sabato 6 ottobre 2012

Cinquanta sputacchiate di Gigi - Parte prima

Questa è una storia semplice. Che va raccontata non per spiegare qualcosa, ma solo perché ci sono storie che come nascono, così vanno scritte. Quest'ultima frase mi fa seriamente sospettare della malvagità del mio sistema nervoso, ma scriviamo lo stesso. Così magari capisco che sono ancora mentalmente sana. O mi rassegno definitivamente all'assenza di me stessa. 

Come in ogni storia, c'è un protagonista. Il nostro si chiama Gigi. Luigi Francesco Gennaro Stantuffo, nato a Napoli, milite esente, automunito. Ma tutti lo chiamano Gigi. Non Giggì o Giggino. Gigi perché ce lo chiamava la buonanima di sua mamma, passata all'altro mondo quando il ragazzo aveva appena vent'anni compiuti. Chi si è permesso di chiamarlo Francesco si è ritrovato a gridare il suo nome per strada senza vederlo girarsi. Gigi è un soprannome a cui è troppo abituato, ne è meccanicamente sopraffatto. Un po' come quando ti chiami Massimo o Paolo, ma per tutti gli amici sei pesce d'oro e allora neanche tu, poi, ti ricordi più come ti chiami. Quindi non chiamatelo mai Luigi che manco capisce che state parlando con lui. Fa l'impiegato postale da 15 anni (adesso ne ha 35), ha avuto una fidanzata, la stessa, per 16 anni, che l'ha lasciato appena sei mesi fa perché diceva che non era speciale. Diceva che voleva di più, che voleva un uomo che sapesse cogliere le sfumature dell'anima, tutte le indecisioni del cuore. E che, soprattutto, riuscisse ad anticipare i suoi pensieri. Gigi non ha mai ben capito i motivi della loro separazione, ma si è adattato camaleonticamente agli eventi. Nonostante quella sia stata la donna del primo bacio, del primo sesso, la moglie mancata. Chè poi lo sanno tutti, dopo tutto quel tempo o ti sposi o ti lasci. E loro si sono lasciati. All'inizio per Gigi non è stato facile abituarsi all'assenza, vedeva lei ovunque come un automa. Sentiva la sua mancanza quando vedeva i piatti sporchi nel lavandino o l'ultimo rotolo di carta igienica finire quando non avrebbe dovuto, per ricordarsi improvvisamente che era l'ultimo. Si ritrovava spesso da solo a casa, a rimuginare sulla poltrona di fronte la televisione, a farsi venire l'ulcera quando riusciva a seguire Ballarò, a chiedersi dove aveva sbagliato se la macchia di sugo non veniva via dalla maglietta. Ma non è che se ne faceva un tormento. Voleva semplicemente capire. E trovare una scusa per cominciare la dieta, visto che nell'arco dei primi quattro mesi (complici le lasagne surgelate, amiche di cene disorganizzate) era ingrassato una cosa tipo quindici chili. Eppure aveva cercato di trattenerla, Silvana. Di dirle che avrebbe cercato di essere più acuto, di esserci di più. Ma a lei non bastava mai. Cos'era rimasto, a Gigi, di quella storia durata praticamente mezza vita? Un po' di foto delle loro estati in Calabria, libri mai letti, Cd consumati, qualche camicia smacchiata, calzini bucati nei cassetti e tanti colletti ingialliti dalla mancanza di esperienza. Nonostante tutti i dubbi però non si è mai pianto addosso, ha continuato a vivere la sua vita. Alzarsi ogni giorno e andare a lavorare alla posta. Qualche volta si concedeva una partita a calcetto con i colleghi, si lasciava sfottere con autoironia e tentava di essere sempre gentile col pubblico. Di Silvana, ormai, non aveva più notizie. C'era chi diceva che era scappata alle Bahamas con un tizio pieno di soldi, chi diceva che era incinta di un povero cassintegrato della Fiat e chi mormorava che si era rifugiata tra le monache di Santa Geltrude. Ma a lui non interessava sapere della vita della sua ex da terzi. Il suo numero era sempre lo stesso da anni, quindi se lei avesse voluto parlargli, avrebbe saputo come e dove rintracciarlo. Ogni tanto sì, a lei ci pensava. Ma, del resto, è difficile riuscire a non farlo di colpo, dopo tanti anni assieme. Quando gli amici comuni ti vedono e magari girano faccia perchè hanno deciso di frequentare ancora lei e non te. O t'incontrano e ti chiedono di lei, pur sapendo che vi siete lasciati. Una cosa buona dalla fine della storia, però, l'aveva ottenuta: poteva ruttare in libertà, dopo la birra. Grattarsi le chiappe quando gli pareva, uscire sul balcone anche con le mutande macchiate davanti, tornare a casa dalla partita di calcetto coi colleghi e non svuotare immediatamente il borsone, con la speranza di coltivarci dentro vermi che l'avrebbero aiutato, un giorno, a diventare un talent conosciuto in tutto il mondo per aver allevato potenziali anaconde. Aveva guadagnato un bel margine di libertà, e l'apprezzava. Eppure, il profumo di donna, in casa, mancava. Anche perché era stato sostituito dalla puzza di cesso a causa del malfunzionamento della colonna fecale del palazzo, cosa per la quale Silvana aveva sempre lottato furiosamente con l'amministratore alle riunioni di condominio. Un giorno solo, pianse. Quando il Giacomo, il ragazzo che abitava sul suo stesso pianerottolo ma di fronte, si sposò. Gigi stava uscendo per andare a lavorare e lo incrociò che si sistemava il vestito fuori la porta, intento a scendere per raggiungere la sua futura moglie. A quel punto ritornò in casa e non riuscì a trattenersi, pianse mentre era nascosto dietro la porta. Come quando ci poggi le spalle, ma ti pare che il mondo ti sta cadendo addosso. Prese il cellulare, compose #31# per anonimizzare il numero, e chiamò Silvana. Al quarto squillo che lei non rispondeva, lui già cominciava a darle della cagna-troia-puttana-bagascia (pendete fiato). Quando però sentì la sua voce non ce la fece, a parlarle. Ma neanche riagganciò. La scena era questa: lui in piedi dietro la porta a sentirsi sulle spalle tutti gli anni passati e, nello stomaco, tutti gli gnocchi di quattro salti in padella della sera prima, e lei intenta a trattenere il telefono tra collo e spalla mentre spalmava la Nutella sulla fetta biscottata, col nuovo compagno di fronte e il giornale sul tavolo. Tra il caffè e lo zucchero. Riagganciò lei, facendo spallucce. L'appartamento di fronte a quello di Gigi fu messo in affitto e la prima cosa che lui vedeva quando la mattina usciva di casa era quel cartello bianco e rosso sulla porta, su cui era scritto: "Fittasi appartamento, 80 mq, classe energentica A, luminoso con dopi servizzi (due bagni). Chiamare ore pasti." Non che Gigi fosse un cultore della grammatica, ma aveva sempre cercato di dare un senso al diploma in ragioneria e all'otto in italiano che si era sudato l'ultimo anno. Quel dopi servizi gli faceva drizzare i peli tutti i giorni, ogni mattina non poteva fare a meno di buttarci l'occhio. Un po' come quando vedi una cosa schifosa, sai che lo è, ma non puoi fare a meno di guardarla. Come se, fissandole, quelle lettere, potessero mettersi a posto da sole. Una sera, preso dalla disperazione e dalla noia apatica che gli faceva venire Giacobbo parlando del mistero dell'isola di Pasqua, uscì sul pianerottolo e strappò il cartello dalla porta. Sorrise soddisfatto quando rientrò in casa, convinto che la mattina seguente non si sarebbe dovuto concentrare su quello scempio. Ma soltanto sul colore marrone e uniforme della porta dell'appartamento di fronte. Tanto che anche il caffè sorseggiato il giorno dopo pareva avesse un sapore diverso. Eppure era sempre lo stesso, la stessa quantità, la stessa marca, la stessa moka. Quella comprata con Silvana dall'emporio in fondo alla strada. Aperta la porta di casa, la sorpresa. Lo stesso cartello era di nuovo fissato alla porta. Gli stessi colori, gli stessi errori. Scritto nella stessa maniera. Una bella bestemmia con lo stomaco venne interrotta dalla portiera, che si prendeva la briga - ma Gigi non lo sapeva - di sorvegliare la porta e far visionare l'appartamento ai potenziali affittuari. E aveva anche comprato cinque o sei cartelli affittasi uguali, scritti tutti insieme. Quindi identici l'un l'altro. 

