lunedì 18 agosto 2014

Il destino triste degli emotivi


Sera fresca. 
Aldilà delle aspettative poca gente.
Tavolo prenotato, cognome scritto su un bigliettino adagiato sulla tovaglia di carta.
Due bicchieri capovolti, di quelli grandi e pesanti, che quando bevi ti danno soddisfazione. Un piccolo fiore al centro del tavolo, due sedie di legno. La comodità è un fatto empirico e a tratti del tutto personale. 
"Ma ti sei messa i tacchi per mettermi in imbarazzo?"
"No, perchè non sapevo qui chi avrei potuto incontrare."
"E ti sei truccata sempre per lo stesso motivo..."
"Embè."
Una volta seduti ci siamo guardati attorno per squadrare i presenti.
Lui guarda oltre le mie spalle e dice: "Stasera mi piace il fucsia."
Mi giro e la vedo. Tutta tirata, tacco 12, chignon, orecchini lampadario, golfino bianco e tubino fucsia. Corto. Coscia magra e abbronzata. Obiettivamente un bel culo. 
"Te la presento?"
"Perchè la conosci?" Ci casca sempre.
"No, ma che ci vuole? Scusaaa!"
"Zitta, cretina!"
"Non sei buono. Per questo sei ancora single."
"Ma il paffolo?"
"Dorme. Sotto controllo, ma dorme."
La tipa passa per raggiungere il suo tavolo sotto braccio al credomarito e lui, discreto com'è, neanche si gira per continuare a guardarla. 
"Fossi stata al tuo posto mi sarei fatta avanti."
"Ma è anche il tuo tipo?"
"Non stasera."
Arriva la cameriera. Lesbica. Motivo per cui sono stata messa in croce.
"Ordiniamo?"
"Vabbè, dai. Ordiniamo noi. Mica tu. O vuoi sederti con noi?"
Io con la mano in fronte.
Quando sa che la situazione è innoqua il cretino con le femmine lo fa eccome.
Due margherite e due peroni.
"Senti, ma questo mio amico mi ha detto che l'ultima volta che è stato qui la pizza è arrivata dopo un'ora e mezza. Stasera vorremmo vedere di essere un pelo più celeri?"
"Aspetta Terè, ma un pelo mio o tuo? No, perchè c'è differenza."
Lo guardo e non rispondo.
La ragazza mi sorride, prende i menù e riabbraccia imbarazzata la croce del suo lavoro.
Brindisi e primo sorso di birra.
Silenzio.
Mi guardo intorno e per quanto sono tirate alcune, nonostante i tacchi, mi sento una stracciona. Poi mi ricordo che in effetti ci sto con le pezze al culo, quindi sguazzo nel disagio senza problemi.
Accendo una sigaretta. Lui non fuma più.
"Allora. Novità?"
Quando mi fa questa domanda lo strangolerei.
C'è una cosa in particolare che vuole sapere. Delle altre se ne sbatte la lampo o quasi, ma non la chiede.
Aspetta che sia io a raccontargliela. Discrezione, direte voi.
Cazzimma, dico io.
"No, nessuna."
Mi guarda col capo leggermente chino sul mento e gli occhiali storti, come a dire: "Dai dillo."
"No, veramente. Niente di nuovo."
"Tu stai in ferie?"
"Fino al 25."
Silenzio.
La cameriera serve il tavolo accanto al nostro e lui se ne esce con delle volgarità che è meglio non riportare. 
"Ma dai, non ti piace?"
"No."
"Tu le piaci, che peccato."
"Oh, ma so' cazz' tuoje?"
Risata. 
Mi guarda un'altra volta in trepidante attesa.
Con la bocca resta zitto, ma gli occhi dicono: "Io lo so che qualche cosa c'è e non me lo dici, però vedi? Io non te lo chiedo. Ma voglio sapere. Dai dillo. E dai, e dai, e dai."
"Nulla di rilevante, comunque."
Non prende la palla al balzo, fa una cosa tipo mettere l'arbitro in panchina e tirare da solo un calcio di rigore a campo vuoto. Ovviamente nella rete avversaria: "Gliel'hai detto, eh?"
Gli sorrido con gli occhi. Non gli ho mai nascosto niente, del resto sarebbe stato pressocchè impossibile.
"Mai hai rinsecchito le mani..."
"Sono dimagrita un po'."
"Allora? Che è successo?"
"Nulla."
"Come nulla."
"Nulla. Scusa, ma che doveva succedere?"
"Non lo so, qualcosa."
"Inviti in genere, ma cose che logisticamente non sarebbero state fattibili. Poi tu ben sai che periodo di merda è questo per me, sotto tutti i punti di vista."
"Sì, lo so. Ma se non ti sciogli un po' che cazzo gliel'hai detto a fare?"
"Onestà intellettuale."
"E te la chiavi nel culo."
Arrivano le pizze, ma non cambiamo argomento. Con l'aggravante che etrambi odiamo mangiare in silenzio, quindi vi lascio immaginare.
Primo morso. Mi macchio, che ve lo dico a fare.
