domenica 23 gennaio 2011

Affitto, bollette, bollino

Non so a chi indirizzare questa lettera, quindi la intesto a tutti per non scontentare nessuno ed essere certa di non sbagliare.  Senza ombra di dubbio non verrà mai spedita. Tant'è che non verranno rispettate le classiche regole sintattiche per la stesura di una lettera. O forse mi conviene farlo lo stesso...

Ebbene...

Egregi,
tra pochi giorni scadrà il termine per il pagamento annuo della tassa all'Ordine. Una manciata di quattrini che anch'io dovrò pagare. Entrerò nell'ufficio postale, compilerò il bollettino e nel giro di pochi minuti (salvo ore di attesa e di coda) sarà tutto finito. Uscirò e non ci penserò più, come se avessi pagato la fattura della compagnia telefonica o di quella del gas. Invece sto pagando un sogno. Che costa 90 Euro l'anno, una buona dose d'angoscia e le proprie speranze messe all'angolo. Ho cominciato a scrivere tre anni fa con un giornale che ora non esiste più. Che camminava per i vicoli e parlava con la gente come una vecchia capera, che aveva visto più teste lei che il Padreterno. Mi piaceva parlare con le persone, starci in mezzo. Quando lasciavo sul cuscino ore di sonno che nessuno mi avrebbe restituito e trascuravo la mia vita per il mio futuro ne ero fiera. Perchè sentivo che soltanto il contatto con le persone, solo gli occhi di chi mi chiedeva: "Ma quando esce sul giornale?" mi davano una spinta. Come quando si resta con l'auto in panne in una strada deserta e non c'è un cane a darti una mano. Così come mi bucavano inconsapevolmente la gomma che mi avevano aiutato a riparare, se mi chiamavano il giorno dopo. Quando scoprivano che la notizia che gli stava così a cuore, sul giornale, non c'era. Io barcamenavo scuse su "esigenze redazionali", spazi che "dovevano purtroppo essere riempiti in altro modo", ma tant'era: la mia credibilità era appesa a un filo. E Dio solo sa quante volte si è sfracellata al suolo, nonostante le corse per arrivare puntuale fatte il giorno prima. Per due anni ho avuto una scusa da ripetere a me stessa per continuare a correre: il tesserino. Un pezzo di cartoncino bianco foderato in pelle con la mia foto incollata, un timbro e uno spazio per i bollini da attaccare. Se lo guardo adesso sembra l'album delle figurine di Lady Oscar che cercavo di completare. Ogni voto buono a scuola, era una bustina di figurine. Non era importante collezionare 8, 9, 14 doppioni. Quel mazzetto di immagini adesive che riempiva la mia mano, era la misura dell'affetto che i miei provavano per me. Tanto era più grande il mazzetto, tanti più doppioni avevo, tanto più mi amavano. Quando si è bambini si ha una visione delle cose semplice, proprio come le figurine. Sto divagando. "C'è un tempo d'aspetto, come dicevo, qualcosa di buono che verrà..." così come credevo che quello spazio colmo nel portafogli, tra la carta d'identità e la patente, sarebbe stato un punto di partenza. Mi sbagliavo. E' stato il capolinea. E rimpiango quel giorno di dicembre, di due anni fa, quando dopo due ore d'attesa lo ritirai. Stringevo tra le mani un trofeo. Il contenitore del sangue che avevo buttato in strada, tra la gente, nei mesi precedenti. La persona che mi è rimasta più impressa è stato un disoccupato, ex Lsu, che davanti l'ingresso della Prefettura tirò fuori dalla tasca una banconota da 5,00 Euro, me la mostrò e mi disse: "Ho solo questo. Tra poco è Natale. Che cosa darò da mangiare ai miei figli?" Non mi fu possibile aiutarlo dal punto di vista economico, ma ebbi la possibilità di parlare di lui e dei suoi ex colleghi dandogli una speranza di miglioramento, grazie alla carta stampata e un minimo di amara notorietà. La stessa identica speranza che avevo io, mentre parlavo con loro, aspettavo l'esito del sit in in Prefettura: "Sarà pagata la mia attesa? A furia di alzarla, questa cardarella, riuscirò a costruire il muro, mattone su mattone?" Un'altro episodio che mi ha colpito è stato un suicidio. Quello di una ragazzina che una notte d'agosto decise di lanciarsi dal quarto piano della sua abitazione. Ci fu fermento, il giorno dopo. L'adrenalina della paura di non riuscire a scrivere per mancanza di particolari. Il discorso è cinico, ma voi sapete di cosa parlo. Voi che quel giorno di dicembre mi faceste aspettare due ore per ottenere la mia figurina da adulta. Il giorno dopo ancora presi parte ai funerali della ragazza, vittima d'amore e di un'insoddisfazione che a mio avviso è stata più che discutibile. Guardai quella bara bianca entrare nel carro funebre, sotto il sole cocente del primo pomeriggio in mezzo alla folla. Nessuno capì che ero lì per lavoro, mi scambiarono per una passante, una curiosa, una conoscente. Non avrei mai immaginato che mi sarei ritrovata a scrivere questa lettera identificando quel funerale con quello del mio sogno. E' facile sognare quando si ha una speranza e si segue la strada per realizzarlo. Ma quando poi ci si ritrova in un sentiero senza uscita? I sentieri mi sono sempre piaciuti. Già il concetto di sentiero e non di strada mi piace. Mi fa pensare a tutti gli odori che in città non ci sono: quello della boscaglia, della terra bagnata. I rumori improvvisi, silenziosi delle pietre che s’incontrano lungo il cammino. Come la voce del Vostro Presidente, quando una mattina mi disse: “Che ti piaccia o no, oggi, per fare il giornalista, si deve seguire un corso universitario privato. E l’unico effettivamente riconosciuto, che ti apre le porte, è quello del Suor Orsola.” Che costa un po’ tanto per me. E diventa quindi improponibile. Altra strada senza uscita. Ho forzato. Ingranato la marcia e continuato a camminare. Mi sono arrampicata su per il cancello che chiudeva la strada, continuando a pensare che il vero giornalista è quello che sta per strada, vede e racconta. Non quello costruito da un libretto universitario. Intanto è passato del tempo e ho dovuto fare una scelta: continuare a nutrirmi di sogni o riempirmi lo stomaco. Cause tecniche mi hanno imposto di usare la logica della vita, non quella egoistica dell’amore. E ho ripiegato le vele su altri mari, abbandonando penna e taccuino. Magari “abbandonando” proprio no, ma mettendo da parte senza dubbio. Sono chiusi in un cassetto, perché se s’impolverassero mi darebbe fastidio. Come un fotografo che cerca di curare la sua macchina o un pittore che controlla se il suo pennello sia stato spelacchiato dal tempo. Ci sono stati alcuni colleghi che mi hanno chiesto come mai non scrivo più. “Devo pensare alla campata. E soldi per i collaboratori non ce ne stanno, tu o’ saje.” Mi hanno guardata tutti con palese senso di pena negli occhi. Magari un giorno le cose cambieranno o forse cambierò io, o la mia vita e ricomincerò a scrivere. Ma adesso? Mi ritrovo qui, in una frazione della mia vita in cui guardare un foglio bianco mi mette l’ansia. Con la paura di non riuscire più a scrivere, neanche per me. Sarebbe tremendo. La peggiore delle punizioni, un oblìo dal quale non riuscirei a uscire. In questo momento l’unica immagine alla quale riesco a pensare è quella bara bianca che entra nel carro funebre. Un sogno giovane, che non è ancora degno di essere seppellito in una cassa in mogano di noce. Ma un sogno che c’era e ha avuto un prezzo. Novanta Euro l’anno: il costo non ripagato di una malinconica felicità.


