mercoledì 5 marzo 2014

Cose che non si dicono

No, non insistete. Non vi racconterò di ieri sera, quando ho deciso che anche mio figlio avrebbe dovuto avere un ricordo del primo carnevale vissuto e quindi ho sporcato un po' la sua salopette in jeans di farina e visto tre volte un tutorial su youtube per imparare a fare il cappello da fravecatore, che gliel'ho messo in testa, recuperato un vecchio pennello e che lo abbiamo riempito di foto. Non vi racconterò che questo blog a gennaio ha compiuto tre anni, che è arrivato nella mia vita in una serata buia e tempestosa e noiosa, che gli voglio bene e che ora manco ho più il tempo di aggiornarlo. Non vi dirò che con gli affetti si sbaglia, che talvolta si cresce pensando che una determinata persona sia solo un pilastro imprescindibile della propria vita, un fulcro che non crollerà mai e invece è proprio quella persona che ha fatto di tutto per scaricare su di te le proprie frustrazioni, i propri dubbi, alimentando odio nei confronti di altre persone. Facendoti mangiare pasta e fiele, perché il fiele era parte integrante del suo essere. Essere che non sopportava e quindi vomitava su di te, tentando di farti diventare una piccola se stessa per osservarsi da fuori. Non vi dirò che io per prima ho sbagliato. Ho creduto per anni che il bianco fosse nero, senza accorgermi che il grigio era accanto a me e che dall'altra parte c'era un bel celeste acceso. Non vi dirò che a certe cose ci si arriva tardi, ad altre solo quando si diventa genitori. E neanche vi dirò che un genitore merita rispetto solo perché è tale e che, invece, si tratta un valore che va guadagnato col sudore e la forza del cuore ancor più se lo vorresti da tuo figlio. Non scriverò che col tempo quel celeste si è fatto strada, che mi ha fatto aprire gli occhi, che ora ha un suo preciso ruolo nella mia vita e in quella di un altra piccola persona che lo guarda e sorride. Che non è invadente, non pretende, che sta con le pezze al culo eppure mi propone aiuto incondizionato. Che se gli dico: "Papà lo sai che tizia e caia manco una telefonata", risponde: "Ma te l'aspettavi?" "No." "E allora?". Neanche dirò che invece il grigio diventa nero ogni giorno che passa, che crede di essere un mio surrogato, sicura di conoscere il mio bimbo meglio di me, sapiente nella sua totale ignoranza, che è convinta mio figlio sia un bambolotto col quale giocare quando ne ha voglia. Anche se il piccolo sta mangiando o ha sonno. Che se ne frega se hai i tuoi guai, il tuo quotidiano, le bollette da pagare e il lavoro che sobbalza: se hai bisogno tu devi esserci. "Perché me lo devi, io ti ho cresciuta!" Che è impossibile farle capire che se si vuole rispetto, bisogna innanzitutto darne. Che se immagino il giorno in cui non ci sarà più non mi sento devastata come quando immagino di perdere mio padre. Non scriverò di quando ero bambina e lei non faceva che parlarmi male di lui, che per quanto mi sforzi i ricordi belli legati a lei sono davvero pochi. Che ragiona come se tutto le fosse dovuto, che non sa fare la nonna, che dice: "È come se fosse anche figlio mio!" con l'aria saccente di chi in realtà non sa un cazzo; che l'amo immensamente, che fare il genitore è un lavoro duro, ma spero tanto, con tutto il mio cuore davvero, di non essere mai per il mio bambino una madre come lei.

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