Bestemmie a cristi, sant'anne e madonne.
"Ma dai, tra un paio d'anni andranno via. Dicevamo?"
"Non dicevamo niente."
"..."
"..."
"Ma magari potrebbe essere una cosa bella, no?"
"Ma certamente lo è. Però intanto è sparito."
Espressione interrogativa, occhi sgranati.
"..."
"..."
"Ma magari ha da fare, un impegno, un cazzo che ti rigira..."
"Certo. Con i capelli rossi e gli occhi verdi. Dai Robè, svegliati."
"Ma de che?"
"Voi maschi se sparite avete sempre un nome e cognome, come motivo.
Se poi ci aggiungi il fatto che talvolta basta un'altra persona che vi schiocca le dita in faccia e voi correte a fare i cagnolini, al mio paese due più due fa quattro."
"E quindi adesso che farai?"
"Niente. Lascio correre. E faccio finta che è stato tutto un gioco. Mi dico che nel mentre ho vissuto d'illusioni e va bene così."
Lui scuote la testa. Io faccio spallucce.
"Scusa, ma che cazzo dovrei fare secondo te? Posso mai forzare? Il fatto sai qual è? Se un uomo ti vuole non ci stanno santi. Fa di tutto, anche a costo di rompere il cazzo. E non si capacita quando tu lo respingi. Se sei tu che lo vuoi lui fa marcia indietro. Si spaventa, forse. Magari è questo quello che è successo."
"Cioè, ma nemmeno una mail?"
"No."
Finisce la pizza. Fissiamo entrambi il piatto vuoto.
Sigaretta, ultimo sorso di birra.
"Lo prendi il caffè?"
"E' stato un po' come se mi avesse abbandonata un'altra volta.  Ti va di fare quattro passi?"
Lui annuisce. Paghiamo il conto e ci alziamo.
Camminiamo con l'aria della sera che ci accarezza il viso. Poche stelle, troppa luce.
E' serio, non si da pace. Ha l'andatura incazzata. Si sentono i fuochi d'artificio. Che poi che cacchio avranno da festeggiare di continuo d'estate io proprio non lo so. 
A un certo punto sbotta: "No, ma io non capisco."
Mi passo le mani sulla faccia, stanca: "Neanch'io. E tu ben sai che non mi piace non capire. Però se ci pensi non è che posso biasimarlo più di tanto. Se uno ha un'altra persona nella testa, punto. Evidentemente è bastato davvero uno schiocco di dita. Hai voglia a dirmi che non sarei stata un ripiego o un chiodo scaccia chiodo. Me ne strafotto di una stella cadente se mi devi prendere in giro, ti pare?"
"..."
"..."
"Noi sensibili conviviamo con una condanna a morte. Vuoi o non vuoi abbiamo un destino un po' triste. Ci sanguina spesso il cuore e il callo non lo fa mai. Pensiamo che la nostra emotività sia basilare e viviamo in funzione di essa. Poi nella vita capita qualche stronzo e allora inziamo a costruire una corazza. E ci dicono che abbiamo un carattere di merda. Cioè non sono stati loro a ferirci, siamo stati noi ad avere dato peso alle parole, alle azioni, alle persone. La verità è che dovremmo essere più superficiali. Ma questo non è possibile, non saremmo più i sensibili del cazzo che piangono la sera, prima di andare a dormire. Che mascherano uno stato d'animo pur ritrovandoselo sulla bocca dello stomaco ogni giorno. E allora che fai quando ti capita l'ennesima merdata? Ci resti male, come sempre. Ingoi fiele e giri la faccia. Il bello però è che, almeno, non viviamo disincantati. Pensiamo sempre che tutta questa sensibilità verrà premiata, inconsciamente. E in effetti accade, ogni giorno. Con un sorriso ricambiato, un abbraccio, una carezza, un complimento. Anche se poi basta poco per buttarci sangue sopra. Ed è sempre il nostro."
"Manca meno di un mese."
"Eh già."
"Dopodichè?"
"Sarò nelle mani di gesùcristo. E neanche sono cattolica. Peccato che la mia emotività non è una casa. [Pausa] Però se ci pensi lo è. Ha il tetto di vetro e quando mi stendo per dormire vedo solo quello che preferisco vedere."


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1 commenti:

Raf Elez ha detto...

Bel racconto, ci è piaciuto. Soprattutto il modo con cui la "tensione" sale gradualmente fino al monologo finale. Su cui sono d'accordo quasi su tutto, tranne il "non vivere in modo disincantato": si impara - dolorosamente - a tenere a debita distanza l' "incanto"; e la distanza aumenta, inutile dirlo, con ogni sofferenza ricevuta.

Un abbraccio.

 
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