martedì 24 gennaio 2012

Ma la l'aura è una cosa che si mangia?

A parte il fatto che chiamarti per cognome mi crea un certo imbarazzo. 
Vedi, caro Martone, a Napoli, il tuo cognome, richiama una serie di negozi che vende abbigliamento per bambini e dove qualche persona che conosco (adulti di 150 cm circa), si veste abitualmente. Sono persone adorabili, con le quali non mi è mai capitato di avere uno screzio o un disappunto di qualsiasi genere. Un'intera famiglia di corti. Padre, madre e figli. Padri e madri a loro volta di altri esseri lillipuziani. Non ti secca mica se te ne parlo, eh? 
Tu sei certamente un uomo aperto al dialogo, al confronto. Del resto ce l'ha detto l'Espresso proprio oggi che anche tu hai un blog, sul quale hai raccontato di essere diventato ministro inviando semplicemente un curriculum. 
'Mmazza, che culo! Io ne ho inviati tanti. Di curriculum, dico. E l'unica risposta che sono riuscita ad ottenere - quando è arrivata, chè talvolta manco mi hanno cagata di striscio - è stata: "Le faremo sapere". 
E invece tu hai mantenuto alta la bandiera del chifadasèfacolprofessorPersiani.
L'unico Persiani che conosce mio padre è quello che lava i cessi al centro direzionale insieme a lui. Tu pensa quanto sono sfigata ad essere la figlia di un semplice operaio, che lavora ormai da mesi con lo stipendio ridotto, ma che può dire a testa alta che non sa cosa sia una raccomandazione. 
No, caro. Non sto certo insinuando che tu sei un raccomandato...che c'entra... 
E' solo che mi piace celebrare Giggino. Lui si è diplomato come perito elettronico e, all'epoca, quando eri uscito con la canna in mano dal Casanova, non potevi fare altro che trovare un radiotecnico che t'insegnasse il mestiere. Per poi cominciare a lavorare e portare i soldi a casa. Dell'università non se ne parlava, quando in casa eravate 5 figli, una madre poliomelitica e un padre che non c'era mai perchè imbarcava. Embè, anche mio padre lo fece. Trovò un radiotecnico e ogni mattina sperava di riuscire a imparare qualcosa. Ma i tempi erano duri già allora e, se un radiotecnico insegnava a un ragazzo come riparare un televisore, alimentava la concorrenza. Quindi si guardavano bene, dal farlo. L'unica promozione che mio padre è riuscito ad avere è stato passare dallo spazzare il pavimento del laboratorio al consegnare le televisioni a casa della gente. Si caricava la Tv in spalla e andava. No, soldi non ne prendeva. L'accordo era semplice: "Io t'insegno la fatica e tu, intanto, ti fai schiavizzare." Fino al giorno in cui, Giggino, non si è rotto il cazzo, ha scassato una radio in testa al masto e l'ha mandato sonoramente a fanculo. A quel punto s'è dovuto adattare a fare i lavori più umili pur di essere pagato. Intanto il tempo passava e ha superato abbondantemente i 28 anni quando si è ritrovato da una ditta all'altra, con lo scopettone in mano. Adesso lavora al centro direzionale. Ma la carriera l'ha fatta. E' diventato caposquadra, eh. Mica cotica! Però sai cosa? Non mi ha mai detto di sentirsi uno sfigato. Nè un fallito. Perchè mi ha sempre insegnato ad accontentarsi di ciò che si è, ad apprezzarsi in qualche modo. Anche oggi è così. L'insegnamento del lavoro va a braccetto con la schiavizzazione dell'individuo. No, non sto scherzando. E non ti colpevolizzo, sia chiaro. Tu vivi in un mondo tutto tuo, fatto di grandi cognomi, champagne e caviale a colazione, con un papà giudice. L'unico giudizio che può dare il mio, di padre, è se una scrivania necessita o meno di essere spolverata. E anche quando quel lavoro l'hai imparato ed è arrivato il momento dell'agognata e sudata assunzione (chè la gavetta l'hai fatta in nero, che te lo dico affare...) e invece ti hanno salutato nel migliore dei casi con una stretta di mano e tante mortiate alle spalle, ancora ti vogliono, ancora ti cercano. Per farti lavorare gratis. Per la gloria, dicono. Martò, ma tu che sei abituato a piatti elaborati...ma la gloria, che è? Un tipo di sushi? Ma si mangia? Ma te lo riempie il piatto? Ci pensa lei a mantenere tua madre con un tot mensile, visto che non lavora da due anni e mezzo? Te li compra lei calzini e mutande? La gloria che conosco io, no. E' fantasia. Come quella che un povero cristo mette in mezzo a un tozzo di pane, perchè non ha altro per farcirlo. Ed è quando ti ritrovi in una situazione del genere che pensi: "E mò? Avevo investito me stessa in un sogno. Adesso 'cazzo faccio?" Ti rimbocchi le maniche, allora. Ti butti a fare i lavori più disparati, ad avere a che fare con la più variegata umanità. Ti adatti camaleonticamente a qualsiasi situazione e decidi di partecipare al Guinness World Record per stabilire se il fegato più ingrossato al mondo è il tuo. Nonostante questo non ti senti una sfigata. Anche se la laurea l'hai accantonata