venerdì 28 gennaio 2011

Giancarlo

Giancarlo è un uomo sulla cinquantina. Capelli brizzolati, alto almeno 188 cm, enorme. Quando è esteticamente e socialmente "normale" m'ispira protezione. La pancia, le mani gradi, lo sguardo rassicurante che ha mi ricordano un camino in una baita di montagna. Che se ci stai davanti e fuori nevica è come ritrovarsi a cavalcare per gli champs elisè. Giancarlo è due persone in una e si trasforma tra il giorno e la notte: col mattino è il "ragazzo del salumiere" che consegna la spesa alle persone del quartiere per 120 Euro la settimana. Vestiti puliti, barba sempre curata, mai un capello fuori posto. Di notte diventa una battona di corso Garibaldi. Un abito quasi sempre nero, una lunga parrucca castana e arruffata dalla scarsa qualità, un rosso rossetto sbavato e una sediolina come qualla dei bambini sulla quale poggiare le speranze di qualche ora di lavoro. L'ho conosciuto diverso tempo fa, quando parlai con un gruppo di transessuali per il giornale. Una sola volta, bloccata nel traffico, l'ho visto in salumeria. Ero in macchina e lo guardavo. Quando mi vide cominciò a fare una serie di smorfie con la faccia per farmi ridere. Inutile dire che ci riuscì. Giancarlo. L'uomo che lanciò una macchina per scrivere contro un agente di polizia che lo prendeva in giro leggendo la sua carta d'identità mentre lo guardava vestito da donna. L'ho rivisto l'altra sera, quando mi sono ritrovata con la moto nella sua zona.

«Giancà!» Mi ha riconosciuta subito, nonostante fossi rimasta seduta sulla moto e non avessi tolto il casco.
«Uè bellè! Comme staje?»
«E 'nzomm. Non proprio benissimo, ultimamente.»
«Uh bambulè. E ppcchè?»
«Mah. E' mal'acqua, Giancà. Emotivamente sto un po' persa.»
Giancarlo non è uno che può vantare pezzi di carta appesi al muro, ma quando vuole ha reminescenze della lingua italiana per tutti i libri che mi disse di aver letto perchè, aggiunse, «nella vita non sai mai con chi ti puoi ritrovare a parlare.»
«Tu che mi dici?»
«'E guardie se ne sò andate mò mò. Hanno chiesto che facimm' ccà.»
Ho riso. «E tu?»
«E io niente. Gli ho detto che stiamo pigliando l'aria. Ma quelli sempre così fanno. Ci conoscono, ma si fermano a perdere il tempo.»
A un certo punto mi ha fissata. Io ho tolto il casco e l'ho guardato accigliata scuotendo poco la testa, chiedendogli con gli occhi perchè mi stava guardando a quel modo.
«Costruisciti l'occasione tua e non ti tenere mai niente in corpo. Parla, sfuog'. Non ti tenere mai niente in corpo, che ogni lasciata è persa. La cosa più brutta è il rimpianto. Quello di non aver detto o di non aver fatto. Si vede dagli occhi che c'hai qualcosa che non va bene. E' inutile che fai. Gli occhi tuoi parlano proprio. Mò vattenne che questa non è una bella zona.»
Mi ha salutata ed è tornato a sedersi con le sue "amiche". Per poi svegliarsi, il giorno dopo, con un'altra identità. Ma sempre, glielo auguro, con le stesse convinzioni nel cuore.

Share/Bookmark

2 commenti:

bakbakunin ha detto...

Sembrerebbe quasi una risultanza del precariato, non foss'altro che in Giancarlo traspare passione e anche un po' di  vocazione nell'esercizio dei mestieri. Diversamente, si potrebbe riassumere con lessico dialettale:
ca' sa daffà pe campà!  (correggi questo delitto ti prego)

Saluti,
Bak

P.S.: Tu, nel bisogno, sin dove ti spingeresti?

lepetitepeste ha detto...

Traduzione di ca' sa daffà pe campà!: che s'adda fà pe' campà!

Detto ciò rispondo alla tua domanda: ho sempre pensato che se hai davvero bisogno, necessità di campare finisci involontariamente e senza rendertene conto col calpestare anche la tua dignità. Perchè l'istinto alla sopravvivenza è superiore a qualsiasi altra cosa. Ancor di più se hai la responsabilità di un altro essere vivente.
Con questo ho detto tutto, credo.
A presto.

 
;