Affitto, bollette, bollino


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8 commenti:

GinoDiCostanzo ha detto...

(...) che il vero giornalista è quello che sta per strada, vede e racconta. Non quello costruito da un libretto universitario. (...)
Hai ragione tu. E' esattamente così.

Io ho vissuto le stesse cose prima di te, riguardo la mia professione. E purtroppo per questa crisi (inventata) ho ripreso a penare alla mia età non più verde. Sembri una ragazza lucida e forte, dai... bisogna riprendersi le piazze... non c'è altra soluzione.
Ciao

lepetitepeste ha detto...

Grazie... Ma l'amarezza è tanta e il problema è proprio rimettere piede in piazza. Soprattutto quando c'è chi ha continuato a sgomitare pro bono, avendo alle spalle mamma e papà. Diventando automaticamente il pupillo (o la pupilla) di chi avrebbe potuto e dovuto pagarti tempo addietro.

GinoDiCostanzo ha detto...

Cerca di essere in qualche piazza il 28, se puoi. Lo sciopero generale della Fiom è anche il nostro... i problemi degli operai sono anche i nostri, l'unione è fondamentale. 

lepetitepeste ha detto...

Cercherò di esserci.
A prescindere dalla mia vita, sono sempre dalla parte dei lavoratori.

bakbakunin ha detto...

Ma dai..... ma si può..... anche tu però!
Possibile che di domenica, per di più alle 12:58, non avessi di meglio da fare, che ne so: cucinare un buon pranzetto da innaffiare con un rosso corposo, o che so, farti bella per una passeggiata in riva al mare, oppure riordinare l'armadio (tanto ce l'hai incasinato pure tu non credere!), o meglio ancora fare le pulizie a fondo, a voi donne piace tanto pulire casa la domenica, così, giusto per farci sentire in colpa....
Guarda, tutto, tranne che brontolare su questa stramaledetta tassa.....
....pagala e falla finita!
Anzi, sai che ti dico, te la pago io. Dammi le coordinate bancarie che faccio un bonifico, altro che fila alle poste...
Dai, dai, coraggio, un po' d'ottimismo, va tutto bene, tutto bene.

Saluti,
Bak

lepetitepeste ha detto...

Bene. L'Iban è questo: IT83K0760103400000061754578

Grazie assai.

bakbakunin ha detto...

lepet...... scherzavo!
Eppoi, che razza di codice IBAN è questo. Troppo, troppo, lungo.

lepetitepeste ha detto...

http://www.odg.campania.it/

 
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