per cause di forza maggiore. In sostanza: o pensavi a lavorare, o pensavi a studiare. Per un bel periodo di tempo (più o meno da quando avevo 14 anni) ho fatto ambedue le cose. E anche con risultati soddisfacenti, la verità. Ma quando decidi di abbandonare il tetto sotto il quale sei nato anche per levare un peso dalle spalle dei tuoi genitori e pensi che sia arrivato il momento di fare da sola, hai compiuto una scelta. E da scelta, nasce scelta. Ti ritrovi a un punto che o paghi l'affitto o i libri dell'università. Fotocopiarli non puoi e neanche ti devi azzardare a pensarlo. Perchè nella stragrande maggioranza dei casi, l'autore del tomo dell'esame, è il professore stesso. O un suo amico. E se ti presenti con le pagine fotocopiate, quello è capace pure di bocciarti così, senza neanche averti fatto una domanda. E quando ti sei laureata, prima o dopo i 28 anni, cosa è cambiato? Conosco gente che mi dice di aver appeso la laurea alla parete del cesso, di fronte al water. E che è utile per combattere i periodi di stitichezza. Ho sentito parlare di ricercatori laureati da quando avevano una cosa tipo 23 anni e che ora lavoricchiano per 500 Euro scarsi al mese. Ho conosciuto un ragazzo che tutt'ora lavora come collaboratore in una scuola. Laureato in Lettere e Filosofia in tempo da record, ma che comunque s'arrangia per motivi che tu certamente ben conosci. Mi fa strano leggere quel che hai detto. Ma poi penso di nuovo che vivi nel tuo mondo, che non è la mia Italia. E allora...
Tornando al tuo cognome, che mentre ti scrivevo mi rimbalzava in testa come una pallina di gomma, ho ripensato alle persone di cui ti ho parlato all'inizio. I nani, per capirci. Nessuno di loro è laureato. Anzi, per dirla tutta solo una figlia ha un diploma e fa tutt'ora l'infermiera all'ospedale Cardarelli. Non hanno avuto modo, di laurearsi. Nè credo abbiamo mai avuto intenzione di farlo. Quando il padre (che per comodità chiameremo caponano) era giovane, si svegliava ogni mattina alle 5.00 per andare a scaricare i camion al mercato di Antignano. E doveva pure far presto perchè poteva pure capitare che un altro potenziale scaricatore veniva scelto al posto suo. Spesso ha dovuto combattere con la gente, a favore della sua statura che tutto lo faceva sembrare, tranne che uno che aveva forza fisica a sufficienza. E' questo il problema della gente, vedi? Si limita all'apparenza e non pensa al fatto che c'è situazione, con situazione. Invece lui resisteva, lottava contro i calli alle mani e le veschiche ai piedi. Poi ha iniziato a vendere qualche piatto di ceramica su una bancarella, sempre nel mercato suddetto. A qualche piatto, ha aggiunto qualche bicchiere. Poi un po' di posate, poi qualche soprammobile raccogli polvere. Si è sposato, ha avuto dei figli. Li ha cresciuti con valori saldi e l'arte del saper campare.  L'onestà e la gentilezza verso il prossimo. E soprattutto la capacità di non offendere mai le persone. Adesso quella bancarella stimizita dell'epoca è diventata stracolma di oggetti da vendere ed è sempre piena di gente. Non credo che dipenda dal fatto che propina oggetti di qualità ad un basso costo. Quanto da una buona dose di paraculaggine e anche un po' di culo, diciamolo. Anche i figli hano seguito la carriera paterna. I due maschi, almeno. Entrambi hanno un negozio e lavorano con la stessa cordialità. Perchè il pensare di non essere il padreterno, è la cosa più importante. E comunque si vestono da Martone. 
E io? Io speriamo che me la cavo. Sfigata e buona.

Ossequi.

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5 commenti:

jeneregretterien ha detto...

brava Terè
anche io ne ho dette un po' sul mio blog

Chocolady ha detto...

Tante belle parole, peccato che per quelli che vivono nell'altra Italia sanno di niente, di assurdo e bugie :(
Un bacio a te e uno alla cardarella

Raf ha detto...

Chapeau per il pezzo. Davvero, sarebbero 92 minuti di applausi, ma non è il contesto adatto: meglio silenziosa ammirazione e profondo rispetto.

Il colloquio più amaramente esilarante dei vari che ho fatto, è stato presso una società di un notissimo (per motivi di vario genere) consorzio italiano: non solo alla fine del colloquio gli esaminatori parlavano di me già in termini di "collega neo-assunto" ma ho avuto i complimenti da parte loro e dell'accompagnatore per la preparazione e per come avevo gestito il colloquio. Poi naturalmente non si sono più fatti sentire. Ma si sa, era così difficile comunicare nel 2010...

PS. Già che hai citato l'Espresso, consiglio pure questo articolo, giusto per capire meglio da che pulpito arriva la predica.

Anonimo ha detto...

complimenti. davvero.

Carminelaud

lepetitepeste ha detto...

Bacetti, bacetti.

 
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