domenica 20 novembre 2011

Le chiavi accanto alla porta

"Hai preso tutto, sei sicura?" 
           
"Si, non dimentico niente." , ho risposto guardandomi intorno e contando gli scatoloni che avevamo appena finito di trasportare nella casa nuova. Li contavo, per essere sicura che non ne mancasse nessuno. Loro se ne stavano lì, inermi nel loro odore di cartone pressato che aveva già invaso l’ingresso e io li fissavo come inebetita. 


"Ma può mai esserci la mia vita, lì dentro?" , mi chiedevo. "Possono mai, quelle scatole, contenere le parole degli ultimi dieci mesi, le emozioni, le delusioni, i giorni, le notti insonni, gli istanti di felicità che ho vissuto?” Più me lo domandavo, più restavo immobile davanti a loro. Sapevo che di lì a poco avrei dovuto aprirli e sistemare tutto negli spazi predefiniti, ogni elemento nella sua piccola stanza. Ma mi facevano quasi paura, come se stessi rischiando di non trovarci dentro le stesse cose che avevo imballato e traslocato. E’ incredibile il potere che possiede una scatola chiusa. Crea angoscia, stupore, gioia. Anche tutto insieme. Ti fa vivere il gusto violento dell’attesa, te lo fa assaporare. 


“Oh, tutto bene?” , mi ha chiesto lui vedendomi ferma e silenziosa.


“Si, tutto bene”, gli ho risposto cominciando a guardarmi attorno senza però avere il coraggio di incrociare i suoi occhi. Avrebbe capito che c’era qualcosa che non andava, se lo avessi fatto. Ma tanto lui sapeva e io m’illudevo di poter controllare i suoi pensieri. La nuova casa è meno colorata della precedente. E’ spoglia, sembra più autunnale, quasi monocromatica. L’altra era paragonabile alla primavera. Vivace, colorata, frizzante, allegra, ma senza esagerare. Io avevo montato le tende color corallo e deciso di arredarla tutta da Ikea, con colori pastello che magari facevano un po’ a cazzotti col mio cinismo ma si adattavano bene al quartiere, tutto fiori e profumo. 


“Cominciamo a lavorare? Tu mi dai una mano, giusto?” Il lavoro esorcizza i pensieri, li mette a bada. Li fa stare accucciati in un angolo e, se sei fortunato, gli da anche un paio di schiaffi sulla collottola affinché non si muovano per un po’.


“Ma certo che ti aiuto. Sto qui apposta.”


Abbiamo scartato tutto. Sistemato ogni cosa in silenzio. Non c’era bisogno di parlare. Lui sapeva. E io pure. Abbiamo sballato, aggiustato, collocato, spostato, eliminato, adattato. Tre ore di lavoro per ritrovarmi una sistemazione che, alla fine, mi sembrava vuota comunque. La mia insoddisfazione riempiva l’aria. La tranciava in due, come un macete. E ho lasciato che la spaccasse a metà, buttandomi a peso morto sul divano mentre lasciavo andare un gemito di stanchezza e noia. Lui era in piedi davanti a me, con uno straccio tra le mani e le faccia un po’ sporca di polvere. Mi guardava e sorrideva, con tenerezza. Come se ci fosse qualcosa che lui sapeva, un’ovvietà palese che io non notavo e che mi avrebbe aiutata, se fossi stata un po’ meno presa da me stessa, a non sentirmi un pesce fuor d’acqua.


“Ce lo facciamo un caffè?”, mi ha chiesto spezzando l’imbarazzo che mi dipingeva la faccia.

“Si, ora vado.” , ho replicato cercando di alzarmi dal soporifero divano nel quale ero sprofondata.


“No, stai. Lo faccio io.”


Lo stavamo bevendo, tutti e due seduti al tavolo della cucina, in silenzio. Ad ogni sorso che portava alla bocca vedevo i suoi occhi illuminarsi, sorridermi fino a non poterne più. Mi ha fissata ancora una volta ed è scoppiato in una risata fragorosa, potente, contagiosa. Gli chiedevo continuamente perché stava ridendo così, ma lui non riusciva a rispondermi tanto era preso dalla comicità della situazione che, per me, era solo ridicolizzata dal suo comportamento. Io ho un difetto che li batte tutti: se c’è una persona o un contesto che mi sta sulle palle, non riesco a fingere che vada tutto bene. Mi si legge in faccia, il fastidio. Ho provato a recitare, veramente. Ma non ci posso, è più forte di me. E preferisco non fingere perché altrimenti sbotto di colpo e poi esagero. L’espressione seccata è stata puntuale,anche in quell’occasione. Lui l’ha vista. Vede sempre tutto di me. Talvolta ancor prima che io stessa me ne renda conto. Continuando a sorridere si è alzato dalla sedia sulla quale si era ciondolato un attimo prima ridendo, ha fatto due passi verso la tapparella, l’ha alzata ed ha aperto un’enorme vetrata che non sapevo nemmeno ci fosse. Dalla vetrata si accede a un’accogliente terrazza dalla quale si vede anche il mare. 


“Ogni cosa ha i suoi pro e i suoi contro. L’importante è avere la pazienza di accorgersene…”, mi ha sussurrato all’orecchio mentre ammiravo con le braccia poggiate sulla ringhiera la vista meravigliosa che mi avrebbe fatto compagnia nei giorni a venire. 

“E poi questa è casa tua, eh! Mica cotica! ...Ma le chiavi dell’altra? Sono l’unica cosa che non abbiamo sistemato da nessuna parte. Dove le metterai?” 

Ci ho pensato un po’ e poi gli ho risposto: “Appese con un gancetto alla parete della porta, ben visibili. Se le chiudo in un cassetto me ne dimentico e non mi va.”


“Ok, io vado. Se hai bisogno chiama. Non farti problemi. Comunque verrò a trovarti appena posso.”


Ogni volta che ci vediamo il mio AlterEgo mi saluta così: “Verrò a trovarti appena posso.” 

E ogni volta mi regala un pezzetto di cuore in più.

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4 commenti:

mrsgoodkat ha detto...

Temo di aver capito, ma di non aver capito. Almeno non fino in fondo.

jeneregretterien ha detto...

... ma forse pure io non ho capito.
Ma nun fà niente, pure io parlo sempre con me e certe volte ci litigo pure.
Io pensavo fosse una caratteristica dei gemelli e pensa che disperazione, io c'ho pure l'ascendente in gemelli. Simm'a quatt' :-/

jeneregretterien ha detto...

appropo'
io li odio i chapka (o come caxxo si chiamano)

Raf ha detto...

Bella collaborazione che c'è tra l'AlterEgo e te. Fa persino il caffè! :D

 
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