martedì 6 gennaio 2015

Il gigante buono

C'era una volta un gigante buono. Non era come tutti i giganti che il mondo delle favole ha fino ad ora conosciuto, di quelli con il naso grosso e rosso, il pancione da vino, pochi capelli e il sorriso sempre stampato in faccia. Lui un panciotto da commendatore ce l'aveva pure, ma a suo favore aveva il fatto che camminava su quattro zampe anzichè su due gambe; non parlava e per questo non poteva dire tutte le cattiverie da cui gli esseri umani restano schiacciati; aveva una coda che agitava quando era felice e che alzava al cielo per dire a tutti che lui c'era. Aveva il muso umido, sempre pronto a regalare baci e amicizia anche a chi conosceva poco. Aveva occhi espressivi e con quelli, a suo modo, parlava. Il suo corpo era ricoperto di peli corti, cortissimi, come una pelle di un marrone rossiccio e un testone che mai gli avrebbe fatto fare qualcosa se non gli andava. Quindi era un gigante atipico, lontano dagli schemi fiabeschi. Eppure aveva un nome da fiaba, si chiamava Fauno. Come il dio dei boschi. Mai nome per lui fu più azzeccato, lui che amava boschi, alberi, campagne e stava sempre attento a non calpestare i fiori. Ma una cosa aveva in comune con quelli, umani o no, che convivono con una grossa stazza da trascinare ogni giorno in balìa del mondo: il cuore. Aveva un cuore bellissimo, puro, pronto alla goliardia, ma altrettanto attento alle esigenze di chi amava. Perchè lui viveva per chi amava, in maniera incondizionata. E se proprio gli si voleva far perdere la pazienza bisognava far soffrire la sua famiglia. Non viveva in un castello e non aveva uova d'oro da difendere, tuttavia si comportava come se fosse il guardiano del cuore dei suoi affetti. Mai del suo. Gli piaceva oltremodo dormire, ma questo non gli impediva di essere vigile. Sempre attento, pronto a mettersi da parte o ad esporsi con la stessa facilità. Era questione di cuore e lui quello ce l'aveva. Viveva con una ragazza che era vittima di un brutto incantesimo perpetrato da una strega cattiva. La strega, che odiava la fanciulla sin dal giorno della sua nascita, le aveva lanciato un maleficio: avrebbe amato gli animali sopra ogni altra cosa, finanche più di se stessa. Per tutta la vita. In un certo senso poteva sembrare una cosa bella vivere con quest'amore, e lo era. Tanti sorrisi, tante risate, tanti giorni vissuti con loro che avevano raccolto tutte le sue lascrime negli abbracci al tramonto, se non avesse avuto loro, non li avrebbe mai ricordati. Ma quando però succedeva che uno dei suoi amici volava sul ponte dell'arcobaleno, si palesava la maledizione: la ragazza soffriva in modo incosolabile. E nessuna delle ferite che la vita le aveva inferto in precdenza era paragonabile a quelle perdite. La govane, però, che riusciva anche ad avere una personalità forte e un carattere che poco si piegava ai voleri altrui, aveva accettato l'incantesimo e ci conviveva. Ed ogni molta che questo si manifestava le rubava un pezzetto di cuore, ma a lei importava poco. Continuava pedissequamente a credere che un giorno ci sarebbe stato chi le avrebbe impedito di soffrire ancora, chinando la testa davanti a un destino che lei non aveva scelto. Il gigante buono, Fauno, vegliava ogni giorno su quel cuore malandato, pieno di ferite. Cercava di sanarle e talvolta ci riusciva: gli bastava agitare la coda o parlarle con gli occhi o abbracciarla poggiandole il testone sulla spalla. Lei capiva e sorrideva. E ogni sorriso che Fauno riusciva a regalarle significava per lui sacrificare un pezzetto di cuore a beneficio di quello della fanciulla. L'accordo con la strega cattiva fu preso dal gigante buono tempo addietro: "Ogni volta che lei sorriderà per me, le regalerò un po' della mia vita. A beneficio della sua." "Ma in questo modo un giorno tu le dirai addio e bada bene che ad un accordo del genere non si torna indietro.", disse la strega. "Non m'importa", disse il gigante consumando la sua andatura buffa. "Non potrei sopportare di vedere il suo cuore spegnersi. Preferisco si consumi il mio, mi basta sapere che gli anni che ci sono ancora concessi insieme saranno speciali e che lei, alla fine, si ritroverà un cuore nuovo." "E sia", rispose la strega. Da allora il cane s'impegnò con tutta l'anima nel rendere i giorni insieme alla fanciulla speciali. E per rendere speciali dei giorni non ci vuole molto, basta farli diventare giorni da ricordare. Il cane questo lo sapeva. Gli uomini credono di essere destinati ad imprese inenarrabili, di dover fare chissà cosa per vivere una vita straordinaria. Invece basterebbe solo viverla con dignità; perchè puoi perdere tutto e tutto si riacquista, ma la dignità, una volta perduta, non torna più. Il gigante buono non era l'unico amico a quattro zampe della ragazza e lui conviveva con tutti, mettendoci tutta la giovialità possibile, ogni giorno. Anche quando nella vita della ragazza arrivò un prode cavaliere senza cavallo bianco, il cane li amò entrambi. Li difese quando necessario e consolò i loro dolori raccogliendone le lacrime. Le corse in spiaggia, i bagni nell'acqua cristallina di un mare lontano di primavera, le passeggiate in montagna, sono solo alcuni degli scenari in cui vanno incastonate tutte le gioie che il gigante buono e la fanciulla vissero insieme. Ma come in ogni incantesimo, cominciarono ad arrivare i segnali del varco che avrebbe portato il gigante a volare su un ponte immaginario lasciando la ragazza da sola. Grazie a lui il cuore di lei era tronfio, pieno come forse non lo era mai stato. Pieno di ricordi belli, tanto belli che li si poteva indossare. Ma il cuore del cane era diventato pieno di segni, graffi, croste, sanguinante. E in più occasioni la ragazza si era ritrovata a medicargli le ferite, a sanare con amore i silenziosi lamenti del suo più grande amico. Lo scambio, un giorno, giunse al termine. Ma il gigante buono, anche se sentiva che ormai erano pochi i giorni che lo legavano a questa vita e viveva ormai di ricordi, non aveva rimpianti. Gli esseri umani, però, stentano sempre un po' a capire cosa gli accade intorno e per quanto buona la fanciulla fosse, non si era accorta per tempo dell'accordo che il gigante buono aveva stipulato con la strega cattiva. Vide che Fauno soffriva e si prodigava giorno e notte affinchè le sofferenze del suo grosso amico cessassero. Invano. L'ultima volta che l'ha abbracciato è stato il giorno in cui il cuore acciaccato del gigante ha smesso di battere. Ed è forse stato in quell'abbraccio infinito che lei ha sentito la vita scivolarle dalle dita. Alla notizia della morte ha reagito come non credeva mai sarebbe accaduto, strillando tutto il dolore che le lacerava il petto e battendo i pugni sulle spalle del cavaliere che, suo malgrado, aveva tenuto la testa di Fauno accompagnandolo con le carezze fino all'ultimo respiro. Ora Fauno è un fiore, un cuore buono come il suo solo un fiore sarebbe potuto diventare. La ragazza non seppe mai del patto tra la strega cattiva e il gigante buono, ma prega sempre tutti di non calpestare i fiori.

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