giovedì 11 ottobre 2012

I ricordi e la polvere

Ti ricordi quando ti dissi che ero stanca e tu mi prendesti la testa tra i sogni, per farla riposare?
Non sono mai più riuscita ad apprezzare lo stupore dell'incapacità di dormire.
E ti ricordi quando andammo nella pace della montagna, ad ascoltare suoni sconosciuti alle città rumorose, alla gente presa da se stessa? Raccolsi un fiore. E tutt'ora mi fa da tenda tra la luce delle parole di un libro e il mondo esterno e saccente.
E poi quando corsi per venire a guardarti una volta soltanto, te lo ricordi?
Ebbi il cuore in gola che batteva talmente forte da farmi avere quasi paura di morire.
Di tutte le speranze spese a perdifiato, come gambe veloci l'una davanti all'altra. Tutte le illusioni, i sogni ad occhi aperti di cui abbiamo riso davanti a un bicchiere di desideri.
Forse neanche questo riesci a ricordare.
E ti ricordi quando mi regalasti la tua musica, in un cesto fatto di nodi e scampoli di vita passata?
Lo conservo in una stanza buia, perchè alle cose davvero belle la luce non è necessaria.
Quando mi hai abbracciata, stretta tanto da darmi tutta l'aria che mi è necessaria, te lo ricordi?
Non ho più respirato a fondo, mai più avuto così tanta vita nei polmoni.
Quando abbiamo vissuto una vita di fragole, fiori e trasparenze d'acqua, tu non c'eri.
Il mio cuore era solo, un avido, audace sognatore che combatteva contro silenzi reali e insopportabili.
La mia anima gli somiglia.
E allora io costruisco un castello di ricordi inesistenti, anche troppo grande per me sola.
Quando è sera e mi rifugio nella sua stanza più piccola, ci sono tutte le parole che non ti ho detto a farmi compagnia, a parlare con me con la voce del mio cuore.
Mentre il coraggio, il mio, vecchio e stanco, sbuffa sotto la sua morbida barba bianca e mi guarda con la coda dell'occhio.
Il coraggio che non hai il coraggio di esercitare, non da mai soddisfazione.
È arrabbiato, deluso. Io mi vergogno ogni sera. Tutte le volte che lui c'è quando parlo con le pareti di casa fingendo sia il tuo petto, o tutte le volte che le parole si bloccano in un rigurgito di cuore, in un sospiro nervoso di egoismo.
Poi arriva la paura che m'interrompe i sogni. È ben vestita e ha la faccia arcigna e sempre giovane. Ride, mi fissa con impertinenza. M'innervosisce. Ma a lei i miei sogni non piacciono e l'unico modo che ho per cacciarla via è ovattarmi in ricordi che non ho, ma ho saputo costruire dal niente.
È solo in quel brevissimo istante che il coraggio mi guarda felice, perché ho dimostrato la sua concretezza.
La paura va via stizzita, ma sappiamo entrambe che ritornerà ogni volta che non avrò fegato di dirti che sei qui con me, anche ora, che sei lontano.

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5 commenti:

Stefano ha detto...

Costruire i ricordi è una delle arti più importanti. Simile a quello che fanno i vincenti con la storia, credo che sia il modo migliore per vincere le battaglie che non sono finite nella stessa direzione dei desideri.

Giovanni ha detto...


Di ritorno dal mondo dei vivi, ho fatto un giro (l'ennesimo) per le tue immagini. E mi ritrovo, forse come un bambino, al colmo dell'emozione: lascio che straripi e trovi il largo negli spazi della commozione. Siamo in due allora: quest'Io amaro e complice e il mio diletto, bambino e umile, il mio diletto sfrontato, impertinente. Abbiamo fatto un giro per le tue immagini forse per capire come è fatto, i colori che ha, se ha una testa e se gli giri come trottola o banderuola schiava strali del vento. Siamo in due tra le tue immagini. Siamo due umani, un adulto e un bambino, riassunti in un corpo d'uomo.

Rib ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Rib ha detto...

Il titolo mi ha fatto subito venire in mente Fante. Ask the dust.
Quanto male ci facciamo. Anch'io vado , non so neppure perchè, a cercare le cicatrici per vedere se sono chiuse. Per controllare ci passo sale.
La scorsa settimana, ho voluto testare il livello di guarigione. Mi sono messo davanti allo schermo, in attesa di vederla comparire. Alla fine è giunta. Poi , per non farmi mancare nulla, le ho mandato un sms con i complimenti. Mi ha risposto, "una piccola parte", più altre inutilità. La fortuna di avere amato una persona che è più difficile evitare o, vedendola al contrario, è più facile trovare. Che fare? Sono guarito. Non mi interessa più, ma ce ne è voluto. Poi gli oggetti, i ricordi, i gesti. Basta un suono, un colore, odore, una particolare luce. Passa. Passerà tutto. Non c'è cura all'amore, se non il tempo. Come se amare fosse una malattia. No.
Citando Proust.
"E comprendevo l'imposibilità contro la quale urta l'amore. Noi ci raffiguriamo che esso abbia come oggetto un essere che può star coricato davanti a noi, chiuso in un corpo. Ahimè! L'amore è estensione di tale essere a tutti i punti dello spazio e del tempo che ha occupati e occuperà."
Io, di mio, ho disimparato ad amare. Non volendo.
Un grande affare. Si fa per dire.

eddi eugenio Ghizzo ha detto...

mi piace... immagini tinte con colore d'emozione... lo intendo come se ciò che edifichi nel ricordo sia via ripercorribile...

 
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