sabato 2 aprile 2011

Peppino

Sarà forse che io mi affeziono alle persone, anche se le ho viste per poco tempo e non le ho mai effettivamente frequentate. Sarà che sono una nostalgica dei tempi in cui un lavoro aveva una speranza e a nutrirla era chi quel lavoro lo svolgeva ogni giorno con dedizione, a prescindere dal compito. Sarà che ho malinconia dell'età in cui non leggevo tra le righe delle brutte notizie e non riuscivo ancora a capire cosa c'era dietro un licenziamento. Sarà che mi basta ridere a un paio di battute per veder rifiorire una giornata di merda e considerare chi le ha fatte, quelle battute, un fratello da proteggere soltanto perchè si è preso la briga di cercare di farmi divertire un attimo.
Forse è questo e anche altro, non lo so. Ma oggi penso a Peppino. L'uomo che per farmi sorridere, una sera, mi servì questo quando io avevo chiesto soltanto un cappuccino. Il baffuto che diceva da dietro il bancone:
«Adda turnà baffon!»  L'uomo che se non volevo il cornetto era capace di farmelo mangiare lo stesso e non contento lo riapriva e ci infilava dentro chili di Nutella, passandomelo su un piattino con un cioccolatino accanto mentre il responsabile dei turni serali al Bar era distratto. Lo faceva nonostante la giornata di lavoro che sulle spalle gli pesava a tal punto da dargli dolori alla schiena. L'uomo che due settimane e mezzo fa a un certo punto si fece serio, mi guardò e disse: «Questa è l'ultima volta che mi vedi. Mi hanno licenziato. Me l'hanno comunicato un mese fa per darmi modo di trovare un'alternativa. Ma ho 58 anni, chi mi piglia mò a faticà? Nessuno. Vogliono tutti ragazzi giovani e io non sono ancora arrivato a potermi permettere una pensione. Ho un buco con i versamenti dei contributi e se mò non lavoro non lo riempirò mai.»
Da parte mia silenzio. Avevo freddo e non riuscivo a dire una parola. «Ho cercato, veramente. Ma non c'è niente da fare. Quando ho cominciato questo lavoro, a 10 anni portando il caffè in giro ero convinto che sarebbe durato per sempre, che sarei diventato un bravo barman e che mi sarei aperto un locale tutto mio un giorno. Bei tempi quando ancora avevi l'incoscienza di sognare...»

Sono tornata in quel bar l'altra sera, quando ho fatto una veloce picchiata a Napoli per prendere un paio di cose a casa. Lui non c'era. A servire il caffè era un ragazzo sui 30 anni, con una fede luccicosa al dito e quasi sicuramente la foto di un bimbo nel portafogli. Aveva le mani piene di speranze, la velocità e la tenacia della giovinezza mentre andava a destra e a sinistra. Era palese che cercava di essere il più efficiente possibile e che tentava di applicare dedizione anche nel servire il caffè. Beata illusione. Ancora non sa che passati i 50, il suo amore per il lavoro non lo vorrà più nessuno.

Peppino

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4 commenti:

utente anonimo ha detto...

Amore per il proprio lavoro, dedizione e impegno sono tutti concetti in via di estinzione (e chi ancora ci crede con essi) perché considerati dalla società attuale inutili e anzi quasi controproducenti. Come mi ha detto qualcuno, "se fai sempre quel poco in più al dovuto, perché ti piace farlo o per solo senso del dovere verso il tuo lavoro, poi non potrai più tornare a fare solo quanto ti spetta, ma quel poco in più se lo aspetteranno come un fatto dovuto da te. Allo stesso modo, se fai 100 cose buone, nessuno ti dirà niente; appena però ne fai una sola male, ti faranno scontare anche le 100 cose, per quanto siano fatte bene."

Raf

PietroFratta ha detto...

Se non ci si mette il cuore...

Ferrettino ha detto...

Queste storie, di cui l'Italia è piena, nessuno si prende la briga di raccontarle.
Che anni terribili.

Chocolady ha detto...

Per l'ennesima volta oggi mi si sono strizzate le budella. Non ce la farò mai ad abituarmi a tutta questa melma

 
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