giovedì 28 maggio 2015

Serena...mente.


Che le persone dovrebbero farsi gli affari propri è risaputo. Ma per quanto riguarda i figli degli altri, dovrebbero farsi una badilata di affari propri, cioè quasi voltare la faccia dall'altra parte (salvo casi particolari, è ovvio). 
Questi due principi hanno da sempre accompagnato la mia vita. 
Il primo innanzitutto, il secondo da quando sono mamma. Ma talvolta il cuore diventa fragile, specie se 'toccano' la persona più importante della tua vita. 
Ieri l'altro vado al centro vaccinale che si è occupato di immunizzare il nano per farmi rilasciare il certificato attestante le vaccinazioni obbligatorie effettuate, necessario per l'iscrizione al nido comunale. Tralasciando i 3,5 km che devi farti a piedi - a meno che tu non voglia prendere un taxi o fare la muffa alla fermata dell'autobus - per arrivarci, più gli altri 3,5 km che devi sciropparti per tornare a casa (questo è l'ultimo dei problemi: io amo camminare), sono arrivata in loco a un minuto dalla chiusura del centro. Ho implorato e le dottoresse mi hanno dato il documento. Nel frattempo, una tizia in camice bianco che per comodità indicheremo con una S. che sta per 'sconosciuta' nel corso del racconto, o che potrebbe stare anche per 'samenta', fate voi - per chi non è napoletano, lo invito a googlare la parola samenta, che mi rompo il cazzo di spiegare - da confidenza al bimbo. 
Premessa: mio figlio ha l'aria snob. Uno di quei bambini che a vederlo non darti confidanza, voltarsi col visetto dall'altra parte, guardare altrove, scrutarti dall'alto in basso manco fossi una nutria sporca di merda (ma chissà da chi ha preso?!?) e poi ignorarti deliberatamente, è uno di quei nanerottoli che lo guardi e dici: "Ma comm' cazz' è antipatico 'stu criatur!". 
Salvo saperlo prendere o beccarlo in un momento di pace esistenziale. In quel caso è socievole, sorride, ti coinvolge. Un po' di puzza sotto al naso ce l'ha, ma la palesa solo in determinate circostanze. Detto questo, S. gli chiede come si chiama, quanto ha, di salutarla con la mano. O' criatur', manc' po' cazz'. Nel senso che neanche la guarda in faccia, tira solo il lembo della mia maglia come a dire: "Mà, ma ce ne vogliamo andare?!" 
Ha compiuto 20 mesi ieri, non parla, ma si fa capire benissimo. 
Notando quest'atteggiamento, S. inizia a farmi domande:
- "Ma non dice neanche una parola?"
Io: "No. Ha detto mamma e papà a 8 mesi. Un no! deciso alla nonna a 16 mesi, poi nient'altro."
S. inizia a scuotere la testa, poi aggiunge: "Ma lei nota altri comportamenti insoliti?"
Il fatto che mio figlio non spiccichi ancora una parola a me non ha mai preoccupato granchè. Ho sempre pensato (serenamente) che avrebbe cominciato a parlare quando se la sarebbe sentita, anche perchè un atteggiamento ansioso della mamma non aiuta il pargolo nei confronti della vita. 
"Ma veramente no, a parte che è un tipo molto preciso. Ad esempio se fa la torre impilando i cubi di gomma gli uni sugli altri, non la distrugge istericamente un attimo dopo. La lascia lì e se la guada, stimandosi parecchio."
S. scuote la testa. E aggiunge: "Ma io vedo che si estanea dalla nostra conversazione, che non partecipa. Poi questa cosa che non dice una parola... (sospiro). Ma ci sente?"
"Ma veramente quando ascolta una canzone che gli piace balla. In strada come a casa - una volta a piazza bellini uno di quei tizi che vanno girando con la fisarmonica me lo chiese in prestito perchè lui suonava e Alessandro ballava, facendo radunare una frotta di gente che lo guardava e rideva e mollava monetine a quel cristo in croce con lo strumento a tracolla -."
S. scuote la testa. E sentenzia: "Deve portarlo assolutamente a fare una visita dall'otorino del santobono (ospedale pediatrico napoletano, per i non partenopei). Se le diranno che ci sente bene, allora si dovrà cercare la causa del mutismo di suo figlio, in altre patologie. Facendogli fare una visita neuropsichiatrica infantile, per esempio. Tanto per iniziare, poi vedremo." 
Io sono sempre stata una pane al pane e vino al vino, ma in quel momento il cuore mi è finito sotto le scarpe. Perchè poi pensi: "Questa sta al centro vaccinale, chiossap' quanti bimbi vede ogni giorno, mica mi starà dicendo stronzate...Oh Dio, vuoi vedere che Alessandro ha qualcosa e io non me ne sono mai accorta?" E giù di mortificazioni e sensi di colpa. 
Io: "Appena arrivo a casa chiamo la pediatra di base e mi faccio fare le impegnative per le visite."
