strega cattiva. La strega, che odiava la fanciulla sin dal giorno della sua nascita, le aveva lanciato un maleficio: avrebbe amato gli animali sopra ogni altra cosa, finanche più di se stessa. Per tutta la vita. In un certo senso poteva sembrare una cosa bella vivere con quest'amore, e lo era. Tanti sorrisi, tante risate, tanti giorni vissuti con loro che avevano raccolto tutte le sue lascrime negli abbracci al tramonto, se non avesse avuto loro, non li avrebbe mai ricordati. Ma quando però succedeva che uno dei suoi amici volava sul ponte dell'arcobaleno, si palesava la maledizione: la ragazza soffriva in modo incosolabile. E nessuna delle ferite che la vita le aveva inferto in precdenza era paragonabile a quelle perdite. La govane, però, che riusciva anche ad avere una personalità forte e un carattere che poco si piegava ai voleri altrui, aveva accettato l'incantesimo e ci conviveva. Ed ogni molta che questo si manifestava le rubava un pezzetto di cuore, ma a lei importava poco. Continuava pedissequamente a credere che un giorno ci sarebbe stato chi le avrebbe impedito di soffrire ancora, chinando la testa davanti a un destino che lei non aveva scelto. Il gigante buono, Fauno, vegliava ogni giorno su quel cuore malandato, pieno di ferite. Cercava di sanarle e talvolta ci riusciva: gli bastava agitare la coda o parlarle con gli occhi o abbracciarla poggiandole il testone sulla spalla. Lei capiva e sorrideva. E ogni sorriso che Fauno riusciva a regalarle significava per lui sacrificare un pezzetto di cuore a beneficio di quello della fanciulla. L'accordo con la strega cattiva fu preso dal gigante buono tempo addietro: "Ogni volta che lei sorriderà per me, le regalerò un po' della mia vita. A beneficio della sua." "Ma in questo modo un giorno tu le dirai addio e bada bene che ad un accordo del genere non si torna indietro.", disse la strega. "Non m'importa", disse il gigante consumando la sua andatura buffa. "Non potrei sopportare di vedere il suo cuore spegnersi. Preferisco si consumi il mio, mi basta sapere che gli anni che ci sono ancora concessi insieme saranno speciali e che lei, alla fine, si ritroverà un cuore nuovo." "E sia", rispose la strega. Da allora il cane s'impegnò con tutta l'anima nel rendere i giorni insieme alla fanciulla speciali. E per rendere speciali dei giorni non ci vuole molto, basta farli diventare giorni da ricordare. Il cane questo lo sapeva. Gli uomini credono di essere destinati ad imprese inenarrabili, di dover fare chissà cosa per vivere una vita straordinaria. Invece basterebbe solo viverla con dignità; perchè puoi perdere tutto e tutto si riacquista, ma la dignità, una volta perduta, non torna più. Il gigante buono non era l'unico amico a quattro zampe della ragazza e lui conviveva con tutti, mettendoci tutta la giovialità possibile, ogni giorno. Anche quando nella vita della ragazza arrivò un prode cavaliere senza cavallo bianco, il cane li amò entrambi. Li difese quando necessario e consolò i loro dolori raccogliendone le lacrime. Le corse in spiaggia, i bagni nell'acqua cristallina di un mare lontano di primavera, le passeggiate in montagna, sono solo alcuni degli scenari in cui vanno incastonate tutte le gioie che il gigante buono e la fanciulla vissero insieme. Ma come in ogni incantesimo, cominciarono ad arrivare i segnali del varco che avrebbe portato il gigante a volare su un ponte immaginario lasciando la ragazza da sola. Grazie a lui il cuore di lei era tronfio, pieno come forse non lo era mai stato. Pieno di ricordi belli, tanto belli che li si poteva indossare. Ma il cuore del cane era diventato pieno di segni, graffi, croste, sanguinante. E in più occasioni la ragazza si era ritrovata a medicargli le ferite, a sanare con amore i silenziosi lamenti del suo più grande amico. Lo scambio, un giorno, giunse al termine. Ma il gigante buono, anche se sentiva che ormai erano pochi i giorni che lo legavano a questa vita e viveva ormai di ricordi, non aveva rimpianti. Gli esseri umani, però, stentano sempre un po' a capire cosa gli accade intorno e per quanto buona la fanciulla fosse, non si era accorta per tempo dell'accordo che il gigante buono aveva stipulato con la strega cattiva. Vide che Fauno soffriva e si prodigava giorno e notte affinchè le sofferenze del suo grosso amico cessassero. Invano. L'ultima volta che l'ha abbracciato è stato il giorno in cui il cuore acciaccato del gigante ha smesso di battere. Ed è forse stato in quell'abbraccio infinito che lei ha sentito la vita scivolarle dalle dita. Alla notizia della morte ha reagito come non credeva mai sarebbe accaduto, strillando tutto il dolore che le lacerava il petto e battendo i pugni sulle spalle del cavaliere che, suo malgrado, aveva tenuto la testa di Fauno accompagnandolo con le carezze fino all'ultimo respiro. Ora Fauno è un fiore, un cuore buono come il suo solo un fiore sarebbe potuto diventare. La ragazza non seppe mai del patto tra la strega cattiva e il gigante buono, ma prega sempre tutti di non calpestare i fiori.