"Neh Stantuffo, ditemi una cosa.", disse la portiera con la sua solita aria supponente e sospettosa.
"Stanotte è scomparso il cartello da faccia alla porta della casa di fronte alla vostra. Voi avete visto qualcuno?"
Ora il concetto è semplice: se era notte - pensò Gigi - io stavo in casa mia con la porta chiusa. O magari già dormivo. Non è che mi metto abituale sul pianerottolo a parlare con le macchie di muffa. A questo punto ancora non ci sono arrivato. Ma che sfaccimma di chi ti è morto mi vai chiedendo, con quelle braccia nei fianchi e gli occhi semi chiusi? Che vuoi dire, che sono stato io?
"No, signora. Non ho visto nessuno."
La portiera lo guardò dall'alto del suo metro e cinquanta, digrignando i denti a mò di sorriso sforzato. Lui intraprese le scale andando incontro ad un'altra meccanica giornata, durante la quale, sicuramente, avrebbe odiato tutti gli appartamenti liberi a seguito di matrimonio e messi in affitto.

Share/Bookmark

4 commenti:

Maurizio De Santis ha detto...

Scorrevole, ironico, mai banale. Uno spaccato di vita quotidiana che si evolve di continuo, nonostante tutto. Insomma, mi piace.

eddi eugenio Ghizzo ha detto...

...quando parte l'altra parte...così permette un parere di...parte...

Giovanni ha detto...

Scrivo controvento; postazione improvvisata.
Le mani lottano a tenere solidali i fogli al tavolino. Potresti essermi seduta di fianco, le pagine nella mano, a fissare nei prodigi della carta la danza sfrontata della vita al vento, e chiedermi se vale la pena continuare ad immortalare per tutta la durata del giorno. Sì, ti direi, resta qui, permani fissa nella tua opera, ti seguo. Stammi accanto, ti direi. Tu e la tua appendice siatemi vicine in questo pomeriggio pieno di sole, strette nella inattesa dolcezza che ci inchioda come per incanto al tavolino bisunto d'un bar di provincia.

Anonimo ha detto...

Ma sto ghizzo, che pensa d'esse così prezioso che su tuitter se chiude in cassaforte, le cazzate le libera tutte qui ? Sicuramente te serve a qualche cosa delle tue, sennò nun se spiega. Perchè de paraculate ne dici tante a gente sincera ma che nun te serve a gnente.Se lo reggi ancora è perchè ce fai un guadagno.

 
;