S: "Mi raccomando, non è normale che a 20 mesi un bambino non parli ancora e che si estranei completamente. Deve approfondire! Io poi sono solo un'infermiera, ma da mamma non tralascerei."
Io: "Grazie per i consigli e per il tempo che mi ha dedicato."
Sono arrivata a casa con lo stomaco in subbuglio. Osservavo i comportamenti di mio figlio come se si fosse trattato di un altro bambino, il cuore da sotto le scarpe cercava di tornare al suo posto, ma non riusciva. Chiamo la pediatra, ascolta il problema e anche lei ci mette il suo bel carico da 100: "MA NON DICE PROPRIO NIENTE?!?". E poi mi fa trovare le ricette dalla segretaria. Chiamo l'ospedale pediatrico per prenotare innanzitutto la visita dall'otorino e me la piazzano il 17 luglio. "Un po' troppo lontana", penso. Tralasciando l'aspetto vergonoso della tempistica, qualsiasi genitore si sarebbe indebitato per portare quindi il figlio da un otorino privato e non dover aspettare quasi due mesi. Telefono quindi al pediatra privato di Alessandro. Personaggio che tiene appesa la gigantografia de "Il quarto stato" di Giuseppe Pellizza da Volpedo, di fronte la porta del suo studio. Così, non appena entri, sai con chi hai a che fare. Solo da questo particolare potete immaginare quanto quell'uomo abbia la mia stima. Clinicamente non ne ha mai sgarrata una, mai. Miracolosamente risponde al telefono. Gli chiedo se conosce un otorino pediatrico per bambini. E lui, ovviamente: "Sì. Ma ppcchè, che è succies?"
Io: "Stamattina sono stata all'ASL per tale ragione e poi così, così, così e così." Gli racconto tutto (in breve, non ama le lungaggini). Non l'avevo mai sentito incazzarsi, ma l'altro giorno ha urlato come se lo stessero scannando: "MA FATT' 'E CAZZ' TUOJE NON GLIEL'HAI SAPUTO DIRE?!?! MA 'A GENT' E' SCEM, GESùCRì!!! Comunque non buttare soldi. Se vuoi sapere se tuo figlio ci sente bene, portamelo domani mattina che gli faccio io l'audiometria tonale (esame non invasivo di circa 30 secondi, durante i quali il pediatra infila nelle orecchie del bimbo una specie di pistola laser misurando una serie di parametri)." 
Io: "Grazie, a domani."
Visto che in qualche occasione mi ha risolto i problemi al telefono, rinunciando quindi al compenso, la volta precedente gli avevo promesso una parmiggiana di melenzane. Mi metto quindi in cucina e gliela preparo. Mò non per dire, ma io so cucinare. Ieri vado da lui con figlio che poco se ne fotteva di dove stavamo andando. L'importante per lui era l'ascensore della metropolitana, come ogni volta che la prendiamo. Alessandro ci vivrebbe, negli ascensori. Fatta l'audiometria. Risultato: sente in maniera normalissima. 
Commento del pediatra: "Tu a chi ti dice questo o quello su tuo figlio, lo devi prendere culo e colletto e lo devi scaraventare da un quinto piano. Conosco questo bimbo da quando è nato e ti dico, senza falsa modestia, che se avesse avuto un problema me ne sarei accorto. Ieri ho compiuto 36 anni di clinica peditrica. Tra le mie mani sono passati 25.000 bambini. Belli come questo, ne avrò visti una decina ed è da verificare. Tuo figlio cresce benissimo, tu sei una mamma attenta che non trascura niente. Se Alessandro si estranea da una conversazione tra adulti, molto semplicemente, è perchè non gli interessa. Se non da confidenza, è perchè non ne vuole dare. E' tale e quale a te. Stai serena. Ti farò vedere che quando inizierà a parlare gli dovrai dire di stare un po' zitto perchè t'ha fatt' na capa tant!"
Io: "Quindi la visita neuropsichiatrica infantile è inutile?"
Lui: "Assolutamente sì. Vedi, un bimbo autistico (detto col tono di chi ti guarda e dice: "Perchè non ci pigliamo per il culo, tu lì vuoi andare a parare") è un bimbo che rifiuta il contatto fisico, che non incrocia la sguardo, che fissa il vuoto. Tuo figlio non è assolutamente così. E' orgoglioso, polemico, capatost', ma non autistico santoddio!"
Io (che intanto volavo letteralmente): "Quanto le devo?"
Lui: "Niente, te ne devi andare."
Io: "Ah, grazie. Allora mi porto pure la parmiggiana?"
Lui: "No, no! Quella la voglio, posa qua!"
Tornata a casa ho strappato le ricette, chiamato mio padre per fargli un'inenarrabile cazziata visto che stressa me e Ale circa il fatto che non parla ancora, mi sono seduta accanto al nano sul divano a guardare i cartoni. 
Fuori pioveva. 
E io mi godevo il mio piccolo mondo.

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1 commenti:

Raf Elez ha detto...

...e chissà cosa ti dirà il "nano", quando, a tempo debito, gli racconterai questa storiella! Un abbraccio ad entrambi!

 
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